Euporn - Il lato sexy dell'Europa

La seconda stagione di Ursula s'intitola: i nemici

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Così la ricandidatura della presidente della Commissione si è accartocciata. La storia dall’inizio, gli episodi più rilevanti e la domanda sospesa

Questa è la storia di un piano sicuro e prevedibile che tutto a un tratto si è sfaldato. Potremmo dire: un calcolo sbagliato, ma è molto di più. Questa è la storia della candidatura di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, a un secondo mandato dopo le elezioni europee previste per il 6-9 giugno: una candidatura preparata nei dettagli, con le consultazioni per sapere chi la sostiene e chi no, per convincere gli indecisi, per assicurarsi i voti che contano. Almeno sulla carta, perché poi il processo è lungo e pieno di insidie, come sa bene la stessa von der Leyen che nel 2019, in circostanze molto più fortuite, dovette affidarsi al Parlamento europeo al voto dell’allora ben più potente Movimento 5 stelle. Il secondo giro è quello dell’esperienza, delle lezioni imparate, delle strategie di prevenzione degli impicci possibili, ed è anche per questo che il piano, oggi, sembrava meglio congegnato rispetto a cinque anni fa. E invece. Non è tutto perduto, ovviamente, e von der Leyen continua a essere la più solida tra i candidati possibili a guidare la Commissione nella prossima legislatura, ma ecco, le certezze ora sono molte di meno, e soprattutto il costo politico di queste garanzie di successo è aumentato. 

Questa storia inizia un mese fa, il 13 febbraio scorso, all’Eliseo, il palazzo presidenziale della Francia, dove abita Emmanuel Macron.

Il patto con Macron. Un diplomatico ha detto che nell’incontro all’Eliseo del 13 febbraio, von der Leyen ha ricevuto da Macron “l’incoraggiamento” che aspettava da tempo, cioè il sostegno della Francia alla sua ricandidatura. Nel 2019, fu Macron, assieme all’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, a fare il nome della ministra della Difesa von der Leyen: non era un nome condiviso né discusso, ma era il modo con cui i leader franco-tedeschi sancirono la morte dell’idea dello Spitzenkandidat, cioè del candidato del partito europeo di maggioranza che diventava in modo automatico anche presidente della Commissione – che in quel caso era Manfred Weber, oggi capogruppo del Partito popolare europeo, e cinque anni fa il “tradito”, che infatti dopo cinque anni è ancora qui a confezionare la sua vendetta. Un mese fa quindi von der Leyen è tornata dal suo selezionatore chiedendogli una riconferma, che ha ottenuto in cambio di un’adesione al progetto macroniano per l’Europa dei prossimi anni, che come tratto distintivo ha l’immancabile trazione franco-tedesca ma con una prevalenza della Francia rispetto alla Germania. Il tratto specifico è dettato dall’aggressione russa all’Ucraina e dal possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca che impone all’Europa di dotarsi per davvero di un’autonomia strategica che non sia soltanto fatta di parole, ma anche di sicurezza, difesa, armi. In un’intervista al Financial Times nei giorni successivi all’incoraggiamento di Macron, von der Leyen ha esplicitato il patto puntando il suo futuro e quello europeo sulla difesa e anzi sull’industria della difesa: “Dobbiamo spendere di più – ha detto – dobbiamo spendere meglio e dobbiamo spendere europeo”, dove il ringraziamento a Macron sta nella parola “europeo”, che nella versione dell’Eliseo risuona più come “francese”. Il 19 febbraio, all’annuncio ufficiale della candidatura come Spitzenkandidat, sembrava tutto tranquillo.


