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l'intervista

La crisi del petrolio è in realtà una grossa opportunità per il Golfo

Fiammetta Martegani

"Combinando queste due oleodotti, Riyadh ed Abu Dhabi potrebbero mitigare gli effetti di una chiusura dello Stretto di Hormuz e creare un cambiamento di paradigma. Un'opportunità non solo economica, ma anche geopolitica", dice Amit Mor, co-ceo di Eco Energy ed esperto internazionale di economia energetica

Tel Aviv. A fronte del conflitto in corso con Stati Uniti e Israele, la nuova strategia della Repubblica islamica sembrerebbe quella di esercitare pressione economica su Washington con la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il mercato energetico mondiale. Il Foglio ne ha discusso con Amit Mor, co-ceo di Eco Energy e docente alla Reichman University, esperto internazionale di economia energetica e consulente di numerose multinazionali e istituzioni finanziarie, tra cui la Banca mondiale. “L’obiettivo iraniano è quello di rendere il costo della guerra insostenibile per Washington, provocando un forte aumento dei prezzi del petrolio e costringendo così la Casa Bianca a interrompere gli attacchi aerei. Dallo Stretto di Hormuz, infatti, passano 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto del consumo globale. Una chiusura, anche temporanea, di questa via marittima, avrebbe conseguenze enormi sui mercati energetici. Il prezzo del petrolio è già salito di oltre cento dollari al barile, con un incremento del 20 per cento. Lo stesso Trump ha riconosciuto che i prezzi potrebbero salire, nel breve periodo. Ma ha anche dichiarato di aspettarsi una successiva discesa, sostenendo che l’operazione militare permetterà di eliminare una grave minaccia globale, con i mercati controllati, per decenni, dal triangolo tra Iran, Venezuela e Cina”, dice Amit Mor.

In questo complesso scenario assume un ruolo cruciale l’Arabia Saudita, grazie all’oleodotto Est-Ovest: “Un’infrastruttura lunga circa 1.200 chilometri che attraversa la penisola arabica dal Golfo Persico al Mar Rosso, costruita circa 45 anni fa, proprio per affrontare un’eventuale crisi nello Stretto”, spiega il docente. “Il problema è che la capacità di questo oleodotto è limitata: circa 5 milioni di barili al giorno, una quantità significativa ma comunque molto inferiore rispetto ai volumi che transitano nello Stretto. A meno di affiancarsi a un secondo percorso alternativo: l’oleodotto degli Emirati Arabi Uniti che collega i campi petroliferi al porto di Fujairah, sul Golfo di Oman, con una capacità di circa 2 milioni di barili al giorno. Combinando queste due infrastrutture, Riyadh ed Abu Dhabi potrebbero mitigare gli effetti di una chiusura dello Stretto e, cosa ancora più importante, creare un cambiamento di paradigma”. 

Tuttavia, l’efficacia di questa strategia dipenderebbe soprattutto dalla capacità dei porti di gestire l’improvviso aumento del traffico petrolifero, “non solo in termini di volume del gas e dei suoi derivati, ma soprattutto in termini di distribuzione”. Per Amit Mor “attualmente circa 25 superpetroliere hanno già cambiato rotta dirigendosi verso i nuovi terminali di carico. Si tratta di un’operazione logistica straordinaria, ma che richiede molto tempo. Per questo, parallelamente, gli Stati Uniti, per evitare una crisi dei mercati, dovrebbero riuscire a concludere il conflitto in breve tempo. Per ora, proprio mentre l’Iran spera di logorare il nemico giocando sul tempo, l’aumento dei prezzi del petrolio ha già spinto Trump a un cambio di strategia, lasciando intendere che la fine del conflitto è più vicina del previsto”. E va ricordato che l’aumento  dei prezzi del petrolio, se corretti per l’inflazione, restano ancora inferiori ai picchi storici: i 139 dollari al barile raggiunti nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina equivarrebbero oggi a circa 157 dollari, mentre il record del 2008 corrisponderebbe a oltre 200 dollari. Secondo il docente “il vero rischio per l’economia globale potrebbe emergere se i prezzi dovessero rimanere elevati per un lungo periodo. Ma nel lungo periodo, saremo sempre più dipendenti da forme di energie alternative di cui Israele, peraltro, è leader nel settore e per questo un ponte, cruciale, tra i paesi del Golfo e gli Stati Uniti, attraverso gli Accordi di Abramo. Oggi Arabia Saudita ed Emirati si trovano di fronte a una grande opportunità non solo economica, ma anche geopolitica. Ma anche di fronte a un rischio: deviando il petrolio attraverso rotte alternative, infatti, stanno contribuendo a stabilizzare il mercato globale e aiutando Washington. Tuttavia, questo potrebbe esporli a possibili ritorsioni militari da parte di Teheran, con ulteriori attacchi contro, porti e luoghi strategici in quella che è ormai diventata la battaglia degli oleodotti”.