L'altro asse

Gli accordi in armi fra Riad e Kyiv

Micol Flammini

Nel Golfo si stravolge la bugia russa dell’Ucraina mendicante. Zelensky parla molto bene la lingua del medio oriente fra affari e ambiguità

Nel maggio del 2023, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, accolse il vertice della Lega araba a Gedda. Tutte le attenzioni erano su due invitati. Un riammesso e un ospite inatteso. Per la prima volta la Lega araba riapriva al dittatore siriano Bashar el Assad (il riammesso)  e fra gli scranni dedicati a emiri, presidenti e primi ministri, si sedette Volodymyr Zelensky (l’inatteso). Assad e Zelensky nella stessa assemblea erano il risultato della politica regionale di Bin Salman, accostarli voleva dire mostrare anche la vastità delle relazioni saudite, pronte a muoversi fra chi scelse la Russia per una guerra contro il suo popolo e chi la combatte per mantenere la libertà del proprio paese. Assad è fuggito a Mosca, dopo essere stato cacciato dalla rapida avanzata delle forze Hayat Tahrir al Sham dell’attuale presidente Ahmed al Sharaa, che ha in Bin Salman il suo alleato, protettore, promotore. 


Zelensky invece è ancora il presidente dell’Ucraina, continua ad avere rapporti con il principe ereditario saudita, che finora ha donato a Kyiv 400 milioni di dollari in aiuti non militari e ora potrebbe concludere accordi milionari per accaparrarsi  armi ucraine. Se Bin Salman ha investito  è perché ha visto il potenziale dell’Ucraina e ora che deve proteggere le sue infrastrutture energetiche, che deve respingere gli attacchi dei droni Shahed mandati dall’Iran, ha chiesto l’intervento diretto di Kyiv. 


Gli esperti dell’Ucraina sono andati in medio oriente, Zelensky ha mandato il suo capo negoziatore Rustem Umerov, che ha visitato gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. La missione è quella di parlare delle tecnologie ucraine e stabilire aree di cooperazione. Secondo il Wall Street Journal, la più grande compagnia petrolifera del mondo, Saudi Aramco, sta negoziando direttamente con aziende ucraine come SkyFall e Wild Hornets per la produzione di droni intercettori e con Phantom Defense per sistemi di guerra elettronica. Gli Shahed hanno colpito il territorio dell’Arabia Saudita,  prendendo di mira anche le raffinerie di petrolio. Per intercettare i missili, che comunque per gli iraniani iniziano a essere merce rara, i sauditi e tutti gli stati del Golfo contano sui Patriot o sul sistema Thaad, dopo oltre una settimana hanno capito che la proporzione fra missili intercettori e droni non era sostenibile. I droni si muovono a sciami e la Repubblica islamica li produce con più facilità e rapidità rispetto ai missili, inoltre costano 30 mila dollari e non vale la pena abbatterli con intercettori da milioni di dollari. Per i paesi del Golfo, la soluzione immediata è stata parlare con Zelensky, chiedere aiuto e iniziare a negoziare acquisti che per l’Ucraina possono essere milionari. 


Dopo il vertice di Gedda del 2023, Bin Salman ha continuato a coltivare i suoi rapporti con gli ucraini, ha offerto di ospitare i negoziati con la Russia, ha tenuto sotto osservazione le innovazioni di Kyiv. E quando il suo alleato al Sharaa  marciava verso Damasco per cacciare Assad, è probabile che Bin Salman sapesse che una squadra di ucraini era andata in Siria per insegnare  come usare prototipi di droni contro le armi russe nelle mani del regime siriano. Si trattava di un aiuto irrisorio, ma in questi contesti il simbolismo ha un valore da non sottostimare. Fu il Washington Post a raccontare come venti uomini della squadra Khimik dell’intelligence militare ucraina (Gur), esperti in sabotaggi e operazioni dietro le linee russe, avessero portato in Siria centocinquanta droni. Le ambiguità non mancano, Bin Salman e al  Sharaa continuano a parlare con i russi, ma l’intervento contro l’Iran, per gli ucraini, offre anche l’opportunità di scalfire  un topos della guerra in Ucraina  creato da Mosca e che impone gli ucraini come poveri e mendicanti e i russi come imprescindibili in ogni contesto per fare affari.   La guerra in medio oriente ha messo l’Ucraina nella condizione di condividere e vendere le sue armi. 
Gli iraniani hanno regalato ai russi la capacità di costruire droni, i russi li hanno migliorati, corretti, resi più potenti e hanno condiviso alcune modifiche con Teheran. I paesi del Golfo oggi si devono difendere da quei velivoli, contro cui soltanto Kyiv ha dimestichezza. Ora ha subìto un’accelerazione, ma l’interesse del  Golfo per  Kyiv dura da tempo, tanto che il conglomerato emiratino della difesa Edge a inizio anno aveva firmato un accordo per l’acquisto del 30 per cento del capitale di Fire Point, l’azienda che produce i Flamingo. 
L’Ucraina possiede la cura per il medio oriente, anche perché Mosca continua a condividere molto con Teheran. Ieri alla domanda se Vladimir Putin stesse aiutando l’Iran, il presidente americano, Donald Trump, ha risposto: “Un pochino”. E poi ha aggiunto: “In tutta onestà”. Questa non è ambiguità, come nel caso dei sauditi che mantengono affari con tutti, suona come una scelta di campo: quello del nemico che aiuta il tuo nemico. 

  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)