Piccole crepe. Tra l’incontro all’Eliseo e l’ufficializzazione della candidatura c’era stata la conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il grande incontro internazionale in cui si cuciono alleanze e strategia, quest’anno funestata dall’uccisione in una colonia penale russa di Alexei Navalny. Lì von der Leyen ha ribadito il fatto che l’industria della difesa europea sarebbe stata la priorità e ha annunciato che nella prossima Commissione ci sarà un commissario, definito “super”, dedicato alla Difesa. Mentre tutti si sono messi a fantasticare su chi potrebbe essere questo superministro della Difesa europeo, tra i francesi è calato il gelo, ed è montato il fastidio. L’attuale commissario francese Thierry Breton ha nel suo portafoglio il Digitale e anche la Difesa: la seconda parte del suo ministero la conosciamo meno perché la difesa non è di competenza dell’Ue, ma dei singoli paesi. Ma ora che la difesa europea diventa prioritaria, quel portafoglio lo è a sua volta e infatti Breton lavorava già da tempo a un progetto per lo sviluppo industriale europeo marcato dalle volontà di Parigi, che sono per loro istinto protezioniste. In parole povere: la difesa europea è molto la difesa francese, cioè la sua industria. Quindi non solo il supercommissario per la Difesa dovrebbe essere Breton, ma anche il piano per il rilancio della difesa europea dovrebbe essere quello di Breton. Solo che von der Leyen non ha fatto il nome di Breton né della Francia, non ha ringraziato nessuno e si è appropriata di buona parte di quel piano. Macron si è seccato, Breton ha giurato vendetta.

 

Le alleanze. A Berlino, di fianco al leader cristianodemocratico tedesco Frederich Merz, von der Leyen ha annunciato la sua candidatura al Ppe e come Spitzenkandidat. Ha ribadito la priorità della Difesa, che va a discapito del motore di questo primo mandato, cioè il Green deal, scivolato in basso e ha detto di essere pronta a creare un’alleanza di “centro” in cui la linea rossa è: escludere “gli amici di Putin”, di cui ha fatto i nomi – “che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Wilders, o di altre forze estremiste che ostacolano la democrazia in Europa”, ha detto – dimenticando l’amico Viktor Orbán, attualmente senza famiglia politica. Quindi i sovranisti di Ecr, e in particolare Giorgia Meloni, non sono più esclusi, o almeno non tutti, perché come si sa in Ecr non sono tutti tutti antiputiniani. Questa apertura ai cosiddetti sovranisti pragmatici ha un costo, cioè il disfacimento di quella che era la “coalizione Ursula” nel 2019, che comprendeva i socialisti, i verdi e i liberali. Nei sondaggi sono tutti e tre dati con molte perdite, ma se lasciare per strada i verdi era forse già nel calcolo – avendo pure abbandonato il Green deal – socialisti e liberali no. E oltre alle rivalità e ai calcoli bisogna anche considerare la politica: oltre ad aver abbandonato le politiche per la transizione ecologica – nel suo manifesto, l’energia viene prima del clima, con un ruolo centrale per il gas oltre che per l’elettricità, e le auto elettriche entro il 2035 non ci sono più – von der Leyen ha anche spostato molto più a destra le strategie per l’immigrazione: “Chiunque richieda asilo nell’Ue potrebbe essere trasferito in un paese terzo sicuro ed essere sottoposto lì alla procedura di asilo – dice il programma – In caso di esito positivo, il paese terzo sicuro garantirà protezione al richiedente in loco”. E’ un po’ il modello Ruanda inventato dai conservatori inglesi e bocciato dalle istituzioni comunitarie. In sostanza, il secondo mandato di von der Leyen, sulla carta, è un rinnegamento del primo. Eppure fino a quel momento, nonostante i fastidi, i leader europei erano a favore della riconferma, con l’incognita inevitabile dei voti da conquistare al Parlamento europeo. Poi c’è stato il congresso del Ppe a Bucarest, che era stato pensato come un’incoronazione e che invece è stato un disastro. 


