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studenti e ayatollah

Oltre le ville di Mojtaba. L'Iran ha costruito un “ecosistema perfetto” in Inghilterra

Giulio Meotti

Gli studenti di almeno 27 università britanniche piangono l’ex Guida suprema dell’Iran, mentre una rete di trenta enti di beneficenza è utilizzata per diffondere l’ideologia khomeinista: la nuova edizione della società aperta e dei suoi nemici.

Canti di “Morte al dittatore” rimbombano nei cortili delle università iraniane. Manifestanti dell’Università Shahid Beheshti di Teheran alzano le mani sopra la testa e le agitano per irridere il defunto Ali Khamenei, il cui braccio destro rimase paralizzato in un attentato nel 1981. Alla Sharif University of Technology hanno appeso dei topi giocattolo agli alberi, un riferimento a Khamenei che si nascondeva nei bunker di Teheran. Invece gli studenti di almeno 27 università britanniche hanno pianto l’ex Guida suprema dell’Iran.

La Henry Jackson Society rivela il sostegno alla Repubblica islamica nelle facoltà del prestigioso “Russell Group”, come Cambridge, l’University College London o Edimburgo. “Condoglianze per il martirio di Khamenei”, si leggeva nelle pagine studentesche. Altre università hanno organizzato veglie per l’ayatollah

Secondo Emma Schubart, ricercatrice presso la Henry Jackson Society, “è straordinario che le associazioni studentesche di almeno 27 università britanniche abbiano apertamente pianto il leader di uno dei regimi più repressivi al mondo”. Queste associazioni fanno parte del soft power iraniano, come la marcia per la Giornata di Gerusalemme a Londra. Una marcia “strettamente legata al regime iraniano”, ha dichiarato Shabana Mahmood ai parlamentari. Il ministro dell’Interno britannico ha approvato la richiesta della Polizia metropolitana di vietare la marcia prevista per domenica e organizzata dalla “Commissione islamica per i diritti umani”, che non c’entra niente con i diritti umani, ma è “un’organizzazione strettamente legata al regime iraniano”. Intanto il Telegraph ieri rivelava che il personale del ministero degli Esteri britannico ha partecipato a una festa presso l’ambasciata iraniana per celebrare la rivoluzione islamica poche settimane dopo che il regime aveva massacrato migliaia di suoi cittadini.

Si è parlato che Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso nei raid e nuova Guida suprema, controlla un pacchetto di proprietà nella capitale britannica per un valore di 250 milioni di euro. Ma è anche peggio. Il regime iraniano ha compiuto uno sforzo sistematico per costruire un’“infrastruttura di soft power” nel Regno Unito attraverso il settore caritativo, ha rivelato Lord Walney nel suo nuovo rapporto pubblicato mercoledì.

Il rapporto di 109 pagine, intitolato “Under Influence: the Iranian Regime’s Abuse of the UK Charity System and the Limitations of Oversight”, analizza diverse organizzazioni caritative che operano nel Regno Unito e i loro collegamenti con il regime iraniano. Una rete di trenta enti di beneficenza con sede nel Regno Unito è utilizzata per diffondere l’ideologia khomeinista, fomentare l’antisemitismo e condurre repressioni transnazionali. Walney ha inoltre stabilito che il Regno Unito fornisce un ecosistema ideale per questo tipo di attività di soft power. L’apertura della sua società civile crea una speciale “vulnerabilità. Alcuni membri della diaspora iraniana evitano di recarsi in alcune zone di Brent, dove hanno sede diverse importanti organizzazioni legate all’Iran.

Uno dei più importanti leader religiosi in Iran che ha appena emesso la fatwa per vendicare l’ayatollah Khamenei ha ricevuto un sussidio di quindicimila sterline per la “tolleranza religiosa” dal Brent Council britannico. L’ayatollah Shirazi, una delle figure religiose più importanti in Iran, ha aperto un ufficio in Harrow Road a Londra, chiamato Babul Murad Centre. Tramite il centro, Shirazi gestisce anche un’organizzazione nel Regno Unito, l’International Islamic Link, che ha ricevuto un finanziamento dal Brent Council, un ente di Londra, per promuovere la “tolleranza religiosa”. Aveva ragione il grande critico culturale australiano Clive James quando attaccò gli occidentali “che non sanno distinguere Karl Popper da Mary Poppins”. E così ora siamo alla nuova edizione della società aperta e dei suoi nemici.

 

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  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.