EuPorn-Il lato sexy dell'Europa

La faccia triste della Brexit, madre di tutte le illusioni

Paola Peduzzi e Micol Flammini

 Il Regno Unito non ha “ripreso il controllo”, non ha ridotto la burocrazia e non si è fatto “global”. I conti in tasca durante la stagione natalizia 

Il canale della Manica è diventato un cimitero, gli scioperi stanno tormentando gli inglesi anche nelle normali attività quotidiane, l’immagine internazionale del Regno Unito è stata deturpata dai 45 giorni della premier Liz Truss che ha stracciato con qualche idea alla rinfusa la credibilità britannica sui mercati, e Rishi Sunak, premier quieto votato alla rassicurazione, fatica a tenere a bada un discontento così generalizzato. Sopra a tutto – o forse sotto a tutto – c’è la Brexit, il divorzio del Regno dall’Unione europea che da grande occasione libertaria si è trasformata in un orpello ben più gravoso di quanto anche i suoi sostenitori si aspettassero. Per quanto la politica anche originariamente contraria alla Brexit abbia sotterrato l’idea di un ripensamento, la ferita del divorzio non si è rimarginata, resta lì come capro espiatorio di ogni male inglese. A torto o a ragione – i dati poi li vedremo – la Brexit ha funzionato come un detonatore sia dentro il paese sia nelle relazioni internazionali, rendendo il Regno Unito a tratti irriconoscibile. Per noi, che guardiamo da fuori e che da quell’isola abbiamo preso per decenni ispirazione, ci sono reazioni indecifrabili; per loro continuano a esistere delle incomunicabilità profonde, come se il mondo fosse andato avanti e loro fossero rimasti lì, impantanati in una volontà popolare spezzata a metà e incapaci di farci i conti. Siamo andate a vedere allora che ne è di questo paese europeo che è fuggito dall’Unione europea dopo che si è consegnato all’ideologia della Brexit, la madre di tutte le illusioni. 

 

“Take back control”. Uno degli slogan della Brexit era riprendersi il controllo delle proprie frontiere, un cavallo di battaglia esplicitato con quei cartelloni diventati famosi in cui si vede una lunga fila di persone a piedi che cercano di entrare – invadere, dicevano i brexitari – nel paese. La letteratura legata alla Brexit dice che questa frase è stata presa da un libro per i genitori alle prese con i figli: il controllo è tutto, non lasciatelo a dei mocciosi. Ha funzionato molto bene, non c’è che dire, solo che oggi suona quasi tragico. Soltanto ieri, ci sono stati quattro morti nel canale della Manica: una piccola imbarcazione carica di migranti, una cinquantina, è naufragata. I video del salvataggio ci sono purtroppo familiari, ma in più c’è il mare gelido. Secondo il ministero dell’Interno inglese, nei primi undici mesi del 2022 hanno tentato la traversata dalla costa francese il 55 per cento in più di imbarcazioni rispetto al 2021, circa mille imbarcazioni per un totale di quasi 45 mila persone: il viaggio costa in media seimila sterline a persona. Sunak e la sua ministra dell’Interno, Suella Braverman, una delle figure più controverse di questo governo, vogliono porre fine al traffico di persone, un po’ accusano i francesi che non fanno niente per fermare il flusso, un po’ promettono di smaltire gli arretrati con i richiedenti asilo, un po’ dicono che respingeranno un maggior numero di richieste perché vogliono “rendere inequivocabilmente chiaro”, ha detto il premier, “che chi entra illegalmente nel Regno Unito non deve potervi rimanere”. James Kirkup dello Spectator dice: “Non funzionerà”. Alcune ragioni le conosciamo bene anche noi, si riassumono nella disperazione di chi tenta un viaggio pericoloso pagandolo tantissimo: le leggi per disincentivare gli arrivi ci sono già, c’è anche la deportazione in Ruanda, ricordate?, eppure le traversate non si fermano. Ma Kirkup aggiunge un’altra spiegazione che è un po’ la sintesi di questi anni dominati dalla Brexit: il pubblico cui si rivolge Sunak è l’elettorato conservatore, quello che ha creduto alla “Brexit done” che ha dato a Boris Johnson e ai Tory una maggioranza straordinaria ai Comuni, quello che ora pensa che questi politici non siano affatto capaci di controllare i confini: anzi, non sono capaci di controllare nulla. Non dicono che sono stati illusi, ma lo pensano.

