Foto Epa, via Ansa
I piani di Erdogan
Con la guerra in Iran, l'asse tra Turchia e Arabia Saudita si è fatta ben più complicata da gestire
Tra nuovi allineamenti regionali e il rischio di escalation contro il regime islamista iraniano, il Medio Oriente entra in una fase di equilibri sempre più instabili
Mercoledì un missile balistico diretto verso la Turchia è stato abbattuto dai sistemi Nato e giovedì l’Azerbaigian ha denunciato un attacco nell’exclave del Nakhchivan in cui è stato danneggiato l’aeroporto. Dopo l’attacco, la linea turca rimane quella di evitare l’escalation e il presidente Recep Tayyip Erdogan ha escluso cambiamenti. Nei paesi del Golfo (Gcc), tuttavia, inizia a emergere la possibilità di reagire agli attacchi iraniani colpendo obiettivi del regime degli ayatollah. Fino a un attimo prima dell’inizio del conflitto, le traiettorie regionali stavano prendendo direzioni diverse. I segnali erano diventati sempre più consistenti: il contraccolpo a livello di opinione pubblica causato dalla guerra nella Striscia di Gaza, assieme alla crescente competizione strategica con gli Emirati Arabi Uniti – resa evidente dal sostegno di Abu Dhabi ai secessionisti yemeniti che ha messo a rischio la tenuta del governo appoggiato da Riad – avevano spinto l’Arabia Saudita a deviare dal percorso di stabilizzazione immaginato dagli Accordi di Abramo. Inoltre, a gennaio Bloomberg ha rilanciato la notizia secondo cui la Turchia era interessata ad aderire al patto di difesa saudita-pakistano, firmato lo scorso settembre. Un riavvicinamento, quello turco-saudita, indice del nuovo ordine internazionale, sempre meno basato su affinità ideologiche e di campo, quanto piuttosto su logiche transazionali.
Nel decennio precedente, i rapporti tra Turchia e Arabia Saudita sono stati segnati da una distanza difficilmente colmabile. La frattura, apertasi con le primavere arabe, quando Ankara sosteneva la Fratellanza musulmana e i movimenti islamisti osteggiati dalle monarchie del Golfo e dai regimi arabi, si era cristallizzata nel 2018 con l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Dal 2020, dopo aver ridimensionato l’appoggio ai movimenti allineati con i fratelli musulmani, la Turchia ha varato una strategia incentrata sulla stabilizzazione regionale che supporta lo status quo, focalizzandosi su commercio, investimenti e infrastrutture. Con i successi diplomatici e militari nei diversi dossier regionali, Ankara è diventata agli occhi dei sauditi un interlocutore centrale per plasmare gli equilibri del medio oriente post 7 ottobre, tanto che oggi i due paesi si trovano dalla stessa parte in molte delle principali contese regionali. Un allineamento che sembra suggerire come la faglia che divideva il mondo sunnita tra sostenitori e avversari della fratellanza musulmana sia ormai in gran parte superata. E la cosa preoccupa Israele. Una settimana prima dell’inizio del conflitto, intervenendo alla Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche, l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito la Turchia “il nuovo Iran”. Bennett ha avvertito del rischio di un asse regionale capace di “circondare Israele”, sostenendo che Ankara stia tentando di allineare l’Arabia Saudita contro lo stato ebraico e di promuovere un fronte sunnita ostile insieme al Pakistan, potenza nucleare. L’emergere di un asse Ankara-Riad veniva infatti letto da molti osservatori come implicitamente contrapposto a quello Israele-Emirati, che negli ultimi mesi si sono mossi in modo sempre più convergente su diversi fronti. “Turchia e Arabia Saudita sostengono stati e governi centrali, mentre Israele e gli Emirati si trovano spesso dalla parte di fazioni separatiste o gruppi secessionisti, come in Somalia, Siria, Yemen e Sudan”, sostiene Gonul Tol, senior fellow del Middle East Institute. Per la Turchia non si tratta dunque soltanto di cooperazione economica o settoriale: riportare l’Arabia Saudita su un asse meno allineato a Israele significherebbe ampliare il proprio spazio di manovra in una fase di transizione regionale segnata da una contesa di lungo periodo con lo stato ebraico. Tuttavia, il perdurare degli attacchi iraniani sta modificando il calcolo dei paesi del Golfo, che potrebbero decidere di rispondere colpendo obiettivi del regime.
Uno scenario di ulteriore escalation preoccupa Ankara anche per un’altra ragione: l’inasprirsi del conflitto potrebbe aprire la strada a una nuova fase, eventualmente anche con operazioni terrestri. Diverse fonti riferiscono che gli Stati Uniti starebbero valutando la possibilità di incoraggiare una ribellione curda per indebolire ulteriormente la tenuta del regime. Per la Turchia, il rischio è quello di assistere a una dinamica simile a quella del 2012, quando il ramo siriano del Pkk approfittò del vuoto di potere creato dalla guerra civile in Siria per costruire un’entità parastatale autonoma nel nord-est, a ridosso dei propri confini.