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la svolta

Più mercato e meno sindacati. L'Argentina a un passo dalla riforma del lavoro di cui aveva bisogno

Paolo Rizzo

Il provvedimento è il primo delle grandi mosse che il presidente Javier Milei ha promesso di portare a termine nei due anni di mandato rimanenti. E forse anche il più importante: il mercato del lavoro argentino è profondamente disfunzionale, con solo la metà degli occupati con un contratto regolare

Buenos Aires. Il Parlamento argentino è a un passo dall’approvazione della riforma del lavoro voluta dal presidente Javier Milei. Il provvedimento ha ottenuto prima il via libera del Senato e, pochi giorni dopo, quello della Camera, che lo ha approvato con un articolo in meno rispetto al testo originario. Il testo torna ora al Senato per l’approvazione definitiva. La riforma del lavoro è la prima delle grandi riforme che Milei promette di portare a termine nei due anni rimanenti di mandato. Probabilmente anche la più importante. Innanzitutto perché erode il potere dei sindacati, l’architrave del peronismo. Ma soprattutto perché il mercato del lavoro argentino è profondamente disfunzionale. Il problema non è la disoccupazione, oggi al 6,6 per cento, quanto la qualità dell’occupazione. Gli occupati sono 19 milioni. Di questi, solo 10 milioni hanno un impiego regolare: 6,2 milioni nel settore privato, 3,4 milioni nel pubblico e circa 400 mila autonomi. I restanti 9 milioni sono intrappolati nell’informalità o in condizioni precarie: quasi 7 milioni lavorano in nero, altri 2 milioni sono monotributistas, una categoria assimilabile alla partita Iva, di cui tre su quattro dichiarano redditi inferiori alla soglia di povertà. In altre parole, metà della forza lavoro gode di tutele, contributi e protezione sociale; l’altra metà ne è sostanzialmente esclusa. La frattura si è allargata negli ultimi 15 anni. Dal 2011 la forza lavoro è aumentata di quasi 4 milioni di persone, effetto del trend demografico. Ma il numero dei dipendenti nel settore privato è rimasto stabile intorno ai 6 milioni. L’aumento si è concentrato altrove: circa 800 mila occupati in più nel pubblico, quasi un milione di partite Iva e oltre 2 milioni di lavoratori in nero. Il risultato è un cortocircuito previdenziale e sociale: il sistema si regge su una base ristretta di lavoratori formali chiamata a sostenere una platea crescente di beneficiari. A frenare la formalizzazione dei contratti ha contribuito la cosiddetta industria del juicio, l’industria della causa. Il contenzioso del lavoro è diventato un elemento strutturale del sistema. Oggi risultano aperte circa 640 mila cause a fronte di 6,2 milioni di dipendenti privati: più di una causa ogni dieci lavoratori. Esiste un ampio appoggio popolare a riformare il sistema. Secondo i sondaggi, il 60 per cento degli argentini si dichiara favorevole. Così anche i potenti sindacati hanno dovuto negoziare con il governo.

 

Nel sistema attuale, fino al 6 per cento della retribuzione del lavoratore deve essere versato obbligatoriamente alle casse sindacali, anche se il lavoratore non è iscritto al sindacato. Il progetto originario dell’esecutivo prevedeva l’abolizione dell’obbligatorietà. Si è arrivati a un compromesso: il contributo resta, ma scende a un massimo del 2 per cento. Non si interviene invece su i due pilastri della forza sindacale. Il primo è l’unicato che riconosce a ogni categoria professionale un solo sindacato con piena rappresentanza legale, titolare della contrattazione collettiva e dei diritti sindacali. Il secondo pilastro è la gestione delle obras sociales, ovvero l’assistenza sanitaria integrativa che passa attraverso il sindacato e diventa uno strumento economico e politico. Il cambiamento strutturale più rilevante per i sindacati riguarda la gerarchia della contrattazione collettiva. La riforma attribuisce priorità ai contratti aziendali rispetto ai contratti collettivi di settore. In pratica, un accordo stipulato all’interno di una singola impresa potrà prevalere su quello di categoria. E’ un ribaltamento significativo dell’impianto tradizionale e introduce un principio di maggiore flessibilità e maggiore differenziazione tra imprese e settori, ma anche fra territori in un grande stato federale come l’Argentina. Viene introdotta inoltre la possibilità di essere pagati in valuta estera, elemento non secondario in un paese dove l’inflazione, pur in forte rallentamento, resta attorno al 30 per cento. La giornata lavorativa rimane di otto ore, ma potrà essere estesa fino a dodici. Per gli straordinari, datore e lavoratore potranno concordare volontariamente una compensazione tramite banca ore o riposi compensativi. Vengono inoltre regolati i contratti a tempo parziale. La riforma interviene anche sul diritto di sciopero, fissando percentuali minime di servizio in base al settore. Sono previste poi misure fiscali per favorire l’emersione del lavoro irregolare. Per un anno, inoltre, i datori di lavoro potranno beneficiare di contributi ridotti per ogni nuovo assunto. Infine, per arginare l’industria del juicio, si stabilisce che gli accordi tra lavoratore e datore firmati davanti a un giudice o a un’autorità del lavoro avranno valore di sentenza definitiva, non riapribile. Viene introdotto sistema assicurativo per le indennità di licenziamento, già utilizzato di fatto dalle grandi imprese, pensato soprattutto per le Pmi. Per Milei è una vittoria politica evidente. E’ il primo presidente che riesce ad approvare un riforma del lavoro dal ritorno alla democrazia nel 1983. Ma è anche un passaggio cruciale per l’Argentina. I lavoratori beneficiano di un sistema più flessibile, le proteste di piazza sono state pacifiche e, soprattutto, il testo è stato approvato con un’ampia maggioranza. Quindi con il consenso di una parte dell’opposizione. Qualcosa di impensabile fino a qualche anno fa.

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