 

Fermi tutti. A dicembre, a partire da oggi, è previsto il più grande sciopero degli ultimi decenni del personale sanitario, “il distintivo della vergogna” di questo governo, ha detto il leader dell’opposizione, il laburista Keir Starmer. Intanto continua lo sciopero dei treni, a singhiozzo per tutto dicembre fino almeno al 7 di gennaio, compresi i giorni di Natale, con una partecipazione altissima. C’è chi dice che si sono visti tempi peggiori, alcuni citano gli scioperi del 2018, ma quest’anno gli scioperi hanno un portavoce straordinario, Mick Lynch, il leader dei sindacati.  Sessant’anni, una moglie (infermiera), tre figli, originario di una famiglia cattolica irlandese (tifa per la squadra di calcio di Cork, la seconda città più grande dell’Irlanda), Lynch ha abbandonato gli studi a sedici anni, è diventato elettricista e poi ha lavorato per Eurostar dove ha cominciato a partecipare all’attività sindacale del mondo dei trasporti diventandone poi il leader. Dice che l’esperienza con Eurostar ha formato la sua opinione negativa nei confronti dell’Unione europea che lo ha poi portato a dire che l’Ue “non dovrebbe avere alcuna sovranità” e a votare per la Brexit. E’ appassionato, arcigno e chiaro, viene invitato in tutte le trasmissioni televisive e quando non vuole rispondere alle domande dice che nel Regno Unito si parla soltanto dei ricchi e dei privilegi e mai dei “sacrifici” delle persone normali: l’élite verso il popolo in formato sciopero, insomma, soltanto che si dà il caso che questo governo è quello conservatore, guidato da un brexitaro della prima ora come Sunak, che ha cercato da élite di farsi pifferaio magico del popolo. Il risultato è che se una giornalista della Bbc chiede a Lynch di dire quali sono i numeri del “sacrificio” di cui parla, in modo da poter comprendere le ragioni di questi scioperi che come si sa vengono pagati non dai superricchi che il treno non lo prendono ma dalle persone normali, Lynch diventa furioso e le dice che la sua è propaganda di destra, e dalla Bbc non me lo sarei mai aspettato, non sapete cosa vuol dire non arrivare a fine mese. E non risponde.

 

Il dividendo della Brexit. A sei anni e mezzo dalla vittoria del leave al referendum e a quasi tre anni dall’uscita effettiva del Regno Unito dall’Ue, il cosiddetto “dividendo della Brexit”, cioè il guadagno derivato dal divorzio, non si vede. Il Financial Times ha montato un breve e devastante video in cui denuncia addirittura una “cospirazione del silenzio” sugli effetti della Brexit. Il video inizia dalla Truss, esempio secondo il quotidiano della City, dell’onnipotenza che i Tory si sono cuciti addosso, senza alcun riscontro con la realtà. La sterlina ha perso il 10 per cento del suo valore, cosa che ha aumentato il costo delle importazioni, ma reso le esportazioni più competitive: se si guardano i dati, però, le esportazioni non sono aumentate, mentre è aumentato il costo delle importazioni causando un aumento dell’inflazione che alcuni economisti stimano al 2/3 per cento, con un costo medio per famiglia di circa 800 sterline l’anno. Dopo la pandemia, il livello degli scambi dei paesi del G7 è aumentato per tutti tranne che per il Regno Unito, che tra questi sette è quello che nel 2023, secondo le previsioni, crescerà di meno. La burocrazia, che era una delle ragioni che facevano impazzire i brexitari appassionati di curvatura delle banane, è aumentata, così come operare sul mercato unico non è affatto com’era prima, nonostante Londra abbia detto che con l’accordo Brexit si eliminavano tutti gli svantaggi europei e se ne tenevano i vantaggi: a ogni dogana c’è una regola nuova, i pacchi in arrivo dal Regno Unito stanno per molto tempo in giacenza nelle dogane, come avviene con i pacchi dei paesi terzi. Gli investimenti finanziari funzionano più o meno con la stessa logica e anche se il settore dei servizi britannici è ancora preminente, molti paesi europei si stanno attrezzando per non dover più dipendere da Londra. Un esempio di costo secco: l’industria chimica ha speso 500 milioni di sterline in un decennio per registrare i propri prodotti nell’Ue e avere accesso al mercato unico. Ora deve registrare nuovamente tutte le sostanze chimiche in un registro separato del Regno Unito, con un costo stimato dal governo in 2 miliardi di sterline. Per cosa? Per duplicare un regime già esistente nell’Ue. Anche i nuovi accordi bilaterali che facevano parte della grande strategia della Global Britain vanno a rilento e sono di fatto un duplicato che non compensano affatto i compromessi che Londra doveva accettare negoziando gli accordi assieme al resto dell’Europa, anzi forse sta andando al contrario. Ma i conservatori fanno fatica ad ammettere che la Brexit è stata la madre di tutte le illusioni: al vertice del G20 di Bali, dove ogni paese discuteva del proprio ruolo e delle proprie ambizioni, Sunak interrogato sulla Brexit ha detto: ogni nazione ha le sue “idiosincrasie”. 


