Ansa
le motivazioni
La minaccia dell'Iran e il senso di una guerra preventiva, spiegate dal fratello di Netanyahu
Iddo Netanyahu, medico e scrittore, spiega i motivi dell'intervento militare contro il regime iraniano: "Stavano progettando di costruire sia le armi nucleari sia i missili balistici in profondità, dove nessuna bomba avrebbe potuto penetrare. Non avevamo altra scelta che agire. Europa? Preferisce ignorare il problema
Roma. Come il primo ministro Benjamin e l’eroe di Entebbe Yoni, anche Iddo Netanyahu, medico e scrittore, ha servito nell’unità di élite dell’esercito israeliano Sayeret Matkal. Lo raggiungiamo al telefono per capire meglio, da una prospettiva interna a Israele, le ragioni dell’attacco all’Iran. Gli chiediamo come mai proprio in questo momento. “Dopo la guerra di giugno, abbiamo scoperto che l’Iran non solo stava riavviando il proprio programma nucleare ma, in particolare, il programma di missili balistici che sono in grado di portare delle testate da mezza tonnellata. E stava sviluppando un piano per costruire decine di migliaia di questi missili. Riesci a immaginare cosa potrebbe succedere se questi missili colpissero per esempio Tel Aviv? Diciamo che ne lancino mille in una volta. Se Iron Dome riuscisse a intercettarne il novanta percento, e non è detto che ci riesca vista l’enorme quantità, il dieci percento rimanente causerebbe una distruzione indicibile”. “Potevamo accettare di vivere sotto una simile minaccia? Ora stavano progettando di costruire sia le armi nucleari sia i missili balistici in profondità, dove nessuna bomba avrebbe potuto penetrare. Non avevamo altra scelta che agire. Così come ha fatto l’America. La sua leadership sa che l’Iran stava lavorando alacremente allo sviluppo di missili balistici intercontinentali in grado di raggiungere le loro coste e comprende molto bene anche il fanatismo del regime iraniano, capace di uccidere oltre 30.000 dei propri cittadini in due giorni perché stavano protestando per le strade”. Guardando la situazione da fuori, in particolare dall’Europa, molti criticano l’idea della guerra preventiva, come se non ci fosse stata una minaccia immediata, oltre al fatto che erano in corso dei colloqui tra Stati Uniti e Iran per trovare un punto di contatto. “Nel 1973, nella guerra del Kippur, non abbiamo attaccato preventivamente perché Kissinger ci chiese di non farlo, e fu un errore che ci è costato enormemente caro. E ci è servito da lezione. L’Iran ha dichiarato più volte la sua intenzione di distruggere Israele e stava facendo tutto quanto era in suo potere per farlo. Non potevamo aspettare il loro diluvio di missili balistici. E così abbiamo agito. Abbiamo aspettato fino all’ultimo momento per non ostacolare le negoziazioni portate avanti dagli Stati Uniti. Ma come sapevamo, l’Iran voleva solo guadagnare tempo, ha rifiutato di rinunciare ai suoi programmi nucleari e missilistici, e le negoziazioni sono fallite”.
Osservando Israele, in questo momento, contro l’Iran, appare come uno stato molto unito, che si muove quasi con una sola voce. Tutte le divisioni politiche sembrano essere state messe da parte in questo sforzo comune contro un nemico mortale. “Assolutamente, destra e sinistra sono unite in questo attacco contro l’Iran. Per quanto la sinistra sia contraria al governo e al primo ministro, in questo sforzo bellico di difesa preventiva il paese è unito. Sappiamo tutti che ne va della nostra sopravvivenza. Certo ci sono sempre delle frange estremiste, ma non hanno influenza”.
Un altro aspetto della questione che spesso non viene ben compreso, è la ragione per cui l’Iran sia così interamente ossessionato da Israele. Come se fosse disposto a distruggersi pur di distruggere lo stato ebraico. “L’Iran non è ossessionato solo da Israele, ma dall’intero occidente di cui Israele è la propaggine più prossima. L’Iran è governato da un’ideologia islamica estremista e fanatica che sostiene che il mondo intero debba essere governato dall’islam. Per loro, Israele è un caso estremo che deve essere distrutto, perché gli ebrei sono riusciti a stabilire il loro dominio su una piccola parte di quello che considerano territorio musulmano, e per loro è intollerabile. Per questo deve essere spazzata via dalla faccia della Terra. E’ forse una prospettiva con cui è possibile dialogare? Voi che fareste se aveste uno stato enorme come l’Iran alle vostre porte che di continuo non solo minaccia ma lavora attivamente per spazzarvi via? L’accettereste? Cosa fareste se questo stato finanziasse continuamente gruppi di terroristi che cercano di sterminare il vostro popolo? Beh, non abbiamo alcuna intenzione di essere annientati”. E’ opportuno ritornare su una questione che per chi osserva da qui è centrale: l’Europa e la comprensione della situazione. “L’Europa capisce tutto questo, così come conosce bene il pericolo che corre essa stessa, ma preferisce ignorarlo o fingere che il problema non esista. O forse alcuni credono che in qualche modo scomparirà. Non sarà così, almeno finché non si farà qualcosa per eliminarlo. Fortunatamente per l’Europa, Israele sta facendo qualcosa al riguardo, visto che l’Europa non lo sta facendo. I leader europei dovrebbero inviarci fiori con biglietti di congratulazioni invece che le loro condanne”.
In compenso il rapporto di Israele con i paesi arabi è molto migliorato negli ultimi anni, e ora sembra quasi che combattano dalla stessa parte. “Beh in parte sì perché c’è una violenta animosità storica tra i paesi arabi, che sono quasi tutti sunniti, e l’Iran che è sciita e che tende a voler dominare la regione. Quindi viene avvertito come una minaccia, in particolare dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Questo, e ovviamente il timore che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari, è il motivo per cui alcuni paesi arabi si sono avvicinati a Israele, chiedendoci di proteggerli. Alcuni apertamente, altri diciamo in segreto”. Se l’Iran cade, si potrebbe essere ottimisti e pensare che diventi l’ultimo pezzo del puzzle che può dare vita a un medio oriente in pace. “La pace è una condizione temporanea per un posto strutturalmente instabile come il medio oriente. Però di sicuro aiuterebbe a creare una stabilizzazione della regione come mai c’è stata prima. E già questo sarebbe un enorme passo avanti. Però bisogna tenere presente che la maggior parte dei paesi arabi è governata con il pugno di ferro e spesso la popolazione al suo interno ha dei riflessi e dei pregiudizi che non possono essere controllati in eterno, che possono portare nuove destabilizzazioni. In molte fasce della popolazione araba, l’antisemitismo e l’antisionismo sono molto forti e diffusi, quindi non è detto che i governanti riusciranno sempre a gestire questi sentimenti. Bisognerebbe deradicalizzare la cultura di quelle popolazioni, come hanno fatto gli Emirati Arabi Uniti. Se ci sarà un cambiamento culturale profondo, allora davvero potrebbe esserci una pace duratura. Ovviamente negli ultimi quarant’anni l’Iran è stato il nostro problema principale e il fattore destabilizzante della regione. Se tornasse a essere uno stato normale, o semi normale, sicuramente ci sarebbe molta più calma in medio oriente”.