A caccia di spie
La stretta di mano fra Wang e Rubio a Monaco mentre la Cia cerca informatori a Pechino
I due capi della diplomazia di America e Cina si vedono a Monaco e preparano il summit Trump-Xi di inizio aprile. Il disgelo diplomatico della Casa Bianca e la guerra nell’ombra: la Cia pubblica un video in mandarino per reclutare nelle Forze armate cinesi, mentre Pechino ha già una rete efficace e fruttuosa
Ieri il segretario di stato americano Marco Rubio e il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, si sono incontrati alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Si sono stretti la mano, e poi hanno chiuso le porte ai giornalisti per un bilaterale che serviva a organizzare la visita del presidente americano Donald Trump a Pechino per il summit con il leader Xi Jinping, che avverrà la prima settimana di aprile. Rubio, un tempo unico vero falco anticinese che è stato sanzionato due volte da Pechino nel 2020, è apparso sorridente. Con sottile ironia e una certa dose di provocazione, gli organizzatori della Conferenza di Monaco hanno messo nell’agenda di stamattina i discorsi di Rubio e Wang in contemporanea, forse per misurare non solo le parole, ma pure il peso relativo delle due platee. Ma l’incontro tra i due arriva a poche ore dalla pubblicazione di un video da parte della Cia che mira a trovare informatori tra le Forze armate di Pechino.
Lo scontro fra America e Cina è entrato in una fase di complessità inedita. Trump, che durante il suo primo mandato era stato particolarmente duro nei rapporti con Pechino, da un anno sta facendo diverse concessioni alla leadership di Xi Jinping pur di arrivare a un accordo sulla guerra commerciale – secondo Reuters, la Casa Bianca avrebbe accantonato anche una serie di restrizioni nel settore tecnologico, per esempio il divieto per China Telecom di operare negli Stati Uniti e i limiti all’uso di apparecchiature cinesi nei data center americani. Allo stesso tempo, l’America sta continuando ad armare Taiwan come mai aveva fatto prima d’ora. Per analisti e osservatori la direzione della relazione bilaterale più importante di tutte, cioè quella fra le due prime economie del mondo, è difficile da interpretare anche perché l’America, così come quasi tutto il mondo occidentale, non ha informazioni chiare e dirette dalla Repubblica popolare cinese. L’altro ieri la Cia ha pubblicato sui suoi social il secondo video di reclutamento in mandarino, dal titolo “Il motivo per cui ci siamo fatti avanti: salvare il futuro”. E’ diretto all’élite militare cinese, e la voce fuori campo dice: “Questo è il mondo che conosco, difendere la patria e proteggere il popolo. Ma giorno dopo giorno, la verità diventa sempre più evidente: ciò che i leader stanno realmente proteggendo sono i propri interessi personali”. L’Esercito popolare di liberazione da anni subisce epurazioni e rimozioni, fino all’ultima più clamorosa, quella del generale Zhang Youxia, considerato da molti il più stretto alleato militare di Xi, rimosso a gennaio ufficialmente per “gravi violazioni della disciplina e della legge”. Zhang era vicepresidente della potente Commissione militare centrale, che prima delle purghe era composta da sette membri, e da un mese è ridotta a due persone, una delle quali è lo stesso Xi Jinping. In occidente nelle ultime settimane sono uscite sui media diverse ricostruzioni dell’accaduto, ma nessun analista è riuscito ad avere conferma di cosa stia succedendo davvero dentro alla catena di comando delle Forze armate cinesi.
Le grandi agenzie d’intelligence occidentali, e soprattutto quella americana, hanno occhi e orecchie completamente chiusi sulle dinamiche interne alle stanze del potere dello Zhongnanhai, ed è un problema gigantesco durante gli incontri diretti fra alti funzionari, come quello di ieri fra Rubio e Wang. Soprattutto perché, al contrario, l’intelligence cinese ha vinto la competizione sulla raccolta delle informazioni, con un metodo infallibile e una pesca a strascico di cui emerge appena ciò che finisce nelle reti giudiziarie o mediatiche. Solo la scorsa settimana le autorità greche hanno arrestato Christos Flessas, un colonnello dell’Aeronautica militare che lavorava nel settore comunicazione e sistemi d’informazione della Nato, con l’accusa di spionaggio a favore della Cina. Secondo gli investigatori, sarebbe stato reclutato via LinkedIn, poi sarebbe andato in Cina col pretesto dello studio del mandarino, e avrebbe iniziato a essere pagato fra i 5 e i 15 mila euro per ogni fotografia inviata a Pechino. Ma il ministero della Sicurezza di Pechino sfrutta anche la diaspora: secondo un recentissimo rapporto della Jamestown Foundation, il Partito comunista cinese ha creato una rete globale che è parte del suo sistema del Fronte unito. Il rapporto spiega che solo in quattro democrazie (Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania) la rete comprende più di duemila organizzazioni che, tra le varie attività d’influenza, “hanno sostenuto direttamente il trasferimento illecito di tecnologia, lo spionaggio”. L’altro ieri due cittadini cinesi sono stati rilasciati su cauzione a Canberra: sono accusati di aver spiato per Pechino un’associazione buddista. Siru Zheng, di 31 anni, faceva la commessa in una panetteria.