L'Ayatollah Khomeini a Neauphle-le-Château nel 1978 (foto LaPresse)

il racconto

A Neauphle-le-Château, col fantasma di Khomeini

Mauro Zanon

Viaggio nel villaggio francese da cui l'imam sciita con i suoi discorsi guidò la Rivoluzione islamica in Iran 

Neauphle-le-Château. Alla fine degli anni Settanta, per 122 giorni, Neauphle-le-Château fu il centro del mondo. E’ da questo pacifico borgo a sud-ovest di Parigi, tra le sue case a graticcio e i giardini ben curati, che un anziano imam sciita iraniano, a cinquemila chilometri da Teheran, orchestrò la Rivoluzione islamica, la mobilitazione che portò alla caduta dello Scià Mohammed Reza Pahlavi e all’ascesa di una feroce teocrazia islamista: l’ayatollah Ruhollah Khomeini. In una piccola casa messa a disposizione da un suo connazionale, con la benedizione delle autorità francesi e degli intellò di Saint-Germain-des-Prés, Khomeini organizzò la presa del potere che gli avrebbe permesso di governare l’Iran per dieci anni. Fino alla sua morte. “Riteneva che la Francia fosse un paese in cui gli intellettuali di sinistra e i media erano molto favorevoli alle rivoluzioni”, ha detto al Journal du dimanche il giornalista Emmanuel Razavi, autore del libro “Paris-Téhéran, le grand dévoilement” (Cerf).

     

Per la Francia, che accolse a braccia aperte Khomeini dopo l’espulsione dall’Iraq di Saddam Hussein in cui era stato in esilio, l’ospitalità concessa all’ayatollah serviva a proporsi come la nuova potenza amica dell’Iran, con l’obiettivo di beneficiare dell’abbondanza del petrolio iraniano. Per Khomeini, Parigi era il megafono perfetto per compattare la umma contro Pahlavi e gli intellettuali francesi, utili idioti del suo progetto rivoluzionario. L’imam sciita, il “mago nero” dell’Iran dei mullah, organizzò metodicamente la mobilitazione contro lo Scià, trasformando la sua dimora di Neauphle-le-Château nello studio di registrazione da cui i suoi sermoni venivano distribuiti in massa in Iran. I discorsi venivano registrati, copiati su cassette audio e inviati clandestinamente a Teheran. Le registrazioni circolavano nelle moschee e nelle università iraniane, alimentando un movimento di protesta già potente. Ma niente sarebbe stato possibile senza la complicità dell’occidente.

     

L’allora presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing, assieme all’omologo Carter, al primo ministro britannico Callaghan e al cancelliere tedesco Schmidt, decisero durante un vertice in Guadalupa di mollare lo Scià in ottica anti sovietica e puntare su Khomeini. Michel Foucault, sul Corriere della Sera, definì Khomeini “un vecchio santo in esilio a Parigi”, André Fontaine, direttore del Monde, paragonò Khomeini a Giovanni Paolo II in un articolo intitolato “Il ritorno del divino”, mentre Libération celebrò “l’ayatollah sotto il melo” che dalla banlieue parigina disegnava un nuovo futuro per il suo paese. 

   

I leader occidentali pensavano di accompagnare una transizione politica controllata: contribuirono invece a insediare al potere un regime che si sarebbe rapidamente rivoltato contro di loro, che avrebbe promosso l’odio anti occidentale come pratica di stato. Gli intellò della gauche parigina erano convinti di aver trovato il nuovo liberatore degli iraniani: presero invece l’ennesimo abbaglio, come con Mao e Pol Pot. Khomeini si rivelò subito uno spietato dittatore, che soffocò ogni forma di opposizione, qualsiasi anelito di libertà. “La solita gauche caviar, sempre alla ricerca di nuovi santini”, sospira un settantenne seduto al Café des sports, situato sulla piazza principale di Neauphle-le-Château. Come Battiato che in “Up Patriots to Arms” cantava: “L’ayatollah Khomeini per molti è santità: abbocchi sempre all’amo”.

