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un libro
Europa, ascolta Israele o finirai come il Titanic
Sembriamo una nave da crociera per pensionati pacifisti. E per noi il risveglio ora è tanto più duro perché tardivo. Che ci piaccia o no, a noi edulcorati pacifisti postomoderni, Israele da anni ci guarda letteralmente le spalle, contribuendo a sventare numerosi attacchi nel Vecchio continente
Pubblichiamo un brano del nuovo libro del giornalista del Foglio Giulio Meotti, “Titanic Europa. La misteriosa fine dell’Unione europea” (Liberilibri, 256 pp., 17 euro).
Nella serie tv “Succession” c’è una frase del magnate Logan Roy ai suoi figli che parla di noi europei: “Vi amo, ma non siete persone serie”. Noi europei sembriamo una nave da crociera per pensionati. Nell’estate del 2025, i B-2 americani hanno sganciato dodici GBU 57, superbombe da quattordici tonnellate: dieci su Fordow, il sito atomico più prezioso dell’Iran, e due su Natanz, altro snodo del nucleare. Una raffica di cruise lanciati dalla Navy americana ha poi colpito Isfahan. Resta da vedere se l’Iran è stato in grado di creare un programma atomico parallelo di cui non si conosce l’esistenza: dopo tutto, la centrale di Fordow è stata scoperta soltanto nel 2009, ben tre anni dopo la sua costruzione (no, non è stata scoperta grazie agli europei). Mentre l’America mandava i B-2, sul magnifico lago di Ginevra c’era l’incontro tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Inghilterra e Iran. C’era anche Kaja Kallas, alto rappresentante della politica estera Ue e unica donna. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, non le ha stretto la mano, evitando il contatto fisico. Nessun diplomatico europeo è sembrato turbato che il ministro degli Esteri europeo fosse trattato come un cammello, come quando Erdoğan lasciò senza sedia Ursula e Charles Michel fece spallucce. Poche ore dopo, il ministro degli Esteri inglese, il laburista David Lemmy, si rivolgeva così all’Iran: “Non abbiamo partecipato agli attacchi” (di Israele e America). Come dire, noi struzzi non c’entriamo niente. Quando Trump fece fuori il generale iraniano Soleimani, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas si affrettò a smarcarsi dal raid (“non aiuterà a ridurre le tensioni”) e a ricordare che “come europei, abbiamo canali di dialogo affidabili con ambo le parti”.
Quando le forze israeliane hanno lanciato un’offensiva senza precedenti contro l’Iran, prendendo di mira infrastrutture militari e nucleari, il messaggio da Gerusalemme era inequivocabile: la deterrenza israeliana è reale e non è soggetta a concessioni diplomatiche da nessuno. L’Unione europea ha risposto con il suo solito mix di esitazione e linguaggio vuoto. Bruxelles ha lanciato appelli rituali alla “moderazione da tutte le parti”, evitando accuratamente qualsiasi dichiarazione che potesse offendere Teheran o mostrare troppa solidarietà a Israele. L’esasperante inerzia europea è figlia dell’impotenza a sua volta frutto di un grande malinteso cresciuto all’ombra della tutela militare e politica statunitense, progressivamente erosasi dal 1989 e ora apertamente in discussione. Mentre Washington, Gerusalemme e gli attori arabi plasmavano il conflitto in corso, l’Europa non era presente. Non stava stabilendo termini, non proponeva soluzioni, non guidava nemmeno la diplomazia. Stava commentando a distanza di sicurezza, con parole formulate per non offendere nessuno e non proteggere niente. Se i piloti israeliani non avessero bombardato il progetto nucleare iraniano, chi altro avrebbe potuto farlo? La RAF? I francesi? I tedeschi? Dopo tutti questi anni e tutti questi “colloqui”, l’unico paese che alla fine è intervenuto è stato quello con più peso in gioco: quello che l’ayatollah Khamenei e i suoi predecessori hanno sempre affermato di voler annientare.
