L'America è lontana, e la Nato prova ad adattarsi alla nuova realtà

Il nodo degli aiuti all'Ucraina. L'Italia nel 2025 fa peggio di Trump, secondo il Kiel Institute

Giulia Pompili

Al vertice dei ministri della Difesa a Bruxelles la Casa Bianca replica il segnale di distanza già visto a dicembre con Rubio. Colby offre rassicurazioni su deterrenza nucleare e articolo 5, ma non dice una parola su Putin. Intanto l’Alleanza accelera il riassetto dei comandi e l’Europa prova a compensare il crollo degli aiuti americani a Kyiv

Alla riunione dei ministri della Difesa della Nato di ieri, la Casa Bianca ha mandato il sottosegretario Elbridge Colby e non il segretario alla Guerra Pete Hegseth. E’ un messaggio preciso dell’Amministrazione Trump: la riunione dei ministri degli Esteri del dicembre scorso era stata disertata anche dal segretario di stato Marco Rubio. Mentre a Washington Hegseth riuniva per la prima volta i capi della difesa di 34 paesi “dell’emisfero occidentale” (e diceva: “Come voi, anche noi desideriamo e raggiungeremo una pace permanente in questo emisfero. Quindi, collaboriamo”), a Bruxelles andava ancora una volta in scena il disimpegno americano, a poche settimane dalla minaccia di Trump di attaccare un paese membro dell’Alleanza per annettere la Groenlandia. Di fronte al segretario generale della Nato Mark Rutte, però, Colby ha dato anche alcune rassicurazioni.

 

“I tempi sono cambiati, ed è prudente adattarsi per affrontarli. Questo non significa abbandonare la Nato”, ha detto Colby, e ha spiegato che dopo il crollo dell’Unione sovietica la Nato si trasformò in una “Nato 2.0”, cioè “il disarmo del continente”, e che la Nato 3.0 deve essere più vicina al trattato costitutivo, “con l’Europa che assume la guida della sua difesa convenzionale”. Come sempre, tutto il merito di questa trasformazione è attribuito a una strategia di Trump per rendere il continente più forte obbligando gli stati membri ad aumentare le spese per la difesa e, di fatto, a cavarsela da soli mentre lui negozia “la fine della tragica guerra in Ucraina”. Il rapporto di febbraio dell’Ukraine Support Tracker prodotto dal Kiel Institute mostra un dato che è allo stesso tempo drammatico e di speranza: nel 2025 gli aiuti degli Stati Uniti all’Ucraina sono calati del 99 per cento. Ma grazie al sostegno europeo (+59 per cento di aiuti finanziari e umanitari e +67 per cento di aiuti militari rispetto alla media 2022-24) ciò che è arrivato a Kyiv è rimasto più o meno lo stesso. Non aiutare l’Ucraina significa non aiutare l’Europa, e in questo il disimpegno americano è concreto, sebbene ieri, per la prima volta da più di un anno, un funzionario della Casa Bianca di Trump abbia riaffermato l’impegno americano all’estensione della deterrenza nucleare e menzionato l’articolo 5 – due elementi che hanno in qualche modo rassicurato gli europei. Colby però non ha mai menzionato una sola volta la Russia di  Putin, cioè la minaccia più grande e imminente anche ai paesi europei. Come faceva notare ieri Shashank Joshi, responsabile della sezione difesa dell’Economist, due giorni fa durante la tappa a Seul del suo tour asiatico Colby ha fatto  lo stesso discorso ai funzionari sudcoreani, riproponendo i temi della Strategia di Difesa nazionale pubblicata a fine gennaio che invita la Corea del sud ad assumersi la responsabilità “primaria” di contenere la Corea del nord con un sostegno “fondamentale, ma più limitato” da parte degli Stati Uniti. 

 


La riunione di ieri arriva dopo giorni in cui l’adattamento alle politiche trumpiane dei vertici dell’Alleanza sembra avviato: mercoledì è stato confermato il lancio della missione chiamata “Arctic Sentry”, per rafforzare la sicurezza nell’estremo nord e nella regione artica. La scorsa settimana, la Nato aveva approvato una nuova distribuzione della struttura di comando, con il Regno Unito che assumerà il comando del Joint Force Command di Norfolk, in Virginia,  l’Italia quello del Joint Force Command di Napoli, oggi guidati dagli Stati Uniti, e Germania e Polonia si alterneranno alla guida del Joint Force Command di Brunssum, nei Paesi Bassi:  tutti e tre i comandi responsabili del livello operativo durante crisi e conflitti saranno affidati a europei. Se la Nato accelera le sue trasformazioni interne,  è la politica  a trainarle – al vertice di ieri mancavano, oltre a Hegseth, i ministri della Difesa di Turchia, Portogallo, Polonia e quello italiano, Guido Crosetto (d’altronde non deve essere semplice discutere di Difesa a livello internazionale senza avere avuto dalla propria maggioranza alcuna indicazione precisa sulle nuove risorse da destinare al comparto). Secondo quanto appreso dal Foglio, durante la riunione a porte chiuse è stata soprattutto la Germania a riaffermare gli impegni di spesa militare e ad annunciare un piano di riconversione industriale per produrre carri armati nelle fabbriche di treni. Sarebbero emerse poi ancora resistenze operative sul possibile dispiegamento di forze dentro ai confini ucraini. 

 


 Ieri a Bruxelles c’era anche il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, che ha partecipato al Consiglio informale Nato-Ucraina e al gruppo di contatto formato Ramstein, spiegando ai ministri la prossima strategia per la Difesa già annunciata da Zelensky, con l’apertura all’esportazione di droni e alla produzione congiunta con i partner europei. Se il meccanismo Purl della Nato sta ampliando il numero di donatori – anche il Giappone ha aderito – secondo i dati del Kiel Institute il problema riguarda il fatto che gli aiuti militari a Kyiv sono sempre più concentrati su pochi paesi. Al contrario, alcune grandi economie, si legge nello studio, “hanno registrato livelli relativamente modesti di aiuti militari. Ad esempio, lo stanziamento per gli aiuti militari dell’Italia registrato nel 2025 è stato di soli 0,3 miliardi di euro, persino inferiore a quello degli Stati Uniti, che hanno annunciato un solo pacchetto di aiuti militari (nel gennaio 2025)”. Ieri Rutte ha esortato i paesi a fare di più: “Il nostro continuo sostegno all’Ucraina garantisce che oggi possa difendersi, ma anche che sarà in grado di scoraggiare e difendersi da qualsiasi aggressione futura”. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.