La guerra annunciata
La lezione sull'intelligence inascoltata nel 2022, quando Putin ammassava truppe ai confini
Quattro anni dopo il “comitato di guerra” al Cremlino, resta l’errore madornale di aver attribuito al presidente russo una razionalità che non mostrava più: Cia e MI6 avevano lanciato l’allarme, ma in Europa si rifiutavano di credere che l’impensabile potesse accadere
Quattro anni fa, oggi, Vladimir Putin riuniva il suo Consiglio di sicurezza in una grande sala di marmo del Cremlino: il presidente russo era seduto a una scrivania bianca e oro, i funzionari erano dall’altra parte, sulle seggiole bianche, lontanissimi, in mezzo c’era un podio, dove Putin convocò i consiglieri per sentirsi dire che sì, le regioni del Donbas parzialmente occupate nel 2014, Donetsk e Luhansk, dovevano essere riconosciute formalmente. Era un comitato di guerra, che molti poi avrebbero paragonato alle riunioni di Stalin in cui tutti i suoi funzionari sapevano che i nazisti stavano per invadere ma, siccome Stalin non ne era convinto, nessuno aveva il coraggio di dirglielo: soltanto un consigliere disse a Putin, a telecamere spente, che un’operazione in Ucraina sarebbe stato un disastro. Ma quando le telecamere si riaccesero – a nostro uso e consumo – e il presidente russo chiese se qualcuno voleva ancora esprimere il suo parere, non parlò più nessuno.
Era un comitato di guerra, ma le intelligence europee continuavano a pensare che l’invasione russa in Ucraina non ci sarebbe stata: alla Russia non conviene, dicevano. Questa della convenienza e della razionalità di Putin è una cosa che abbiamo sentito ripetere anche noi dai nostri commentatori fino alla mattina del 24 febbraio del 2022, solo che poi le intelligence europee hanno capito l’errore madornale di attribuire al presidente russo una ragionevolezza che pure lui non mostrava – orgogliosamente – da tempo, e molti dei nostri commentatori no. Ieri il Guardian ha pubblicato un lungo articolo firmato da Shaun Walker, dal titolo “Una guerra annunciata: come la Cia e l’MI6 sono venute a conoscenza dei piani di Putin sull’Ucraina e perché nessuno gli ha creduto”. Questa ricostruzione è importante perché, dopo quattro anni, siamo ancora qui: diamo a Putin il Donbas e si sazierà, l’allarme delle intelligence su un’espansione della guerra oltre l’Ucraina, quindi in Europa, è ampiamente esagerata.
L’allarme della Cia e dell’MI6 nei mesi che precedettero l’invasione su larga scala della Russia in Ucraina era giusto e giustificato, ma, scrive Walker, “questa è la storia di un successo spettacolare dell’intelligence, ma anche di diversi fallimenti. Innanzitutto per la Cia e per l’MI6, che hanno azzeccato lo scenario dell’invasione ma non sono riusciti a prevederne con precisione l’esito, dando per scontata una rapida conquista da parte della Russia. In modo più profondo per i servizi europei, che si sono rifiutati di credere che fosse possibile, nel XXI secolo, una guerra su vasta scala in Europa”. Gli americani e gli inglesi avevano capito la Russia, ma non l’Ucraina; gli europei nessuna delle due. Se da parte di Kyiv i segnali erano confusi – il regolamento di conti su quel che Volodymyr Zelensky non fece in preparazione all’aggressione russa è già ampiamente in corso nella vivace e litigiosa democrazia ucraina – da parte di Mosca non lo erano affatto, e quel che più conta: non lo sono nemmeno ora. Nel 2022 gli europei, in particolare Francia e Germania, non credevano all’America per un miscuglio di ragioni che andava dall’imperdonabile domanda su Putin: perché dovrebbe invadere?, al ricordo – e questo riguarda il rapporto con gli americani – dell’invasione dell’Iraq: un ministro degli Esteri europeo, che ha chiesto al Guardian di non specificare il suo paese, ha ricordato una conversazione con Antony Blinken, allora segretario di stato americano: “Sono vecchio abbastanza da ricordare il 2003, e all’epoca ero uno di quelli che vi credevano”. L’ambasciatore francese a Kyiv, Étienne de Poncins, dice: “Avevamo tutti le stesse informazioni sulle truppe russe al confine ucraino, ma differivamo nell’analisi su ciò che avesse in mente Putin”.
Le intelligence europee erano convinte che, nonostante le migliaia di centinaia di soldati ammassati, nonostante le dichiarazioni inequivocabili del presidente russo sulla sua ambizione di conquista e sul suo continuo rifiutare ogni genere di condizioni, pure generose, poste dagli americani per scongiurare la guerra, Putin fosse razionale. Qui in realtà c’è una contraddizione: gli europei consideravano il piano russo – che si fondava, secondo un report che circolava in Europa, sulla convinzione che soltanto il 10 per cento degli ucraini avrebbe combattuto contro gli invasori, mentre il resto avrebbe sostenuto o accettato l’occupazione – destinato a fallire, ma allo stesso tempo credevano che l’Ucraina non avrebbe potuto resistere all’invasione di un esercito tanto più potente. Nessuno, in ogni caso, pensava che Kyiv avrebbe resistito e che non sarebbe crollata nelle due settimane previste anche dagli americani.
Quattro anni dopo, i servizi di intelligence europei (e anche canadesi) preparano scenari in cui persino gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, possono mettersi a invadere paesi democratici e alleati. La grande lezione del 2022 è, a volerla capire: non escludere certe cose solo perché un tempo potevano sembrarti impossibili.
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