Un elicottero della Marina francese durante la fase abbordaggio della Deyna (foto LaPresse)

caccia al petrolio di putin

Contro la flotta ombra l'Europa sequestra, l'Ucraina colpisce

Luca Gambardella

Il caso della Deyna abbordata dai francesi conferma un cambio di passo contro le navi di Putin. Che valuta contromisure armate

Mentre navigava verso la Russia, con una rapida giravolta, la petroliera Fina A appartenente alla flotta ombra russa, sabato scorso ha virato la sua prua di 180 gradi e si è messa a girovagare nel Mare del Nord a poche decine di miglia nautiche dalla Norvegia. Senza dare troppo nell’occhio, la nave ha cambiato stato di bandiera ed è passata da quello di Timor est a quello della Guinea Equatoriale. Forse,  il capitano si è deciso a fare così in fretta dopo essere stato informato di un evento insolito. Un commando della Marina militare francese, assistito dall’intelligence britannica, alcune ore prima aveva abbordato nel Mediterraneo occidentale  un’altra nave usata per trafficare petrolio russo, la Deyna, che batteva bandiera del Mozambico ed era diretta a Port Said, in Egitto.  Perché se c’è una cosa che le navi della flotta ombra hanno imparato è adattarsi velocemente. E’ così che hanno generato guadagni illeciti per 100 miliardi di dollari all’anno, in barba alle sanzioni. 

“Restiamo risoluti, la guerra in Iran non distrarrà la Francia dal suo sostegno all’Ucraina, dove la guerra d’aggressione russa continua senza sosta”, ha scritto su X il presidente francese Emmanuel Macron annunciando il sequestro della Deyna nel porto di Marsiglia. Dopo essere entrata in acque russe il 22 febbraio, nei pressi del porto di Murmansk il segnale satellitare Ais della nave è stato oscurato. Dopo due giorni,  è ricomparsa con il transponder acceso, ma con una nuova bandiera del Mozambico, un numero identificativo Mmsi diverso e soprattutto con una linea di galleggiamento più bassa, a conferma che era stato completato un carico di greggio. Uno schema standard usato dalle navi della flotta ombra. 

Russia, Venezuela, Iran. Il contrabbando del petrolio somiglia a una matassa in cui i tre paesi finiscono per sovrapporsi fra loro. Un caso emblematico è quello della Marinera, sanzionata due anni fa per avere agevolato Hezbollah mentre navigava dal Venezuela e batteva bandiera russa. “Queste reti operano meno come flotte nazionali separate e più come un ecosistema condiviso di servizi per eludere le sanzioni, che promuove gli interessi convergenti di questi tre stati e dei loro alleati”, ha scritto Joseph Barresi, direttore di ricerca presso una società di analisi del rischio chiamata Kharon. “Le loro navi comprendono una flotta interconnessa gestita attraverso una rete di armatori, facilitatori e società di gestione navale”.

Se il sistema di contrabbando è fluido, e soprattutto è capace di grande adattabilità – come dimostra il caso della Fina A –, gli strumenti a disposizione per arginare le flotte ombra – in particolare le leggi internazionali – sono invece rigide e macchinose. Ora però sembra che qualcosa in Europa stia cambiando. Tra gennaio e marzo del 2026 sono già stati sei gli abbordaggi da parte delle marine militari europee alle navi cargo che trafficano petrolio e gas russi. Tra questi, prima della Deyna era stata la volta della Grinch, sequestrata per sei settimane al porto di Fos-sur-Mer dopo essere stata abbordata, sempre nel Mediterraneo, dalla Marina militare francese assistita da quella del Regno Unito – in quel caso, il capitano indiano è finito agli arresti. Poi c’è stata l’Ethera, sequestrata e condotta al porto belga di Zeebrugge nell’ambito dell’operazione franco-belga “Blue Intruder”. E poi ancora le vicende della Reyfa, abbordata dagli svedesi, e della Tavian, sequestrata dai tedeschi. Tutte navi che avevano alcuni elementi in comune: battevano bandiere false, erano petroliere o cargo riconducibili ad armatori russi, avevano proprietà difficili da identificare, navigavano con segnali Ais manipolati. I numeri dei sequestri insomma sembrano in aumento rispetto al passato e indicano una possibile svolta. Lo scorso 17 marzo, la Nato ha convocato al suo quartier generale di Bruxelles un “Simposio sulla flotta ombra”, mentre i ministri degli Esteri dei paesi che fanno parte della Joint Expeditionary Force, il partenariato militare multinazionale nordeuropeo guidato dal Regno Unito, hanno trovato un’intesa qualche giorno prima per condividere informazioni di intelligence contro i traffici russi. E nel 20esimo pacchetto di sanzioni europee alla Russia approvato il mese scorso è stato inserito un divieto totale ai servizi marittimi per il greggio russo che ne rende più difficile la vendita. 

