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L'analisi
Il tramonto di Wilders. La rivolta degli ex alleati del leader sovranista olandese sembra fatale
La settimana scorsa sette membri della Camera bassa hanno lasciato il Pvv. A gestire l'operazione da dietro le quinte è stato l'ex fedelissimo di Wilders, Hero Brinkman, che è pronto a fondare un partito: "Una frattura senza precedenti", secondo il professore Voermans
L’Aia. Altro che miniscissione alla Vannacci. Nei Paesi Bassi il Pvv che si spacca – membro dei Patrioti assieme alla Lega – potrebbe riscrivere le gerarchie interne dei sovranisti come mai negli ultimi vent’anni. Fino a condannare il proprio leader. I politologi locali sostengono che Geert Wilders, “il populista europeo di destra più longevo, influente e di successo dai tempi di Berlusconi è ormai all’inizio della fine”. Chi lavora per il ribaltone ribadisce che è “soltanto questione di tempo”. Non di giorni, forse nemmeno di mesi. Ma entro la fine di questa legislatura, con il nuovo governo moderato di Rob Jetten pronto a insediarsi, l’Olanda antisistema sembra destinata a cambiare volto.
La scintilla risale a qualche settimana fa, quando sette membri della Tweede Kamer avevano lasciato il Pvv per formare un’altra fazione: si tratta di oltre un quarto dei 26 seggi occupati dal partito. Per Wilders, non più a capo della forza di opposizione più numerosa, era stato “un giorno nerissimo”. Il peggio doveva ancora arrivare. “Il Pvv è sempre stato guidato da un uomo solo al comando, senza alcuna democrazia interna”, spiega Wim Voermans, professore di Diritto costituzionale all’Università di Leiden. “Dunque una frattura di queste dimensioni è inattesa, senza precedenti. Una rivoluzione parlamentare. Negli ultimi due decenni Wilders era riuscito a instaurare un organismo molto disciplinato: pugno di ferro, nessuna voce fuori dal coro, ascesa continua fino al trionfo elettorale del 2023”. Poi? “Tanti errori di valutazione. Sia durante l’appoggio al governo Schof, debole e inconcludente, sia verso la successiva chiamata alle urne. Wilders si è sempre dimostrato un animale politico capace e sottile nella percezione degli umori della società. Ultimamente però ha smarrito il suo sesto senso: altri movimenti di ultradestra ne hanno approfittato e gli stanno portando via voti. E in questi mesi di negoziati verso il nuovo esecutivo, la sua intransigenza provocatoria si è rivelata fatale”.
Prima dello scorso gennaio, ricorda l’accademico, “dentro il Pvv si erano registrate soltanto un paio di defezioni isolate e senza conseguenze”. La più importante era stata quella di Hero Brinkman, ex deputato e fedelissimo di Widlers, che ruppe nel 2012 in aperto contrasto con l’autoritarismo del capo. Poi è uscito dalla cosa pubblica. Ma ora che il vento sta cambiando, Brinkman sente odore di rivincita. E dietro le quinte, aiuta i nuovi dissidenti a ottenere riconoscibilità istituzionale: “Sono in contatto con loro”, dice al Foglio, “cerco di ottenere fondi per il presidium e un’intesa legislativa per fare il salto di specie: presto il gruppo diventerà un partito a tutti gli effetti, con le connotazioni democratiche che il Pvv non ha mai avuto”. Per adesso si chiama Groep Markuszower, dal cognome del leader della scissione. “Ha qualità. Dovrà scrollarsi di dosso un po’ di dogmi del passato ma è il profilo giusto per manovrare la transizione. E presto ci saranno altre diserzioni, vedrete. Se ci si organizza bene, alle prossime elezioni il nuovo schieramento sorpasserà il Pvv”.
Anche Gidi Markuszower, israeliano-olandese, era grande amico di Wilders. Nel giugno del 2024 doveva diventare vicepremier e ministro delle Politiche di asilo – cioè la carica più ambita, per un partito anti immigrazione come il Pvv – ma la sua candidatura è stata ritirata in seguito ai controlli di rito da parte del Servizio di intelligence e sicurezza (Aivd): secondo l’allora governo uscente, Markuszower rappresentava addirittura “un rischio per l’integrità politica del paese”. Si dice a causa dei suoi sospetti rapporti con il Mossad. “Per Gidi fu un duro colpo, e Wilders certo non si immolò per il suo sottoposto”, dice il professor Voermans. “Dunque lui se la legò al dito. Ha covato rancore per mesi, aspettando l’occasione giusta: l’iniziativa normativa da parte dei D66 di Jetten per porre delle condizioni strutturali di democrazia interna a tutti i partiti olandesi. Sarà discussa nei prossimi mesi e avrà consenso bipartisan. Chi non rispetta le condizioni resta fuori”. Un cordone sanitario attorno al Pvv. O meglio, autoimposto da Wilders. “Questa legge sarà la mazzata definitiva. I sette dissidenti sono esperti e sanno dove incidere: flessibilità dell’agenda di destra, cooperazione costruttiva col governo di minoranza, pluralismo nella gestione del potere. Se per assurdo anche il Pvv dovesse diventare tutto questo, Wilders perderebbe la sua leadership. Per questo si arrocca”. La sentenza di Brinkman: “Geert non ha l’umiltà di adattarsi. L’ha già detto: il suo Pvv non sarà mai democratico. E dunque non sarà più”.