Volodymyr Zelensky con Papa Leone a Castel Gandolfo (foto Vatican Media Press Office via Ansa) 

2014-2022-2026

Papa Leone col cuore a Kyiv

Matteo Matzuzzi

Il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana dell’Amministrazione Trump è un americano di Chicago, il Pontefice. Che cerca di smontare, pezzo dopo pezzo, la propaganda Maga sensibile ai pianti della Chiesa russa. La svolta dopo Francesco

Da vent’anni l’Ucraina organizza la Breakfast Prayer a Washington, la “colazione di preghiera”. Dopo il 2022, con l’attacco su larga scala della Russia, l’obiettivo del momento a metà tra il conviviale e lo spirituale è quello di sensibilizzare l’establishment sulla causa per cui Kyiv lotta: la sopravvivenza. Quest’anno i presenti erano centinaia. La pastora Paula White, consulente senior presso l’Ufficio della fede della Casa Bianca, ha detto di “comprendere quale sia la vostra battaglia e a livello personale la comprendo sia spiritualmente sia umanamente”. Steven Moore, un attivista evangelico pro Kyiv, ha detto che ciò che lega l’Ucraina e il movimento Maga è la fede. Ed è su questo che bisogna premere per portare Trump a cambiare punto di vista – eufemismo – circa il conflitto in corso. Parlare di fede, insomma, e non di democrazia: per l’universo del Make America Great Again, la democrazia da esportare è qualcosa che porta a guerra e – soprattutto – a enormi spese, come dimostrano le esperienze in Iraq e Afghanistan. Soldi che invece dovrebbero essere spesi in patria. Un deputato del Nebraska, repubblicano, ha sottolineato che “purtroppo alcuni esponenti Maga sono ingenui di fronte alla propaganda russa e non hanno idea che Mosca stia conducendo una guerra contro evangelici e cattolici ucraini”. La campagna di sensibilizzazione punta forte sulla Bible Belt, la storica cintura cristiana dell’America, con l’obiettivo di far capire che “l’Ucraina è sempre stata un granaio di fede per l’Eurasia”. Il problema è che la Chiesa ortodossa russa agisce allo stesso modo: negli ultimi mesi, più volte rappresentanti del Patriarcato moscovita sono intervenuti per ribadire che Zelensky è responsabile di persecuzione religiosa a danno dei cristiani non allineati, nonostante il presidente della commissione Giustizia del Senato, il repubblicano vecchia scuola (vecchissima, ha novantadue anni compiuti), Chuck Grassley, abbia denunciato il tentativo di “presentarsi come vittima di persecuzioni religiose anziché come responsabile”. Davanti ai lamenti dei religiosi ortodossi circa l’impossibilità di esercitare una sana libertà religiosa, negata loro dal governo ucraino, diversi esponenti Maga hanno espresso pubblicamente la loro indignazione. 

Al di là dello sconcerto di qualche deputato, però, il problema maggiore resta in ogni caso Donald Trump e la sua stretta cerchia sensibile alle sirene del Cremlino. Il tentativo allora è di partire dalla base, dal cuore cristiano d’America, movimentando gli evangelici a dare sostengo alla causa della libertà ucraina. Sullo sfondo, molto sullo sfondo, i cattolici. Da sempre più restii a impegnarsi in battaglie di principio che non siano le marce pro life, per la prima volta dopo decenni hanno contribuito a riportare alla Casa Bianca Trump. Le gerarchie sono con Kyiv, che da un anno spiegano al presidente che la vittima è l’Ucraina. Con scarsi risultati. Lo stesso cardinale Timothy Dolan, punta di diamante del conservatorismo cattolico americano, presente all’Inauguration Day del secondo mandato trumpiano e fino a poche settimane fa arcivescovo di New York, ha detto che pur apprezzando il vicepresidente Vance per molti aspetti, non si ritiene “molto soddisfatto” dal suo punto di vista sul dossier ucraino: “Non era molto schierato a favore di Kyiv”.

In questo scenario si staglia la figura di Leone XIV, il primo Papa statunitense. Americano di Chicago, nonostante il ventennio abbondante passato in Perù. Robert “Bob” Prevost sul conflitto russo-ucraino ha le idee chiarissime e l’ha detto in più d’una circostanza. Direttamente, senza mediazioni editoriali o giornalistiche. Da cardinale, quando era vescovo di Chiclayo, ha sostenuto che quella ordinata da Vladimir Putin è “un’invasione imperialista” che pone anche il problema dei “crimini contro l’umanità”. Dopo aver più volte incontrato Zelensky e l’arcivescovo maggiore di Kyiv, Sviatoslav Shevchuk, nell’unica telefonata intercorsa con il presidente russo gli ha chiesto di “fare un gesto che favorisca la pace”. Non l’ha chiesto al presidente ucraino, ma all’invasore. Si tratta di un cambio di passo deciso rispetto a Francesco che, pur parlando sempre di “martoriata Ucraina”, non esitò a condannare al termine di un Angelus la scelta del governo di Zelensky di bandire la Chiesa ortodossa moscovita. In quella circostanza, Jorge Mario Bergoglio fu esplicito: “Pensando alle norme di legge adottate di recente in Ucraina, mi sorge un timore per la libertà di chi prega, perché chi prega veramente prega sempre per tutti. Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato. E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana. Le Chiese non si toccano!”. Un rapporto complicato che comportò anche la decisione di non pochi sacerdoti della Chiesa greco-cattolica di evitare di pronunciare il nome di Francesco nelle liturgie. Leone ha idee diverse: non pensa che dietro la mossa di Putin ci sia la provocazione della Nato: a settembre, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti che l’attendevano all’uscita dalla residenza di Castel Gandolfo, disse a proposito della situazione complessa sul fronte orientale che “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Precisamente, il Papa commentava le ultime esternazioni del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui l’Alleanza atlantica “è già in guerra con la Russia”. 

Insomma, il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana degli Stati Uniti è un americano: il Pontefice. Che non è mai andato allo scontro con Trump, cosa che invece fece Francesco, arrivando a dire che chi vuole muri non può dirsi cristiano, buttando giù dalla torre in ogni caso sia lui sia Kamala Harris quando improvvidamente rispose a chi gli domandò la sua preferenza in vista delle elezioni presidenziali. Leone esercita il soft power: manda avanti i suoi rappresentanti in terra americana, cioè i vescovi. Sono loro a esternare con forza contro le misure della Casa Bianca, a ingaggiare una “resistenza”, anche se per lo più sul fronte dell’immigrazione. Prevost sa quanto di lui disse Steve Bannon all’indomani dell’elezione a Pontefice: “Per i Maga è la scelta peggiore che potesse essere fatta”. Presentato come delfino di Francesco, l’uomo di Chicago – e cioè del peggio che possa esserci assieme a New York e San Francisco – era come percepito come “nemico” della causa trumpiana, pericolosamente in grado di influenzare anche l’opinione pubblica cattolica contro la sua visione di mondo post liberale.

   

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.