Il colloquio

Baunov: “Per i russi, la pace giusta è quella che vuole Putin. Ma anche i lealisti iniziano a farsi domande”

Matteo Matzuzzi

"Solo una minoranza vuole issare la bandiera russa a Kyiv". Intervista allo scrittore, diplomatico ed esperto di politica internazionale. "Se ci fossero elezioni democratiche, non parleremmo più di ammettere Putin e il suo partito. Sono forze compromesse, quasi fasciste"

Finirà, prima o poi, la guerra tra Russia e Ucraina? “La saggezza comune dice che ogni guerra finisce. La domanda è se può finire quest’anno con un accordo di pace a seguito di trattative. No, non siamo vicini, nonostante i rapporti ottimistici di entrambe le parti che parlano di progressi”. A rispondere così, in un’intervista al Foglio, è Alexander Baunov, filologo, specialista di politica internazionale moderna, ex diplomatico presso l’ambasciata russa ad Atene, attuale senior fellow al Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino. E’ autore di “La fine del regime. La caduta di tre dittature europee e il destino della Russia di Putin, bestseller edito in Italia dalla Silvio Berlusconi editore.  “Il problema  – dice – è che non siamo più all’inizio della guerra, non è che scambiando qualcosa per qualcosa si troverà la soluzione. Non è più questione di stabilire se l’Ucraina potrà o no accedere alla Nato, se i confini saranno quelli di adesso o quelli dell’èra sovietica, se il grado di indipendenza dall’occidente sarà più o meno ampio.  Questo è chiaro. Il punto è che per Putin bisogna aggiungere altro e quest’altro è innanzitutto una ristrutturazione profonda dello stato ucraino. Non si tratta di ricomprendere Kyiv nella sfera d’influenza russa: anche gli americani avevano una propria sfera d’influenza di cui facevano parte stati che venivano lasciati autonomi rispetto a lingua e costumi. L’obiettivo di Mosca è andare a toccare l’identità ucraina, i veri princìpi culturali di quello stato. E’ la vecchia storia dello stato medievale, delle tre nazioni sotto un’unica guida, il concetto di trinità della nazione russa. L’idea cioè che sia lo stesso popolo con stessi valori, stessa lingua, stesse prominenti figure culturali. Non si tratta insomma di aggiungere un paese alla propria sfera d’influenza: l’obiettivo è più profondo”.

 

Esiste un’opposizione che possa incalzare Vladimir Putin e l’attuale nomenclatura al potere in Russia?
“Non c’è un’opposizione organizzata, Navalny riuscì a creare una rete. Non c’è un partito, non ci sono strutture. C’è solo la gente che si oppone alla guerra, ma è gente che non fa squadra, non c’è un progetto politico. E’ una voce debole, dicono che niente dipende da loro, che non hanno la possibilità di influire. E’ una sorta di fatalismo estremo, che risulta molto comodo quando non si può fare nulla davanti all’invasione di un paese fraterno. Chiariamoci: qui non siamo davanti agli Stati Uniti che attaccano l’Iraq. Gli americani, nel Golfo, non avevano amici o parenti. Qui parliamo di fraternità nel senso più stretto”.

 

Ma quanta parte della società russa è davvero a favore della guerra?
“Oggi, in Russia a favore della guerra fino alla vittoria che comprenda issare la bandiera russa su Kyiv è solo una minoranza. La maggioranza è per le trattative, diciamo il sessanta per cento contro il trenta. Ma quando parliamo della giustificazione della guerra, il risultato è diverso: i risultati sono dubbi. Il settanta per cento non risponde, la gente non si sente sicura di dire cosa pensa. Due terzi degli intervistati, in Russia, non risponde e  il  terzo rimanente risponde ben sapendo che si trova in una dittatura. Quindi emerge una maggioranza artificiale di persone indifferenti ai diritti politici o alla immoralità della guerra. La gente non è interessata. E’ gente che è favorevole alla pace, ma che pensa che la guerra sia giustificata”. 