Ci piaccia o no, a noi edulcorati pacifisti postmoderni avvizziti, Israele da anni ci guarda letteralmente le spalle. Israele ha contribuito a sventare numerosi attacchi in Europa, come quello pianificato dai terroristi dell’Isis durante una partita di calcio tra l’Albania, paese ospitante, e Israele. Poi attacchi in Belgio, Turchia, Francia e Danimarca. Poi Donald Trump ha rivelato dettagli sull’alert lanciato da Israele riguardo a un piano dell’Isis per far esplodere aerei passeggeri diretti in Europa utilizzando esplosivi inseriti all’interno di computer portatili. Poi Israele sventa un attacco a Cipro, altro paese membro della Ue. Poi Israele ferma un attentato dell’Iran contro i dissidenti a Parigi. “Israele è in prima linea nella lotta contro l’Islam fondamentalista poiché protegge l’Europa in molti modi”, dichiarò Netanyahu. Gli stessi commentatori che hanno trascorso mesi a blaterare di “proporzionalità” quando Hamas ha lanciato razzi contro le città israeliane dagli ospedali di Gaza ora parlano di “uso sproporzionato della forza”. Ma Israele agisce perché deve, perché la sua sopravvivenza lo esige. L’Europa non agisce perché non sa più cosa rappresenta. E le implicazioni sono evidenti. Ci sarebbe ancora tempo per rimetterci in piedi e ristabilire una forza deterrente. Ci sarebbe ancora tempo per alzare la voce, ossia per riaffermare se stessi, per ricordare che l’Europa non è un continente e una cultura da umiliare impunemente.
Secondo una recente stima fatta dal think tank Dezernat Zukunft, la spesa complessiva che l’Europa dovrebbe affrontare per costruire una capacità militare sufficiente a garantire una vera indipendenza dagli Stati Uniti ammonterebbe a 615 miliardi di euro. Ma ci sono sette paesi della Nato che spendono di più per il pagamento degli interessi sul debito che per la difesa: drogati di debito pubblico, non saremo mai in grado di spostare risorse sulla sicurezza. La Germania si è rifiutata persino di schierare i suoi jet militari per attaccare le posizioni dello Stato Islamico in Iraq. E quando l’allora ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen, ha visitato l’Iraq per parlare con gli ufficiali tedeschi che addestravano i combattenti curdi, ha assicurato alle sue truppe che non si sarebbero avvicinate alle zone di battaglia. Ha aggiunto che per l’esercito tedesco “la sicurezza è la massima priorità”. John Vinocur sul Wall Street Journal scrisse che la Germania, uno dei maggiori produttori di armi al mondo, ha chiarito ancora una volta che, anche di fronte a un nemico barbaro come l’Isis, è un attore non letale. “Diplomatici in uniforme”, così sono stati definiti i soldati tedeschi. Tuttavia non si tratta di un problema tecnico, ma di volontà. E noi siamo edonisti felici di essere finiti, con Francis Fukuyama, alla “fine della storia”. In un libro che ha fatto discutere la Germania, un giovane giornalista e scrittore di nome Ole Nymoen proclama apertamente che non rischierebbe mai la propria vita per proteggere la nazione in cui è nato e cresciuto e che gli ha dato tutte le libertà. “Warum ich niemals für mein Land kämpfen würde” (Perché non combatterei mai per difendere il mio Paese) è il titolo del libro. Una specie di manifesto di un pezzo di Occidente. Se la Germania venisse attaccata, scrive Nymoen, “preferirei cercare di scappare che essere costretto a uccidere”. Nymoen riconosce la differenza tra dittature e democrazie, “ma non sono disposto a morire per questa differenza. Perché in caso di guerra la conseguenza sarebbe la stessa: molto probabilmente perderei la vita”. Nymoen è il rappresentante della generazione descritta dal filosofo Richard David Precht come i “figli di una società opulenta e ipersensibilizzata”. In altre parole: troppo viziati e indolenti per difendersi. Nei vertici internazionali e sui media, si parla di aumento della spesa per la difesa e del riarmo europei.
