Ansa
lo scenario
Il regime soffia sulla paura della guerra civile in Iran. La fase più difficile dopo le bombe
Le argomentazioni degli ayatollah si basano sull'idea che Stati Uniti e Israele usino la parola libertà per mettere in ginocchio la Repubblica islamica, minacciando anche l'integrità territoriale iraniana. L'ipotesi di armare i militanti curdi pronti a entrare in azione
Roma. Mentre su Teheran piovono le bombe l’unica argomentazione del regime che seguita ad avere una qualche consistenza, tanto in chi lo avversa tanto in chi lo sostiene, è lo spauracchio della guerra civile, l’idea che Stati Uniti e Israele stiano sfruttando lo scintillio della parola libertà per mettere in ginocchio la Repubblica islamica, e che, per raggiungere questo scopo, siano buone tutte le strategie, inclusa quella che porta dritto alla dissoluzione dell’integrità territoriale iraniana. La notizia, diffusa dalla Cnn in questi giorni, secondo la quale la Cia avrebbe armato gruppi di militanti curdi iraniani che si preparerebbero a entrare in azione soffia sul fuoco di queste paure e incide sulla percezione della guerra e sul significato che potrebbe assumere, un giorno, la parola pace. Il mese scorso cinque gruppi politici curdi (iraniani) si sono uniti in una coalizione, ognuna di queste formazioni conduce da anni una guerra a bassa intensità contro il regime, possiede un’ala militare e conta migliaia di membri nel Kurdistan iracheno. L’operazione in territorio iraniano potrebbe essere condotta dal Partito democratico del Kurdistan iraniano. Il suo leader, Mustafa Hijri ha ammesso che sogna quest’opportunità da sempre. Alcune indiscrezioni ventilano pure il coinvolgimento del Mek, il gruppo islamo-marxista alleato di Saddam responsabile di innumerevoli attentati e quello delle milizie beluci che operano lungo il confine sudorientale.
Si tratta di una questione seria e preoccupante che non ha nulla a che vedere con la nostalgia della grandeur imperiale o con il nazionalismo performativo del regime. L’Iran non è un paese tracciato da potenze coloniali con un tratto di matita, l’identità iraniana ha radici antiche, radici fondate su un patrimonio di valori antecedenti al contatto con l’Europa e alla sua idea di nazione. La sua è una soggettività che si percepisce non per sintesi, ma per accumulazione. Luri, curdi, azeri, persiani, turkmeni, arabi, sono tutti iraniani, che condividono una storia e una lingua franca (il persiano), che conservano le loro specificità, ma si riconoscono sotto l’ombrello di una cultura che è memoria e ricchezza condivisa. Violare questo patto di solidarietà, per la maggior parte degli iraniani significa superare una linea rossa, il regime lo sa e ha già iniziato a cavalcare l’onda dell’orgoglio, a suggerire che “l’asciutto e il bagnato bruciano insieme”, a mettere in guardia che quando arriva, il caos non distingue tra vittime carnefici, travolge e basta.
Il 4 marzo le autorità hanno chiesto alla popolazione di evacuare la città (a maggioranza curda) di Marivan, dopodiché il Kurdistan iracheno è stato raggiunto dal lancio di 230 droni. La speranza dei militanti curdi è che gli iraniani antiregime si uniscano alla battaglia contro la Repubblica islamica. Ma non è affatto garantito. Molti centri dell’Iran nordoccidentale sono abitati non solo da curdi, ma anche da azeri che invece di schierarsi contro il potere centrale, potrebbero mobilitarsi contro gli invasori di là dal confine. “L’obiettivo principale è fare in modo che la Repubblica islamica inizi a perdere il controllo di alcune aree del paese”, ha detto l’esperto di difesa Michael Horowitz. “In questo modo, altre minoranze e l’opposizione più in generale potrebbero essere incoraggiate ad agire. Per alcuni elementi del regime, si potrebbe trattare del segnale che è arrivato il momento di disertare”. Fonti curde iraniane del Foglio a Erbil rassicurano che la maggior parte dei gruppi politici curdi si riconosce nel progetto di un Iran democratico. “Amiamo l’Iran e non vogliamo dividerlo. Non siamo come i curdi iracheni o siriani. Detestiamo il Kumeh (gruppo separatista), anche dal punto di vista culturale e linguistico l’Iran è la nostra casa, le nostre radici sono nelle regioni del Kurdistan (iraniano) e dell’Ilam”. E lo storico Arash Azizi scrive sull’Atlantic che buona parte dei gruppi curdi iraniani più che all’indipendenza punta al federalismo, con alcune eccezioni, però, ad esempio il Pak, il Partito curdo della Libertà, che coltiva il sogno di una repubblica indipendente del Kurdistan. Molto pessimista è invece l’analista della Foundation for Defence of Democracies Behnam Ben Taleblu. Il risultato di una strategia che punta sulle milizie etniche per combattere il regime teocratico sarà quello di trasformare l’Iran in uno stato fallito, dice. E’ dello stesso avviso l’attivista politico iraniano Hossein Ganjbakhsh, persuaso che se percorressero questa strada stati Uniti e Israele commetterebbero un errore madornale. “E’ una ricetta per la guerra civile”. E un’altra fonte del Foglio a Teheran sottolinea amara: “Se armano curdi, arabi e beluci si formerà una coalizione impensabile di monarchici, repubblicani, gente di destra e di sinistra, pro e contro il regime. Ci uniremo tutti per difenderci. E pur di ricacciarli indietro torneremo a gridare Allahu Akbar”.