Foto Epa, via Ansa
L'èra senza ayatollah
Nel Golfo sono tutti d'accordo: la fine del regime in Iran apre a una nuova èra
Il percorso intrapreso per creare un’alleanza tra i paesi arabi sunniti della regione e Israele non si è mai interrotto. E ora il nuovo medio oriente si fa senza gli ayatollah e con lo stato ebraico. Parla Meir Ben Shabbat
Tel Aviv. Nell’incertezza del frangente storico in cui ci troviamo, emerge un dato inequivocabile: il percorso intrapreso per creare un’alleanza tra i paesi arabi sunniti della regione e Israele non si è mai interrotto. “Con questa guerra, i paesi della regione vedono la forza di Israele, le sue capacità militari e audacia, l’eccellente alleanza con gli Stati Uniti; e il tradimento dell’Iran, che non ha esitato ad attaccarli”, dice al Foglio Meir Ben Shabbat, tra gli architetti degli Accordi di Abramo. “Se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti si unissero all’offensiva contro l’Iran, ciò enfatizzerebbe ulteriormente il cambiamento nella struttura di potere regionale”. I risultati finora dell’offensiva Stati Uniti-Israele sono sotto gli occhi di tutti: Gerusalemme ha annunciato una limitata riapertura dello spazio aereo oggi per consentire il rimpatrio di almeno parte dei centomila israeliani bloccati all’estero dall’inizio dell’escalation. La decisione è conseguente alla graduale riduzione di lanci missilistici dall’Iran.
In sole 48 ore, i caccia americani e israeliani hanno guadagnato la sovranità dei cieli nell’Iran occidentale e centrale. Pete Hegseth nel suo briefing ieri al Pentagono ha detto che “in meno di una settimana le due aviazioni più potenti al mondo avranno controllo completo dei cieli iraniani”.
Tre filoni emergono dalla lettura della stampa filosaudita.
Il primo è dedicato a spiegare come il regime iraniano sia un problema per la regione non da ieri, ma dal 1979. “La destabilizzazione regionale, paese per paese, è stata parte integrante dell’approccio della Repubblica islamica fin dal suo insediamento. Uno dei primi atti della rivoluzione fu il rifiuto categorico degli accordi di Camp David tra Egitto e Israele, avvenuti nello stesso anno della vittoria di Khomeini”, scrive l’egiziano Abdel Moneim Said su Asharq Al-Awsat.
Il secondo filone riguarda l’aggressione dell’Iran contro i paesi arabi, “ingiustificata”, “suicida” la definisce il quotidiano saudita Elaph, “la prova che il regime iraniano potrebbe essersi reso conto che la sua èra sta per finire”. Il build-up della delegittimazione di Teheran potrebbe essere preludio a una forma di intervento offensivo da parte dei paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo, nato nel 1991 proprio in seguito all’attacco di Saddam Hussein del Kuwait. Doha ha già partecipato in una qualche misura, lo conferma una nota del portavoce del ministero degli esteri qatarino martedì, che pur sostenendo che il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran, afferma “stiamo esercitando il nostro diritto di autodifesa e deterrenza verso gli attacchi iraniani contro il nostro paese”. Shaul Yannai, esperto di Arabia Saudita dell’Università di Haifa, sostiene che al momento gli Emirati siano più propensi a lasciare il lavoro a Israele e Stati Uniti, soprattutto visto che si trovano sul fronte della rappresaglia iraniana, con lanci di droni e missili superiori a quelli mandati contro lo stato ebraico. Mentre sono i sauditi a spingere per un intervento attivo. “Riad vede questo momento come un’opportunità unica di fare fuori il nemico principale in medio oriente dal 1979, con cui esiste una rivalità teologica di antiche fondamenta. Devono anche dimostrare il loro ruolo di leader del mondo arabo sunnita”. L’attacco iraniano contro i paesi arabi ha avuto l’effetto sorprendente di ricompattare alleati in frizione tra loro anche sul tema Fratellanza musulmana, spostando al momento il Qatar, principale sponsor dell’organizzazione fondamentalista, sulle posizioni dell’asse anti Fratellanza. Nel riposizionamento rimane l’incognita della Turchia, dopo che ieri, sul suo spazio aereo, è stato intercettato dalla Nato un missile balistico. E in particolare, nel momento in cui emerge sempre più predominante il ruolo che le milizie curde potrebbero avere con in Iran. E’ da vedere se, dopo che Ankara ha ottenuto la vittoria in Siria, con l’abbandono del sostegno americano ai curdi, non ostacolerà le fazioni che operano dal Kurdistan iracheno.
Infine, il terzo filone del dibattito arabo, ci riporta a quella che sembra una questione accantonata, ma che rimane centrale: la causa palestinese. Se c’è un consenso che il declino del ruolo dell’Iran apre le porte a un “nuovo medio oriente”, e sul ruolo fondamentale di Israele in questo, si sottolinea in maniera inequivocabile come “l’assenza di un orizzonte politico per la questione palestinese resta il principale ostacolo: la capacità di Israele di trasformarsi in un partner regionale naturale rimane subordinata a un cambiamento nella sua visione politica, non solo nelle sue capacità militari”, come scrive il libanese Sam Mansi. A Fox News, Netanyahu ha di nuovo parlato di “una normalizzazione storica tra Israele e Arabia Saudita che potrebbe diventare fattibile dopo la guerra con l’Iran”. C’è da interrogarsi – e in questo le prossime elezioni israeliane saranno critiche – se esista la possibilità che, dietro allo storico riassestamento delle alleanze mediorientali, vi sia un tacito consenso che il paradigma del conflitto israelo-palestinese è cambiato: non più “terra per pace”, ma “attacco ai Pasdaran per concessioni ai palestinesi”.