Il grande dispiegamento di Trump contro l'Iran è praticamente pronto
Da deterrenza ad assetto operativo. La Ford passa Gibilterra. Il dettaglio meteorologico
I mezzi, i tempi e la tenaglia dell’America contro il regime di Teheran. Gli ultimi giorni per la diplomazia
Se il dispiegamento della Uss Abraham Lincoln era un avvertimento, l’arrivo della Uss Gerald Ford – due giorni fa è stata vista attraversare lo Stretto di Gibilterra, e potrebbe arrivare nel raggio d’azione iraniano domani – insieme con oltre cinquanta caccia trasferiti in 24 ore e sistemi antimissile schierati nelle basi regionali, è un chiaro segnale da parte dell’Amministrazione Trump che una guerra con l’Iran è imminente. Il secondo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti a Ginevra si è concluso senza risultati concreti, ma nel frattempo la deterrenza americana si è trasformata in una postura operativa. Secondo Axios, “l’Amministrazione Trump è più vicina a una grande guerra in medio oriente di quanto la maggior parte degli americani creda”. E “potrebbe iniziare molto presto”.
Il carrier strike group Ford, cioè la portaerei scortata da cinque cacciatorpediniere, è il più grande e tecnologicamente avanzato del mondo. Fino a qualche giorno fa era dispiegato nei Caraibi, e per spiegare l’ordine di spostarlo in medio oriente Trump aveva detto venerdì che “ci servirà, nel caso in cui non raggiungessimo un accordo”. Ieri la Guida suprema Khamenei ha commentato esplicitamente il dispiegamento del gruppo portaerei dicendo: “Sebbene una nave da guerra sia effettivamente un mezzo militare pericoloso, ancora più pericolosa è l’arma in grado di mandarla a fondo in mare”, ma è difficile pensare che l’Iran abbia oggi le capacità operative per affondare la Ford, che nell’assetto americano potrebbe restare al largo delle coste israeliane, a scudo di Israele in vista di un molto probabile contrattacco iraniano. Del resto le acque di fronte all’Oman e nel suo golfo sono particolarmente frequentate in questi giorni: ieri Iran, Russia e Cina hanno condotto le annuali esercitazioni navali congiunte nello Stretto di Hormuz e nelle zone circostanti.
La strategia della Casa Bianca di portare avanti i negoziati indiretti mandando segnali evidenti di capacità operative secondo diverse analisi è costruita per evitare, nella logica di Trump, che il regime iraniano prenda ancora tempo – ma i colloqui non hanno portato a un risultato immediato, tranne per la promessa di una proposta dettagliata da consegnare a Washington, o all’intermediario omanita, entro due settimane. Ieri è circolata molto l’intervista del vicepresidente J. D. Vance a Fox, nella quale spiega che la leadership di Teheran ha accettato alcune condizioni ma non è disposta ad accettare “le linee rosse poste da Trump”.
Il tempo è ciò che più rende Donald Trump nervoso, e “le crescenti pressioni militari e retoriche di Trump gli rendono difficile fare marcia indietro senza importanti concessioni da parte dell’Iran sul suo programma nucleare”, ha scritto Barak Ravid su Axios. Il presidente americano sostiene che un cambio di regime in Iran sarebbe “la cosa migliore che potrebbe accadere”, e che per 47 anni “si è solo parlato. Nel frattempo, abbiamo perso molte vite”. L’ex ministro della Difesa israeliano, il generale Yoav Gallant, ha scritto ieri che “la questione non è se l’uso della forza sia giustificato. E’ se siano stati creati i tempi e le condizioni per rendere tale uso decisivo”. Aspettare, creare le condizioni e sapere cosa colpire, come ha fatto Israele nella guerra dei 12 giorni. Gallant è ottimista, dice che fin qui la preparazione di una futura operazione americana contro l’Iran sembra funzionare, che il coordinamento militare sta aumentando, e offre un dettaglio operativo: “Le condizioni meteorologiche per le operazioni aeree in medio oriente migliorano significativamente con il passaggio alla primavera. Marzo è migliore di febbraio e aprile è migliore di marzo”. Inoltre, secondo l’ex ministro della Difesa, Trump vorrà arrivare a una svolta iraniana prima del 4 luglio, il 250° anniversario dell’indipendenza americana. Secondo lui, un intervento in Iran dovrebbe essere volto al “completo smantellamento della capacità nucleare dell’Iran e la distruzione della sua infrastruttura missilistica”. Anche secondo le fonti di Axios, e analizzando il tipo di forze d’attacco dispiegate dall’America, i generali americani non stanno pensando a un blitz, ma a una vera operazione militare che potrebbe durare a lungo. In Israele il governo si tiene fuori dal commento pubblico dei colloqui indiretti fra Washington e Teheran, ma secondo Israel HaYom anche l’Idf adesso sostiene che le condizioni operative per un attacco stiano maturando. Un’operazione americana contro la Repubblica islamica renderebbe “più che plausibile” una risposta iraniana con missili a lungo raggio diretti verso Israele – la Uss Ford e il suo carrier strike group arriva a supportare l’Iron Dome. Il timore è che Teheran decida di colpire per prima, ed è per questo che le Forze armate israeliane sono già da ore in massima allerta.