Il freddo di Bucarest. Il 7 marzo, von der Leyen è stata formalmente nominata Spitzenkandidat del Ppe al Congresso di Bucarest, ma su 737 delegati che avevano diritto di voto, soltanto 400 hanno votato a favore di von der Leyen. Quasi la metà (il 46 per cento) ha messo la croce sul “no” alla riconferma, si è astenuto o ha deciso di non votare. E formalmente i contrari erano soltanto i Républicains francesi e l’Sds sloveno, quindi nel segreto dell’urna s’è consumata la ribellione. Non è stata del tutto casuale, però: Manfred Weber, il tradito di cinque anni fa che in questo mandato ha molto lavorato per spostare a destra il Ppe, ha insistito perché si votasse al Congresso. Altri dicevano che l’acclamazione era meglio, al limite si sarebbe risolta in un applauso poco caloroso. Ma Weber non voleva saperne: votiamo, contiamoci, ci serve. E in effetti è servito a mostrare che l’ostilità per von der Leyen comincia in casa. A completare una due giorni di ghiaccio, c’è stato anche un altro fattore: l’applauso più caloroso e sentito e gioioso è stato riservato a Donald Tusk, ex presidente del Ppe oggi  primo ministro in Polonia, che non solo è tra i più netti e battaglieri sostenitori della difesa dell’Ucraina dalla furia russa, ma è anche uno dei pochi conservatori europei che cerca di spiegare agli americani e in particolare al suo omonimo che la resa dell’Ucraina è la resa di tutto l’occidente. Non che von der Leyen non sia una sostenitrice dell’Ucraina, ma in questi giorni di piani spappolati, di proteste degli agricoltori (che sono contro i polli ucraini ma anche contro i soldi all’Ucraina), di calcoli da rifare, è diventata un po’ più cauta. 


La vendetta. Il giorno successivo al gelo di Bucarest, è arrivato il post assassino di Breton sull’ex Twitter: “Malgrado le sue qualità, Ursula von der Leyen messa in minoranza dal suo stesso partito. Il Ppe non sembra credere nella sua candidata”. E ancora, la “vera questione”: “E’ possibile (ri)affidare la gestione dell’Europa al Ppe per altri 5 anni, cioè 25 anni di fila?”. Poiché Breton parla in proprio ma parla anche in nome di Macron, in quel momento si è capito che anche la riconferma dentro al Consiglio europeo di von der Leyen  è in bilico. Non è soltanto una questione personale di Breton né una questione francese. Il liberale Christian Lindner ha detto: “Come presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen è a favore della burocrazia, del paternalismo e dei divieti tecnologici. L’Europa ha bisogno di meno von der Leyen e di più libertà”. Matteo Renzi di Italia Viva ha detto: “Ursula von der Leyen a mio giudizio non deve essere confermata alla guida dell’Ue”. In sostanza: i liberali di Renew non vogliono più sostenere von der Leyen, o forse il costo del loro sostegno si è alzato. E Macron? Bella domanda. Secondo un’indiscrezione di Politico Europe, il presidente francese si sarebbe arrabbiato non tanto con von der Leyen ma con Breton, che è andato troppo oltre, per ragioni personali, nella sua vendetta. Però questa incertezza sul futuro della candidatura di von der Leyen potrebbe essergli utile, anche perché in questo momento è proprio Macron ad aver ottenuto quello che voleva: essere decisivo, il “queen maker”, senza aver scoperto le proprie carte perché il suo endorsement non è stato formalizzato. Questo dà un grande potere a Macron, che potrà chiedere a von der Leyen ancora di più.


Ora che nulla è più sicuro, si fanno avanti gli altri. Dentro al Ppe, alcuni dicono che il premier croato, Andrej Plenkovic, sarebbe un grande presidente della Commissione, altri fanno il nome del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, come soluzione d’emergenza in caso di stallo. Ma pure due donne vicine al Ppe, la presidente della Bce, la francese Christine Lagarde, e la direttrice del Fondo monetario internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva, sono rientrate in questo totonomine inatteso. Alla cena del 17 giugno, il Consiglio europeo previsto quando i risultati elettorali saranno noti, tutto può accadere. Per il momento, il cerino in mano è rimasto allo spagnolo Pedro Sánchez e al tedesco Olaf Scholz, che hanno dato il loro importante appoggio alla conservatrice Ursula von der Leyen, ma sono socialisti.