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Chi sarà il prossimo?

Ucciso il ministro dell'Intelligence Esmail Khatib e l'equivoco sui rimpiazzi infiniti del regime

Tatiana Boutourline

Le sconfitte militari del regime non colpiscono soltanto i vertici politico-militari, ma anche la manovalanza dei pasdaran, favorendo l'incertezza e l'inquietudine di chi resta vivo. Anche se non si registrano defezioni di massa, la rottura della catena di comando è particolarmente sentita

Roma. Chi sarà il prossimo? È la domanda che agita i sonni degli insider di regime. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il nuovo leader dei pasdaran Ahmad Vahidi, l’ombra di Mojtaba, Hossein Taeb? Ieri è stato il turno del ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, il giorno precedente erano saltati per aria il capo della milizia basij Gholamreza Soleimani e il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani, lo stesso Larijani che la settimana scorsa scriveva su X: “Un popolo coraggioso. Funzionari coraggiosi. Leader coraggiosi. E’ una combinazione che non può essere sconfitta”. 

Ma le sconfitte si susseguono e colpiscono da un lato i vertici politico-militari e dall’altro la manovalanza di basij e pasdaran facendo montare l’incertezza e l’inquietudine di chi resta. Secondo alcuni documenti visionati dal Wall Street Journal, siamo già arrivati alla fase in cui i bersagli da neutralizzare appartengono al piano B del regime, dopo le basi e i luoghi simbolo, è la volta dei nuovi rifugi: complessi sportivi, safe-house, i nascondigli sotto ai ponti o tende nei boschi. Il Wall Street Journal scrive che questi attacchi stanno incidendo sul morale delle forze di sicurezza. Gli uomini dormono in macchina, nelle moschee, altre volte negli autobus o nelle palestre. Non si registrano defezioni di massa, ma la rottura delle catena di comando è particolarmente sentita nella milizia dei basij che per organizzarsi dipende dagli ordini dei superiori. Nel frattempo Mojtaba Khamenei non è ancora pervenuto, il presidente Massoud Pezeshkian si fa vedere il meno possibile e l’agenzia Fars ha diramato un comunicato – per ogni posizione sono già stati selezionati dai 3 ai 7 successori – ma l’effetto della rassicurazione è stato blando. Tuttavia il tema che tiene banco sulla stampa internazionale è un altro.

Tre quarti delle analisi sull’Iran delle ultime settimane potrebbero essere intitolate: “Cercasi pragmatico disperatamente”. I “pragmatici” di oggi sono i “moderati” di ieri e i “riformisti” dell’altro ieri. E non importa che il pragmatismo debba ancora essere messo alla prova dei fatti, siccome l’obiettivo è l’accordo, la de-escalation, il business as usual nello Stretto di Hormuz, un pragmatico va trovato. E se due mesi fa ha ordinato il massacro di decine di migliaia di persone come nel caso di Ali Larijani pazienza, con qualcuno bisogna pur parlare e se non indossa i vestiti stazzonati di Mahmoud Ahmadinejad, se dice “Morte all’America” in piazza, a Teheran, ma non mentre ti stringe la mano a Ginevra, se ha fatto una buona impressione a John Simpson della Bbc e Nicholas Kristof del New York Times, se ha addirittura un dottorato, voilà, il pragmatico è servito, e ne consegue che la sua l’eliminazione si trasforma subito in danno irreparabile. Perché se cade Delcy d’Iran, addio pace.

Si riscontra una curiosa forma di idealizzazione degli uomini forti della Repubblica islamica in queste settimane di analisi calcificate dai luoghi comuni. Forse perché sono in qualche misura “oggetti misteriosi” mossi da valori, logiche e strategie comunicative non sempre facili da decodificare per la mentalità occidentale, forse perché in questo momento appaiono soli contro il mondo e la solitudine amplifica il senso della loro eccezionalità, fatto sta che vengono descritti come personaggi animati da una volontà e da una convinzione pressoché inattaccabili. Ucciderli è inutile è la logica che segue. Neutralizzi X? Ti ritrovi Y. La Repubblica islamica è più di un uomo solo al comando, è programmata per resistere ed è abbastanza solida e coesa da poter continuare a pescare da un bacino inesausto di papabili. Ancora e ancora. Ma il fatto è che non siamo dentro un videogame. Tutti gli uomini di regime fanno il tifo per la sopravvivenza del sistema, è in gioco la loro vita, è ovvio. Ma non tutti hanno le stesse caratteristiche in termini di carisma, preparazione, abilità. E’ vero, il regime ha approntato piani B e piani C e gradi diversi di successione in caso di decapitazioni, ma le persone non sono interscambiabili e occupare una casella non basta di per sé a rassicurare gli uomini che poi devono eseguire gli ordini, come del resto si evince da quel poco che filtra da Teheran in questi giorni. È difficile prevedere come evolverà la situazione nelle prossime settimane e può pure darsi che il regime riesca ad assorbire abbastanza colpi, abbastanza a lungo da resistere, ma presumere che esca da questa guerra più forte fa a pugni con la realtà.

Prendiamo ad esempio Larijani. Sì Said Jalili potrebbe sostituirlo, ma è meno esperto e parecchio più ottuso. Il ministero dell’Intelligence? Certo, Esmail Khatib può essere rimpiazzato, ma i livelli dei vice del ministero, quelli con la memoria storica e le relazioni istituzionali e internazionali, sono già stati neutralizzati. Ci sono altri uomini certo, ma il bacino si sta assottigliando e lo stesso sta accadendo negli altri centri del potere politico così come nei corpi paramilitari. E più a lungo dura il conflitto, più poroso si dimostra il sistema, più la Repubblica islamica corre il rischio di dover fronteggiare lotte intestine e ambizioni difficili da contenere.

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