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l'editoriale del direttore

L'Ucraina siamo noi. Perché il Foglio ha scelto di avere ogni giorno da quattro anni la difesa di Kyiv in prima pagina

Claudio Cerasa

Dire l’Ucraina siamo noi significa capire che l’aggressione subita dagli ucraini in questi quattro anni, più gli otto precedenti, è un’aggressione contro tutto ciò su cui si fondano la società aperta e la nostra quotidianità. Dire mai più significa evitare che la Russia possa rifare quello che ha fatto nel 2022 nel resto d'Europa

Cosa vuol dire mai più? Cosa vuol dire che l’Ucraina siamo noi? E perché tenerla per quattro anni lì, ogni giorno, in prima pagina? Diceva Piero Calamandrei che la libertà è come l’aria: ci si accorge della sua importanza solo quando l’aria viene a mancare. I quattro anni di guerra in Ucraina, quattro anni a cui vanno sommati altri otto anni di guerra di invasione iniziata nel 2014 con l’annessione criminale della Crimea, sono lì a ricordarci quello che per troppo tempo abbiamo scelto di non vedere: l’aria stava venendo a mancare, ai confini dell’Europa, ma nonostante la progressiva carenza di ossigeno abbiamo scelto, in Europa, di accorgerci della mancanza d’aria solo quando questa ha cominciato a mancare del tutto, con la guerra d’aggressione della Russia avvenuta il 24 febbraio di quattro anni fa. Nei molti appassionati ricordi comparsi ieri sui giornali relativi alla data che ha cambiato la storia dell’Europa, vi sono due concetti non sufficientemente messi a fuoco per provare a capire cosa hanno significato per tutti noi, e per l’occidente libero, per l’Europa e l’Italia in particolare, i quattro anni trascorsi a difendere l’Ucraina. I due concetti possono essere sintetizzati con due slogan solo apparentemente superficiali. Slogan numero uno: l’Ucraina siamo noi. Slogan numero due: mai più. Dire l’Ucraina siamo noi non è solo un tema retorico, astratto. Dire l’Ucraina siamo noi significa capire, senza infingimenti, che l’aggressione subita dall’Ucraina in questi quattro anni, più gli otto precedenti, è un’aggressione contro tutto ciò su cui si fondano la società aperta e la nostra quotidianità. La sovranità di una democrazia, la libertà dei suoi cittadini, l’inviolabilità dei suoi confini, il rifiuto della forza come sostituto dello stato di diritto. Dire l’Ucraina siamo noi, impegnarsi politicamente per sostenere la resistenza di un popolo eroico, inviare supporto militare a un esercito che difendendo i nostri confini difende anche la nostra libertà, non significa solo sapere riconoscere chi sono i nostri nemici ma significa capire cosa non siamo disposti a perdere e cosa siamo intenzionati a proteggere con tutta la nostra forza. Dire l’Ucraina siamo noi significa capire tutto ciò che abbiamo dato per scontato, e che ci ha permesso dalla Seconda guerra mondiale a oggi di farci sentire protetti, anche quando davamo per scontata l’aria che respiravamo. Significa capire che le guerre che vengono scatenate contro l’occidente, e chi lo rappresenta, sono guerre che spesso nascono perché l’occidente chiude gli occhi, come è successo in Ucraina dal 2014 al 2022, e non perché l’occidente provoca, si espande, difende se stesso. Sulla scrivania del ministro della Difesa Guido Crosetto c’è da settimane un dossier corposo al centro del quale vi sono elementi utili per capire in che senso l’Ucraina siamo noi. Il dossier trae origine dalla lettura di un articolo di Kirill Orlov (giornalista e blogger), nel quale si sostiene che la Federazione russa stia accelerando i preparativi per un conflitto su ampia scala, che la Russia stia entrando in una logica di mobilitazione complessiva, non limitata al fronte ucraino, e che i segnali siano ormai “visibili” nella regolazione civile e nell’ordine pubblico, nella mobilitazione civile crescente e nei preparativi strutturali per uno scontro più ampio. 

  

Indipendentemente dall’esito dei combattimenti in Ucraina, la Russia di Putin si sta muovendo verso lo scontro con gli stati baltici, non come una reazione impulsiva, ma come continuazione di un percorso che non dipende dall’efficienza sul campo di battaglia, dalle perdite o dai costi diplomatici. Dire l’Ucraina siamo noi significa capire che Mosca, negli ultimi anni, ha portato la guerra in Europa anche senza i carri armati. Attraverso ricatti energetici e prezzi usati come arma. Attraverso cyber attacchi e furti di dati contro istituzioni e imprese. Attraverso la disinformazione usata per spaccare opinioni pubbliche, per alimentare complotti e per far cadere governi. Attraverso infiltrazioni e attività di spionaggio. Attraverso pressioni su porti, logistica e infrastrutture, come cavi, reti, trasporti, con sabotaggi e “incidenti” finalizzati a intimidire i paesi europei. L’Ucraina siamo noi per quello che difende combattendo contro la Russia. Ma per poter dire l’Ucraina siamo noi, senza ipocrisia, occorre avere la forza, proiettandoci nel futuro, di capire cosa vuol dire mai più. E dire mai più significa evitare che la Russia possa rifare quello che ha fatto nel 2022, nel resto d’Europa. Significa chiamare le cose con il loro nome. Significa prendere sul serio l’allarme di Mattarella quando sostiene che la minaccia di Putin è come quella di Hitler, ai tempi dei Sudeti, che favorire una pace purchessia significa favorire una guerra futura. Significa fare di tutto per trasformare l’esercito ucraino nell’avamposto della difesa europea, significa smetterla di coccolare il pacifismo del disarmo, significa rendere l’Europa più veloce, significa non assecondare gli istinti filoputiniani dell’America, significa sapere porre dei paletti ai filoputinismi che vivono nelle democrazie, significa sapere che senza l’America difendere l’Ucraina non sarà facile ma significa riconoscere che difendere l’Ucraina e i nostri confini senza l’America è uno scenario per il quale vale la pena di prepararsi. L’Europa ha detto “mai più” dopo il 1945 costruendo regole, confini intoccabili, integrazione. Per dire mai più oggi occorre costruire nuove regole, affermare l’inviolabilità dei confini, rendere l’Europa più veloce, più sicura, più indipendente, più sovrana, più armata per evitare che una volta che a Kyiv arriverà la pace, la libertà torni a essere come l’aria di Calamandrei: accorgersi della sua importanza solo quando viene a mancare. Dire mai più significa accettare che la deterrenza costa, ma che la resa costa di più. Ed è per questo, da quattro anni, che ogni giorno abbiamo scelto di non far sparire mai l’Ucraina dalla nostra prima pagina. Ogni giorno negli ultimi quattro anni. Ogni giorno fino a che sarà necessario ricordare cosa vuol dire avere una pace giusta per non dimenticare che l’Ucraina non è un confine: l’Ucraina siamo noi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.