   

Le strade di Neauphle, solitamente tranquille, furono invase da giornalisti provenienti da tutto il mondo dopo che i telegiornali francesi annunciarono il 13 ottobre 1978 che un ayatollah si era appena stabilito in questo comune di tremila anime del dipartimento delle Yvelines. Oltre alla stampa, numerosi studenti iraniani residenti in Europa, in particolare in Germania, si recavano regolarmente a Neauphle per incontrare il leader religioso. Che occupava due edifici sulla route de Chevreuse: uno per il riposo, l’altro per la preghiera. Quest’ultimo, oggi, non esiste più. Situato al 23 della route de Chevreuse, fu fatto saltare in aria dagli oppositori iraniani del regime dei mullah. “Il terreno è rimasto vuoto da quando i monarchici iraniani fedeli allo Scià hanno fatto esplodere il piccolo edificio che si trovava al civico 23, dove Khomeini aveva installato la sua tenda-moschea bianca a strisce blu”, racconta al Foglio lo storico Marc Leroy, guardiano della memoria di Neauphle.

   

Il cancello verde del civico 23 di Route de la Chevreuse è chiuso. Ma oltre la staccionata si vede ancora la cornice di legno del pannello commemorativo che era stato installato nel 2017 nel luogo in cui Khomeini pregava e riceveva: un luogo che è diventato negli anni una vera e propria meta di pellegrinaggio da parte dei nostalgici della Rivoluzione iraniana. Ogni 1° febbraio, anniversario del ritorno trionfale dell’ayatollah in Iran su un volo Air France, centinaia di pellegrini iraniani si danno infatti appuntamento per celebrarlo all’interno di una grande tenda bianca installata per l’occasione: una riunione organizzata dall’ambasciata iraniana in Francia. “Il nome di Neauphle-le-Château è impresso per sempre nella storia delle relazioni franco-iraniane. Il popolo iraniano ricorderà per sempre l’ospitalità del popolo francese e l’accoglienza riservata all’imam Khomeini, Guida suprema della Rivoluzione islamica e fondatore della Repubblica islamica dell’Iran. Durante il suo soggiorno di quattro mesi, l’imam Khomeini, continuando la sua lotta attraverso discorsi, interviste e registrazioni audio, guidò la Rivoluzione islamica in Iran e l’11 febbraio 1979, dieci giorni dopo il suo trionfale ritorno a Teheran, il mondo intero fu testimone della vittoria della Rivoluzione islamica in Iran”, si legge nella targa commemorativa. O meglio si leggeva. Perché il pannello è stato vandalizzato e smontato nel 2023 dagli oppositori del regime dei mullah sull’onda delle proteste del movimento Donna, Vita, Libertà per la morte della studentessa Mahsa Amin. 

   

Ma chi sono i proprietari del terreno incolto dove quasi cinquant’anni fa è nato il mito del “vecchio saggio” che aveva preparato la Rivoluzione islamica sotto un melo? Secondo le informazioni raccolte da Libération in un’inchiesta del 2023, si tratterebbe di una coppia franco-iraniana: Colette F., una francese convertita all’islam tuttora in vita, e Asghar Asgari Khaneghah, specialista di antropologia biologica e appassionato di poesia francese, morto nell’aprile del 2022. Fu Giscard D’Estaing, ad ogni modo, a stendere i tappeti rossi al leader religioso, nonostante le riserve dei servizi segreti francesi che ritenevano pericolosa la sua presenza sul territorio e raccomandavano l’Italia o l’Algeria come destinazione. Khomeini, che non aveva bisogno di visto per entrare in Francia poiché l’Iran era considerato un paese amico, atterrò all’aeroporto di Parigi-Orly il 6 ottobre del 1978, accompagnato dal figlio, dal nipote e da due amici: barba grigia, turbante nero, toga marrone e sandali. L’incubo di Khomeini era quello di essere fotografato assieme alla Tour Eiffel, il simbolo di Parigi, “citta del sesso, dell’alcol, di ogni sorta di piacere, il contrario di una città religiosa”, come sottolinea Abolhassan Bani Sadr, il primo presidente della Repubblica islamica dell’Iran (1980-1981), nel documentario “France-Iran: liaisons dangeureuses”. A bordo di una Peugeot 504, Khomeini venne accompagnato in una casa popolare appartenente a uno studente iraniano a Cachan, nel Val-de-Marne, dove alloggiò una settimana. Il 13 ottobre, con la stessa Peugeot 504, venne trasferito in un tranquillo villaggio delle Yvelines, che nel giro di poche settimane sarebbe diventato il punto di convergenza di tutti i musulmani sciiti di Francia e, successivamente, d’Europa: Neauphle-le-Château. La capitale del Grand Marnier, il celebre liquore a base di cognac e essenze d’arancia, si trasformò nell’avamposto territoriale dell’Iran dei mullah, e quel piccolo prato sulla strada per Chevreuse dove Khomeini aveva installato la sua tenda-moschea simboleggiò un pezzetto di occidente conquistato dalla Repubblica islamica. 