Eppure, i leader della maggior parte degli Stati membri della Nato sono consapevoli che non solo le loro forze militari non sono pronte per una battaglia seria, ma che, peggio ancora, la popolazione delle società europee ha abbracciato una cultura post-eroica che considera la difesa della propria nazione come un problema a loro estraneo. Un sondaggio condotto dall’Istituto Forsa ha indicato che solo il 17 percento dei tedeschi “difenderebbe il proprio Paese in caso di attacco”. Un sondaggio Gallup condotto su persone di 45 Paesi ha chiesto quanto fossero disposti a combattere per il proprio Paese in caso di guerra. Quattro delle cinque nazioni con il minor numero di combattenti a livello globale si trovano in Europa, tra cui Spagna, Germania e Italia, dove solo il 14 percento degli intervistati ha dichiarato di essere pronto a combattere per il proprio Paese. Mentre Cina e Stati Uniti hanno costruito muscoli – centrali nucleari, linee di produzione, portaerei – l’Europa ha coltivato l’illusione di poter vivere di rendita morale, di soft power e di normative sempre più sofisticate su tutto, tranne che sulla propria sopravvivenza. Russi, cinesi, americani, indiani, la quinta colonna islamista, tutti ora si leccano i baffi. La nostra storia non è priva di periodi bui né di politiche mediocri e impotenti. La novità oggi sta nell’impasse, nella stranezza e nella sensazione (è solo una sensazione?) di essere intrappolati in una morsa tra fanatici interni e fautori esterni del caos, e imbecilli, distaccati dalla realtà, al potere. L’Europa oggi è la caricatura di se stessa: un posto dove si vieta la plastica nelle cannucce ma si importa il 98 percento delle terre rare dalla Cina.
100 polacchi avranno 20 pronipoti. 100 austriaci avranno 29 pronipoti. 100 italiani avranno 22 pronipoti. Se gli ambientalisti facessero sul serio, metterebbero il cittadino di Eutopia nella lista delle specie in via di estinzione. Dovremmo imparare dal solo Paese di cultura occidentale che lo ha capito, per giunta un Paese completamente accerchiato da popolazioni che non ne riconoscono l’esistenza: Israele. Se i Paesi europei si dimezzeranno in una generazione, lo Stato ebraico raddoppierà passando da 9 a 17 milioni. Oltre all’atomica, al suo esercito, alla sua identità e al suo coraggio, Israele ha sempre saputo che una società vive e resiste soltanto grazie a quello che, in burocratese, chiamano “risorse umane”: i bambini. Israele sta vivendo un baby boom anche dopo il 7 ottobre.
A Eutopia abbiamo smesso di fare figli, di investire in difesa, di credere in qualcosa che non fosse l’indicizzazione delle pensioni. Abbiamo sostituito la politica con il diritto e la sovranità con il regolamento. Abbiamo creato una civiltà che considera la natalità un problema ecologico, la virilità qualcosa di tossico, la nazione un relitto fascista e la guerra qualcosa che succede solo agli altri. Viviamo in un flusso impetuoso di eventi e idee dove un anno dura quanto un secolo. E per gli europei il risveglio ora è tanto più duro perché tardivo. Il declino non era inevitabile. Sarebbe bastato non chiudere il nucleare, non trasformare ogni decisione industriale in un referendum ideologico, non credere che si potesse rimanere una superpotenza regolatoria in un mondo darwiniano. Ma abbiamo scelto diversamente. Abbiamo preferito la purezza morale alla potenza, il consenso al coraggio, la rendita alla responsabilità. Oggi produciamo borse di lusso, mentre la componentistica seria, i chip, le terre rare, le batterie le fanno tutti gli altri, per non parlare dell’energia. Nel 1990 producevamo un quarto dei chip mondiali. Nel 2025 meno del 7 percento. La domanda è come riprendersi da due generazioni europee vittime di naufragio educativo, cretinizzazione digitale, collasso culturale, caos migratorio, comunitarismo islamico, pacifismo da rentier, slogan triti e ritriti riversati nella piastra per waffle dei cliché sociologici e geopolitici. L’Unione europea sembra una nave alla deriva senza motore, timone e bussola, con un equipaggio sull’orlo dell’ammutinamento e ignara che il capitano ha un flûte di champagne in mano mentre il Titanic affonda.
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