Il protocollo dei tormenti. Da quando l’ex premier Theresa May aveva delineato i suoi obiettivi sulla Brexit – uscire dal mercato interno e dall’unione doganale, non sottostare più alla legislazione dell’Ue e alla giurisdizione della Corte europea di giustizia – i conoscitori dei meandri comunitari hanno individuato nell’Irlanda del nord il principale ostacolo a una relazione civile tra i divorziandi. Il fatto è che gli accordi del Venerdì santo che hanno portato la pace in Irlanda del nord sono fondati sulla libera circolazione all’interno dell’isola e la cancellazione delle frontiere fisiche con la Repubblica d’Irlanda. Quel sistema è incompatibile con la visione moderatamente hard di Brexit della May e con quella radicalmente hard di Johnson. Per aggirare l’ostacolo e portare a casa la Brexit, Johnson ha accettato consapevolmente un Protocollo che di fatto lascia l’Irlanda del nord nel mercato unico e nell’unione doganale, creando una frontiera interna al Regno Unito. Ma i controlli doganali e fitosanitari, i dazi per chi spedisce merci oltre il Canale di San Giorgio, la giurisdizione dei giudici europei e la necessità di allineare la legislazione di Dublino a quella di Bruxelles invece che a quella di Londra sono indigesti tanto al Partito democratico unionista alleato dei conservatori quanto ai brexiters dei Tory. Come uscirne? Johnson era andato allo scontro, senza mai rompere totalmente con Bruxelles. Aveva sospeso unilateralmente alcune misure del Protocollo, aveva chiesto di rinegoziarlo, aveva introdotto una legge per disapplicarne una parte, ma non lo aveva fatto saltare. Nella sua corsa per la leadership dei conservatori, Liz Truss, aveva promesso di cancellare il Protocollo costi quel che costi, cosa che non ha avuto il tempo di fare (e le era anche passata la voglia, stando alle sue dichiarazioni concilianti). Con  Sunak il clima delle discussioni sul Protocollo è migliorato, ci sono state discussioni tecniche per cercare di ridurre le divergenze e Londra ha dato accesso all’Ue ai suoi nuovi database per permettere di vedere quali merci entrano in Irlanda del nord (era uno degli impegni del Protocollo). L’obiettivo dell’Ue è trovare un accordo che permetta a tutti di mettersi il conflitto alle spalle, riducendo i controlli interni al Regno Unito senza rinnegare il Protocollo. Oggi il commissario Maros Sefcovic incontrerà James Cleverly di persona a Bruxelles. Sarà il loro primo faccia a faccia di persona. Anche se non sono attesi annunci, l’Ue spera in un’intesa a gennaio, idealmente prima dell’eventuale convocazione delle elezioni in Irlanda del nord. C’è un segnale di buona volontà: a fine anno la Commissione dovrebbe rinnovare il periodo di grazia sui farmaci veterinari.

 

Un paio di calze da uomo, regalo di Natale-rifugio per tutte, costa il 9 per cento in più rispetto all’anno scorso, i profumi il 7 per cento in più, il prezzo dei maglioni di lana è in aumento per tutti, ma più quelli per le donne. Questo vuol dire: meno regali. Il costo del pranzo di Natale dipende dai supermercati, ma in media è stimato del 13 per cento superiore rispetto all’anno scorso (le patate costano il 34 per cento in più, il tacchino il 22 per cento, le carote il 19). C’è l’inflazione, certo, c’è la crisi energetica che contribuisce ancora di più all’aumento dei prezzi, ma c’è anche un tasso Brexit che contribuisce non soltanto ad aumentare il costo della vita ma anche a svilire l’immagine del Regno Unito in Europa. Poiché qui invece la passione per il mondo britannico è grande, vorremmo spedire un carico di quei maglioni meravigliosi di cui vediamo le foto in giro, sperando che non rimangano intrappolati nelle code alla dogana: sono dei maglioni blu e gialli con scritto “All I want for Christmas is EU”. 

 

(ha collaborato David Carretta)