 

Ma che pace si intende, quando si parla di pace?
“Per la maggioranza, la fine della guerra è la fine che Putin ritiene giusta. Come l’inizio della guerra non è affare nostro – noi non siamo politici, i politici ne sanno di più, hanno più informazioni per aver preso la decisione di invadere, abbiamo il diritto di punire gli ucraini perché ci hanno tradito, se ne sono andati e hanno messo in pericolo la nostra sicurezza – questa maggioranza non crede nella sovranità nazionale ucraina. E questo era un sentimento che era molto diffuso. Quando parliamo di pace, la pace è quella che intende Putin. Il ragionamento è lo stesso: così come lui sapeva meglio di tutti come iniziare la guerra, così lui sa meglio di tutti come finirla. Nonostante dopo quattro anni di guerra i russi non abbiano conquistato neanche un capoluogo regionale e l’unica città grande presa sia Mariupol, che è tutta distrutta. Come in tutte le dittature e in tutti i regimi autoritari c’è un una maggioranza di conformisti che confonde la lealtà alla patria e al paese e al popolo con la lealtà al regime. Questi lealisti sono una maggioranza, non accettano tutto  facilmente, ma col tempo finiscono per cedere: per esempio, questa maggioranza di lealisti ha fatto parecchia fatica ad accettare la riforma costituzionale che ha consentito a Putin di rimanere a vita al potere, ma alla fine l’ha accettato. Anche sulla guerra, all’inizio erano  perplessi, ma poi si sono convinti che fosse necessaria, o che quantomeno ci fosse una logica, una spiegazione razionale”. 


Parliamo della voglia di evitare un’umiliazione?
“E’ un tema che riguarda solo la minoranza patriottica. Gli altri non pensano all’umiliazione: abbiamo la Crimea, Donetsk, Luhansk. Già l’idea che abbiamo deciso di colpire è un successo geopolitico storico perché tutti i popoli del mondo (Cina, India, cioè grandi potenze) hanno visto che noi ci siamo decisi a fare una cosa grande, coraggiosa e quindi già non c’è il tema dell’umiliazione. Per i lealisti quindi il tema non esiste. Per la minoranza nazionalista invece è importante prendere Kyiv, ed è fondamentale per l’appoggio a Putin. In ogni dittatura abbiamo una maggioranza leale al leader, al governo e al paese (tutte queste cose sono unite), ma c’è una minoranza che è leale a un’idea, e questo può risultare pericoloso anche per il leader, che infatti procede con le purghe. E le prime vittime delle purghe sono i lealisti, quelli che hanno un’idea. Abbiamo milioni di russi patrioti, nazionalisti, imperialisti che sono più leali all’idea della vittoria in Ucraina che a Putin stesso: lui può pensare alle trattative, alle sanzioni. Per loro no, la guerra non può essere finita non prima di piantare la bandiera almeno su Odessa e Kharkiv”.

 

Se oggi ci fossero le elezioni libere in Russia, Putin vincerebbe ancora?
“Se ci fossero elezioni democratiche, non parleremmo più di ammettere Putin – e il suo partito – alle elezioni politiche.  Sono forze compromesse, quasi fasciste. In Spagna, durante la transizione pacifica, la Falange spagnola non poté partecipare alle prime elezioni dopo Franco. Non si porrebbe quindi il problema: se c’è Putin non sono elezioni libere. Un dittatore, un criminale di guerra, un assassino di oppositori e giornalisti non potrebbe essere ammesso a elezioni libere. E’ una domanda dell’irrealtà: o sono elezioni libere, o c’è Putin”.

 

E chi potrebbe, nel caso, avere più possibilità di successo?
“Vedo una certa voglia di ritorno a una politica più socialista. Un ritorno non nostalgico verso forze di sinistra, verso temi di giustizia sociale moderna. Con l’elemento patriottico. In ogni caso è una situazione ipotetica: abbiamo un dittatore. Solo nell’ultimo anno abbiamo sospeso due sistemi di comunicazione social, il controllo di internet è ormai a livelli cinesi. Tra i lealisti c’è gente che viene ritenuta agente straniero. Non più solo tra i critici o gli indipendenti, ma proprio nella cerchia dei lealisti. Anche questi, che non sopportano Zelensky e l’Ucraina, iniziano a essere definiti agenti stranieri. Hanno rimosso 250 titoli di libri perché possono essere propaganda lgbt. Tra cui libri classici della letteratura europea, libri moderni russi, pubblicazioni scientifiche. Anche la corrispondenza di Cajkovskij non può essere pubblicata, così come per Michail Kuzmin, poeta del secolo d’argento della poesia russa. Anche in Russia si è deteriorata molto velocemente la situazione rispetto all’inizio del conflitto. Non c’era questa distruzione sociale e culturale. Anche i lealisti iniziano a farsi domande quando vedono che vengono bloccati i canali di comunicazione social”. 

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.