Un’offensiva militare e legislativa che però si scontra con un fenomeno dalle dimensioni sempre più imponenti, almeno stando ai dati forniti da Windward, una compagnia specializzata nell’analisi del settore marittimo. I sequestri delle petroliere e dei cargo appartenenti alla flotta ombra per ora ammontano ad appena il 2 per cento delle 1.200 unità che si ritiene ne facciano parte. Di queste, sono in circolazione attualmente circa 300 petroliere sottoposte a sanzioni, tutte inserite in 19 diversi registri falsi. Il principale problema che si riscontra nel tracciare queste navi è il “flag hopping”, cioè il cambio continuo dello stato di bandiera della nave. Quelle che fanno parte della flotta ombra russa sono sospette perché cambiano spesso bandiera, restando comunque  in registri considerati particolarmente permissivi – fra questi per esempio ci sono Gabon, Isole Cook, Barbados, Comore, Gambia. Come nel caso della Fina A, queste navi cambiano bandiera in modo repentino e fraudolento per rendere più complicata l’identificazione. Il caso della Marinera, sequestrata lo scorso gennaio, torna di nuovo in aiuto per capire come operano queste navi. Conosciuta come Bella 1, mentre era inseguita dalla Marina militare americana la petroliera cambiò nome e bandiera, semplicemente dipingendo sullo scafo la bandiera russa durante la navigazione. 

Il passaggio da nave apolide a nave russa è il nuovo, efficace espediente usato dalla flotta ombra. Secondo Windward, circa un’ottantina di navi sono al momento in procinto di cambiare registro navale per prendere la bandiera russa, un fenomeno che accelera a ritmi serrati, mediamente con sette imbarcazioni al mese. Il motivo di questa trasmigrazione massiccia di petroliere nei registri di Mosca è che le leggi internazionali che disciplinano la pratica degli abbordaggi limitano parecchio la liceità di questi interventi. Qualsiasi nave ricade infatti sotto la protezione del suo stato di bandiera e quindi serve un’autorizzazione per permettere ogni abbordaggio in mare aperto, perché non è sufficiente essere colpiti da sanzioni. Va da sé che l’unico stato pronto ad accogliere di buon grado nei propri registri queste navi è la Russia. E oltre ai problemi giuridici – molte navi sequestrate sono rilasciate nel giro di pochi giorni, per giunta senza che il carico sia requisito, perché è difficile dimostrare i traffici illeciti e per un discorso di giurisdizione – ci sono quelli dei costi. Tenere all’ancora una petroliera o una gasiera di grandi dimensioni impone costi esorbitanti. Una lezione in proposito è arrivata dal sequestro, nel 2022, degli yacht degli oligarchi russi. Uno di questi, l’Amadea che aveva un valore commerciale stimato di 350 milioni di dollari, è stato messo in vendita dopo tre anni a soli 100 milioni per tentare di recuperare i 32 milioni di dollari spesi fino a quel momento solo per trasportare e tenere ormeggiata l’imbarcazione. 

Se la comunità internazionale ha dei paletti rigidi a cui attenersi, c’è però chi, contro la flotta ombra, adotta metodi più spicci allo scopo di scoraggiare i traffici russi nel Mediterraneo. Lo scorso 19 dicembre, gli ucraini hanno colpito con droni la prima petroliera (vuota) appartenente alla flotta ombra russa nel Mediterraneo, la Qendil. Poi, all’inizio di marzo, è stata la volta della gasiera Arctic Metagaz. Colpita  al largo di Malta da un drone navale lanciato presumibilmente dalla Libia, l’unità è stata abbandonata dall’equipaggio che ha trovato rifugio a Bengasi. Ha passato oltre due settimane alla deriva con una quantità di gas a bordo sufficiente a creare parecchi danni al gasdotto Greenstream che dalla Libia viaggia verso l’Italia e alle piattaforme di Eni, di Shell e della libica National Oil Corporation, tutte infrastrutture strategiche che la gasiera, in balìa delle correnti, ha sfiorato ripetutamente. Finché ieri una nave del ministero della Difesa libico si è decisa ad agganciarla e a portarla in sicurezza verso Misurata. 

Per il presidente russo Vladimir Putin, gli abbordaggi e gli attacchi alla flotta russa sono azioni di “pirateria” e ora il Cremlino valuta delle contromisure. Il quotidiano Kommersant ha scritto che si starebbe valutando di affiancare alle navi che battono bandiera russa una protezione militare. Secondo Nikolai Patrushev, confidente di Putin e presidente del Board marittimo russo, l’organo governativo che regola il settore,   Mosca sta valutando il dispiegamento di uomini armati a bordo delle petroliere. Ancora una volta, la flotta ombra dimostra di sapersi adattare. 

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.