LaPresse
Molestie spagnole
Julio Iglesias, Adolfo Suárez, Psoe, Pp e Podemos. In Spagna è tutti contro tutti sulle accuse sessuali
Prima le accuse al fondatore di Podemos Errejón, poi quelle al socialsta Salazar, uomo di fiducia di Sánchez, e infine quelle a Bautista, sindaco dei popolari. I poltici spagnoli dovrebbero tornare al vangelo, dove si ammonisce chi presume di poter scagliare la prima pietra
Madrid. Sul tema della violenza sessuale i politici spagnoli, a destra e sinistra, forse dovrebbero tornare al vangelo. Senza misticismi, solo come buona pratica in materia di procedura penale, laddove si ammonisce chi presume di poter scagliare la prima pietra. Ha cominciato la sinistra radicale femminista, quella di Podemos, a tentare di ribaltare i rapporti di forza tra uomini e donne anche a costo di ribaltare l’onere della prova. Poi però i giudici sono venuti a prendere uno dei fondatori di Podemos, Íñigo Errejón, accusato di violenza sessuale, e a Podemos hanno potuto far finta di niente perché Errejón, eterno rivale dell’altro grande leader, Pablo Iglesias, nel frattempo aveva lasciato il partito.
Intanto, anche i socialisti avevano assunto, nei confronti del sessismo in tutte le sue declinazioni, i toni femministi implacabili e perentori dei vecchi compagni di coalizione. Per questo le accuse a Paco Salazar, uomo di fiducia del primo ministro Pedro Sánchez, sono esplose come una bombola del gas in casa socialista. Salazar aveva ricoperto diversi ruoli accanto al premier, nel Palazzo della Moncloa, e si è scoperto che era stato denunciato dalle compagne, non alla magistratura, ma agli organi preposti dallo stesso Psoe per combattere certi comportamenti sul luogo di lavoro. E il partito aveva insabbiato. Quando poi è emersa la notizia è stato “il metoo dei socialisti spagnoli”, con accuse e dimissioni che fioccavano un po’ ovunque. Imbarazzo totale.
Il Partito popolare non aveva solo un’altra freccia al suo arco, ma tutta una batteria di pietre da scagliare contro gli avversari socialisti. E invece all’inizio di febbraio un’altra esplosione, stavolta in casa popolare. Nel comune di Móstoles, circa 200 mila abitanti nei dintorni di Madrid, il sindaco del Pp, Manuel Bautista, è denunciato per molestie sessuali da una sua ex assessora, estromessa dopo aver respinto le profferte sessuali del sindaco. Quindi, molestie prima e mobbing poi. Anche in questo caso, l’accusa si era persa nei labirintici corridoi del partito, dove alla donna si consigliava di lasciar perdere. E il Pp di Madrid fa capo a Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità autonoma e leader fra i più popolari, tanto da fare ombra allo stesso Alberto Núñez Feijóo, presidente del Pp nazionale. La reazione è sempre quella: sono accuse false create ad arte dalla sinistra, che su questo fianco stava prendendo troppi colpi, dicono. E infatti il sindaco finora non si è neppure dimesso.
A questo clima politico rovente si aggiungono i bollori del mondo dello spettacolo, con altre conseguenze esplosive. Lo scorso gennaio due donne, ex dipendenti di Julio Iglesias, accusano il mito della canzone romantica spagnola di essere più pirata che signore. Le accuse riportano aggressioni in un clima domestico e lavorativo terrificante. La denuncia, però, riguarda presunti crimini avvenuti nelle ville di Iglesias ai Caraibi e la magistratura spagnola deve archiviare per mancata competenza territoriale. Ma qualcuno non ha perso l’occasione per rimanere in silenzio. Yolanda Díaz, ministra e vicepremier nel governo Sánchez, trattandosi di un volto della vecchia Spagna conservatrice, si scaglia contro Julio Iglesias descrivendolo come l’archetipo del potere patriarcale maschile violento che schiavizza le sue vittime. Ora che le accuse sono state archiviate, però, lui la querela ed esorta la vicepremier a rettificare pubblicamente le sue dichiarazioni, riconoscerne il carattere offensivo e calunnioso e, naturalmente, a risarcirlo con l’importo stabilito dal tribunale per il grave danno causato alla sua reputazione. E dire che da anni un sospetto perseguita anche Yolanda Díaz, da quando un suo consulente fu incarcerato per possesso di materiale pedopornografico. Lei sapeva o no? I panni sporchi si lavano in famiglia?
Nel dubbio, meglio prendersela con i morti, come ha fatto Irene Montero (sempre Podemos), che qualche mese fa si è scagliata sul cadavere di Adolfo Suárez, primo ministro fra il 1976 e il 1981, morto nel 2014 dopo anni di Alzheimer. Suárez è stato recentemente accusato di molestie avvenute nei primi anni ’80. Accuse subito archiviate, ma sempre buone per accanirsi sul padre della transizione democratica spagnola. Una transizione troppo dolce per piacere ai veri rivoluzionari e ai presuntuosi in genere, che ignorano solo la presunzione d’innocenza, principio previsto dalla Costituzione (art. 24) nata proprio in quella transizione dolce.
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