Il fronte dell'estremo oriente russo

Il vertice Trump-Xi a fine marzo

Giulia Pompili

Il Cremlino chiude al dialogo con Tokyo sui Territori del nord, le quattro isole amministrate da Mosca, militarizzate e russificate da Putin. La Russia è ormai allineata alla Cina pure sulla propaganda antigiapponese

L’asse del disordine globale vede diverse linee convergere, e nella regione dell’Indo-Pacifico il Giappone è sempre più al centro di una tripla vulnerabilità: la mobilitazione che arriva da Pechino, i segnali ostili che arrivano  da Mosca e da Pyongyang. Shikotan, un’isola di circa 225 chilometri quadrati fra l’estremo nord del Giappone e l’Estremo oriente russo, è il simbolo della guerra ibrida su più fronti che Russia e Cina conducono, in modi diversi, contro Tokyo.

 


Per un occidentale, arrivare a Shikotan è praticamente impossibile, e non solo per il clima ostile. Fa parte della catena di quattro isole che Tokyo chiama Territori del nord, nella prefettura di Hokkaido, che comprendono anche le maggiori Iturup, che i giapponesi chiamano Etorofu; Kunashir, che i giapponesi chiamano Kunashiri; e il gruppo di isolette inabitate Habomai. Tutte sono amministrate dalla Russia sin dalla fine della Seconda guerra mondiale come parte delle Curili meridionali, sebbene alcuni documenti storici (e trattati  firmati da Mosca e Tokyo) dicano chiaramente che la sovranità dei quattro territori sia giapponese. Ma anche per via di quei territori strategici, dopo la fine della Seconda guerra mondiale Russia e Giappone non hanno mai firmato formalmente un trattato di pace. Soprattutto negli ultimi decenni, il governo giapponese ha cercato più volte di risolvere la questione direttamente con il Cremlino, che però nel frattempo ha militarizzato e russificato le isole, un tempo abitate e culturalmente legate all’etnia Ainu, quella autoctona dell’Hokkaido giapponese. 

 


Qualche giorno fa una troupe della Nhk, la tv di stato nipponica, ha ricevuto l’autorizzazione per andare a Shikotan, dove vivono circa tremila persone. I giornalisti hanno domandato a una donna cosa avesse spinto suo marito, morto due anni fa sul fronte in Ucraina, a unirsi come volontario in una guerra a 7.200 chilometri da casa sua. La donna ha risposto: “Viviamo in una regione di confine, quindi potremmo essere colpiti. Se non combattiamo oggi, potremmo essere quelli invasi domani”. La propaganda del Cremlino, la teoria secondo la quale chiunque fuori dai confini non assoggettato a Mosca è una minaccia concreta e visibile, è arrivata nel punto più lontano dal confine fra Russia e Ucraina. Secondo Nhk, i simboli della propaganda a Shikotan sono ovunque, in un’isola dove nessun giapponese può più mettere piede da almeno quattro anni, da quando con l’invasione su larga scala dell’Ucraina la Russia ha anche sospeso  le visite e gli scambi culturali nelle isole in questione. Due settimane fa a Nemuro, città dell’estremo nord nipponico, all’annuale commemorazione della firma del trattato di amicizia tra Giappone e Russia avvenuta il 7 febbraio del 1855 – quello che stabilì il confine tra Giappone e Russia sopra le quattro isole oggi ancora amministrate da Mosca – il sindaco della città ha detto che ormai gli ex isolani hanno quasi tutti superato i 90 anni, e pure l’opinione pubblica giapponese sembra essere sempre più lontana dalla questione dei Territori del nord. La popolazione giapponese vede ormai il dialogo con Putin come un inaccettabile appeasement, e tutto per delle isole dove nessuno vorrebbe vivere. Il tema sono piuttosto i simboli, e la storia che si ripete. Il problema di Tokyo è soprattutto il metodo Putin: Shinzo Abe fu il primo ministro che più cercò di trovare un accordo diretto con il capo del Cremlino. I due si incontrarono venticinque volte, Abe fu cauto nell’applicazione delle sanzioni contro la Russia nel 2014 proprio per mandare avanti i colloqui. Nel 2019 fu la Russia a chiudere all’improvviso al dialogo, senza apparente motivo. Tre anni dopo, le quattro isole dei Territori del nord divennero parte della propaganda contro le democrazie alleate fra loro.

 

Due giorni fa il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto che le relazioni della Russia con il Giappone “sono state ridotte a zero” a causa di quella che ha definito la “posizione ostile” di Tokyo nei confronti di Mosca: “Non c’è dialogo, ed è impossibile discutere la questione di un trattato di pace senza dialogo”. Poco prima, al suo discorso di insediamento alla Dieta, il Parlamento giapponese, la prima ministra Sanae Takaichi aveva rinnovato l’offerta di tornare al tavolo dei negoziati anche per permettere ai vecchi giapponesi un tempo residenti sulle isole di tornare a fare visita alle tombe dei propri avi. Ma la Russia si sta allineando sempre di più alla propaganda di Pechino, che da mesi ormai rilancia ossessivamente la teoria del ritorno all’imperialismo giapponese, del riarmo di Tokyo come una minaccia per il mondo intero – l’ha detto chiaramente anche il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, alla Conferenza di Monaco, davanti a europei piuttosto sorpresi da una novità fino ad allora raccontata non a caso solo sui giornali filocinesi. 

 


E’ anche per questo che Tokyo guarda con attenzione al prossimo vertice fra il presidente americano Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping: la Casa Bianca ha confermato che il presidente  volerà a Pechino dal 31 marzo al 2 aprile, e nel frattempo la gigantesca fornitura di armi che era destinata a Taiwan è stata congelata. All’estremo sud del Giappone c’è l’isola di Yonaguni, che dista solo un centinaio di chilometri da Taiwan. Se c’è un paese che nell’Indo-Pacifico può comprendere l’Europa oggi, a quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, quello è il Giappone. 

 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.