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Editoriali
Le divisioni dei leader dell'Ue in “ritiro” che restano fermi sulla competitività
Tutti dicono che, dalla pubblicazione delle raccomandazioni di Draghi, non è stato fatto abbastanza. Ma, appena si entra nei dettagli delle cure proposte dall'ex presidente della Bce, ecco ricomparire fratture, prudenze e immobilismo. L’unica novità sembra essere un riposizionamento delle tradizionali alleanze
Alla prima discussione seria tra i capi di stato e di governo sulle raccomandazioni del rapporto di Mario Draghi, le vecchie divisioni interne all’Unione europea hanno di nuovo preso il sopravvento. I leader dei ventisette stati membri si incontrano oggi nel castello di Alden Biesen per un ritiro informale convocato dal presidente del Consiglio europeo, António Costa. L’obiettivo della riunione è redigere una road map – da approvare formalmente in marzo – per rilanciare la competitività economica dell’Europa nel nuovo contesto geopolitico e geoeconomico degli Stati Uniti di Donald Trump e della Cina di Xi Jinping. Tutti concordano con la diagnosi di Draghi, contenuta nel suo rapporto sul futuro della competitività: l’Europa rischia la lenta agonia a causa del distacco crescente su tecnologie chiave. Tutti dicono che, dalla pubblicazione delle raccomandazioni di Draghi, non è stato fatto abbastanza. Ma, appena si entra nei dettagli delle cure proposte da Draghi, ecco ricomparire fratture, prudenze e immobilismo. L’unica novità sembra essere un riposizionamento delle tradizionali alleanze.
Friederich Merz e Giorgia Meloni aspirano a essere il nuovo motore dell’Ue, con Ursula von der Leyen nel ruolo di pilota. Ma, leggendo con attenzione le loro proposte, l’asse italo-tedesco appare più un freno che un motore. Le loro priorità sono tre: deregolamentazione (con il nome di “semplificazione”), aiuti di stato più facili (con la scusa del sostegno alla base industriale) e accordi commerciali (per diversificare le catene di approvvigionamento e trovare nuovi mercati). In tempi normali l’agenda Merz-Meloni sarebbe positiva. Ma questi non sono tempi normali. Emmanuel Macron si trova sull’altro fronte. E’ il presidente francese che si è fatto portavoce di alcune delle principali raccomandazioni di Draghi. Due sono i temi che vorrebbe imporre al “ritiro” nel castello di Alden Biesen: il debito comune europeo e la preferenza europea. Su entrambi incontra pochi sostegni, come la Spagna, ma soprattutto resistenze. Da Berlino è arrivato un altolà. Il dibattito sul debito comune “distoglie l’attenzione” dal problema della competitività, hanno spiegato i funzionari tedeschi: “Qualsiasi ‘preferenza europea’ deve essere l’eccezione”, perché “il protezionismo non può essere il futuro del modello europeo di prosperità”.
Sul debito, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha spiegato di non volerne discutere perché Francia e Germania non sono d’accordo. Sulla “preferenza europea” – un meccanismo per favorire i prodotti “made in Europe”, in particolare negli appalti pubblici – Ursula von der Leyen si è incaricata di limitarne la portata: non deve contraddire gli accordi commerciali con i paesi terzi e non deve aumentare i costi o il carico burocratico per le imprese. Ma la sua soluzione rischia di essere burocratica: “Introdurremo requisiti specifici di contenuto Ue per i settori strategici. Questo includerà anche requisiti a basse emissioni di carbonio negli appalti pubblici”, ha detto ieri von der Leyen.
Il debito comune dell’Ue e la “preferenza europea” possono fare inorridire i liberali classici. Il sospetto verso il tradizionale protezionismo della Francia può essere giustificato. Ma rifiutare anche solo di discutere di entrambi significa non comprendere quanto il mondo sia cambiato e quanto l’Ue debba cambiare. La preferenza europea nei settori strategici non è più protezionismo, ma una questione di sopravvivenza se Stati Uniti e Cina – come sostiene Draghi – usano le interdipendenze come arma di coercizione politica ed economica. Il debito comune per finanziare progetti europei non è redistribuzione, ma una necessità per tenere il passo di Stati Uniti e Cina sviluppando reti elettriche e digitali, intelligenza artificiale e quantum, nonché armamenti. L’alternativa sono aiuti di stato nazionali – che solo chi ha spazio fiscale come la Germania può permettersi – per piccoli progetti nazionali, che non fanno la differenza a livello globale e che frammentano il mercato unico – a svantaggio dell’Italia. L’Europa continuerà a sopravvivere nella sua “lenta agonia”. Almeno i suoi leader smettano di usare il rapporto Draghi come un oggetto di culto e venerazione.