La "lista bianca"
Internet in Iran è di nuovo inaccessibile, tranne agli addetti alla disinformazione
Nella bolla del regime soltanto l'un per cento di connessione è stabile. E' il "sistema di filtraggio" ideato dal governo per consentire ai più fedeli di fabbricare e condividere notizie fuorvianti sull'andamento della guerra, e isolare completamente gli iraniani dall'informazione
Da ormai quasi una settimana e a distanza di soltanto un mese dall’ultima volta, gli iraniani sono di nuovo tagliati fuori dalla connessione internet del paese. Il blackout di internet ordinato dal regime iraniano subito dopo l’inizio degli attacchi americani e israeliani di sabato scorso, ieri ha superato le 120 ore, e secondo NetBlocks si starebbe delineando in Iran un ambiente “sempre più orwelliano, con le compagnie telefoniche che minacciano di intraprendere azioni legali con gli utenti che tentano di connettersi alla rete Internet globale”, ha scritto nel suo ultimo aggiornamento su X l’organizzazione che monitora la connettività a internet. Se nei primi giorni dall’operazione una parte del blackout era stata attribuita agli attacchi israeliani alle infrastrutture del paese, è ormai chiara l’intenzione di Teheran di isolare completamente la popolazione dal mondo esterno. Dall’8 gennaio scorso, dopo l’inizio delle proteste contro la svalutazione del rial, per tre settimane gli iraniani erano rimasti senza connessione a internet, il regime era riuscito a impedire per la prima volta anche la possibilità di utilizzare i satelliti di Elon Musk: l’obiettivo era quello di interrompere le comunicazioni interne, impedire alla popolazione non solo di organizzarsi ma anche di informare la comunità internazionale su cosa stesse accadendo all’interno del paese, di diffondere foto e video sulla sanguinosa repressione del regime sui manifestanti e della morte di decine di migliaia di persone.
Dopo venti giorni, il 28 gennaio scorso le restrizioni a internet erano state finalmente allentate, anche se non completamente: molti analisti avevano evidenziato l’accelerazione da parte del regime di un progetto che esiste da tempo, cioè quello di ricalcare un sistema di sorveglianza e di censura online simile a quello della Repubblica popolare cinese, con l’aiuto della Repubblica popolare cinese. Pochi giorni dopo un numero maggiore di informazioni era riuscito a filtrare, anche se l’“allentamento” del blocco di internet sembra in realtà una nuova normalità collaudata dal regime: la rete continua a non funzionare, con un modello simile al “sistema di filtraggio cinese” ma con strumenti “su misura per l’infrastruttura iraniana”, aveva segnalato in un rapporto il quotidiano iraniano Shargh, soltanto una settimana dopo la fine del blackout. Quell’uno per cento di connessione che rimane anche oggi accessibile nel paese, segnalata anche dalle agenzie di monitoraggio come NetBlocks, è riconducibile proprio al “sistema di filtraggio”, una “lista bianca” stilata dal governo che consente a pochissimi eletti nel paese, i più fedeli e funzionali al regime, di continuare a utilizzare internet, con un compito: disinformare.
Più che impedire agli iraniani di organizzarsi, da sabato scorso l’obiettivo degli ayatollah è quello di isolare gli iraniani dalle notizie esterne, colmare il vuoto informativo, la “nebbia della guerra” con propaganda, disinformazione e campagne di influenza su come sta procedendo il conflitto. Secondo un’analisi pubblicata lunedì dal centro di monitoraggio NewsGuard, le immagini e video raccolti sui social media e riconducibili a influencer pro iraniani ritrarrebbero un Iran vincitore: soltanto poche ore dopo le prime notizie degli attacchi americani, su X è comparsa l’immagine di una portaerei che affondava, insinuando fosse la corazzata USS Abraham Lincoln nel Mar Arabico: era in realtà un’immagine della USS Oriskany, affondata quasi vent’anni fa. Un altro video ritraeva un edificio della Cia a Dubai in fiamme dopo essere stato colpito da un missile iraniano, che in realtà riguardava un incendio in una torre residenziale in un’altra città nel 2015. Un account collegato all’esercito iraniano ha condiviso con un post la notizia che nei combattimenti sarebbero stati uccisi o feriti 560 americani, ricondivisa anche dalle agenzie statali russe. Alcune immagini per corroborare la tesi secondo cui l’esercito iraniano sia in vantaggio sono state evidentemente manipolate dall’intelligenza artificiale, come il video di un grattacielo in Bahrein in fiamme dopo i raid aerei iraniani, poi rimosso dopo la dimostrazione che fosse stato generato dall’AI, e un altro di un incendio sull’ambasciata americana in Arabia Saudita. Milad Alavi, un giornalista iraniano, mercoledì ha scritto su X: “Questo tweet è stato inviato tramite un file Open Vpn dopo 6 ore di lavoro e aver provato più di 59 collegamenti V2ray e con l’aiuto di un mio amico. Siamo lasciati all’oscuro e sulla tv statale, l’Iran è sul punto di conquistare Tel Aviv e Washington”.