   

“Da un giorno all’altro, a Neauphle, abbiamo visto spuntare donne con lo chador ovunque. Erano tutte qui per Khomeini. Andavano in pellegrinaggio al 23 della route de Chevreuse. Aspettavano diverse ore davanti al cancello d’ingresso, anche solo per incrociare il suo sguardo”, ci racconta un’abitante che preferisce mantenere l’anonimato. Il fotografo Ferdinando Scianna, che lo aveva incontrato a Neauphle mentre lanciava le ultime cannonate mediatiche che preludevano al crollo dello scià, ricorda le riunioni con i giornalisti come dei “teatralissimi rituali” in cui la preghiera si mescolava con la conferenza stampa e “i metallici occhi” di Khomeini, che non erano azzurri come si diceva nella maggior parte dei resoconti giornalistici dell’epoca, ma marroni. “Anch’io mi ricordo dei suoi occhi, glaciali e crudeli”, ci dice l’abitante, che aveva 38 anni all’epoca in cui il capo spirituale e rivoluzionario dell’Iran dei mullah si era stabilito a Neauphle. “Non parlava una parola di francese e non aveva nessun contatto con gli abitanti del nostro comune. A volte veniva al mercato con la sua ‘smallah’, la sua cerchia ristretta, i suoi servitori vestiti di nero, ma rientrava rapidamente nel suo padiglione”, aggiunge. 

   

La stampa implorava i consiglieri di Khomeini per pochi preziosi minuti di intervista. Il giornalista iraniano Amir Taheri stima che non meno di duecentomila iraniani si riversarono a Neauphle tra l’ottobre del 1978 e il gennaio del 1979. In Iran, molte strade portano il nome di Neauphle-le-Château (in farsi Nofel-Loshato), tra cui quella in cui si trova l’ambasciata di Francia a Teheran, ma “preferiremmo essere associati a un altro ospite illustre che nella metà del Ventesimo secolo ha scelto come luogo di residenza il nostro piccolo comune, ossia la scrittrice Marguerite Duras”, ci dice un’altra abitante, che considera il passaggio di Khomeini un epifenomeno nella storia di Neauphle. Davanti alla casa di Duras, oggi abitata dal figlio, un signore che lavora come carrozziere a Neauphle ci chiede se siamo venuti per lei, per raccontare il luogo in cui scrisse il romanzo che le fece vincere il Goncourt nel 1984, “L’Amant”. E quando gli diciamo che siamo lì per raccontare il soggiorno di Khomeini a Neauphle e i contorni di quell’epoca nei ricordi degli abitanti, sullo sfondo dei recenti attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran che hanno portato alla morte del suo successore Ali Khamenei, ci risponde così: “Ero giovanissimo e abitavo nel comune adiacente di Jouars-Pontchartrain. Ma non potrò mai dimenticare il boato delle esplosioni del febbraio 1982 e la schiera di gendarmi che bloccò la route de Chevreuse”. Il fantasma di Khomeini non se n’è mai andato.

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