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Un problema più profondo

La crisi del WaPo dipende dalla politica (poco) e dai conti (tantissimo)

Marco Gambaro

Da almeno cinque anni il giornale di Washington mostra segnali di affanno. Sul fronte della carta il declino è stato rapido e continuo, e la qualità editoriale non salva dalla debolezza economica. Un avvertimento per tutta l’industria dei media

La crisi del Washington Post viene letta prevalentemente in chiave politica. La decisione di licenziare 300 giornalisti e le successive dimissioni del direttore generale sono considerate da molti un modo per compiacere Donald Trump in vista di possibili futuri vantaggi. Questa interpretazione contiene una parte di verità, ma rischia di essere fuorviante se diventa l’unica chiave di lettura. Il problema del Post è più profondo e più antico. La politica ha inciso, ma su una struttura già fragile dal punto di vista economico.

Da almeno cinque anni il giornale di Washington mostra segnali di affanno. Sul fronte della carta, il declino è stato rapido e continuo. Nel 2020 le vendite superavano ancora le 250 mila copie. Nel 2025 sono scese sotto le 100 mila. Un crollo che ha eroso una delle tradizionali basi di ricavo, in linea con il trend generale dell’industria, ma con un’intensità superiore a quella dei principali concorrenti.

Il vero nodo, però, è il digitale. Dopo una forte crescita negli anni della presidenza Trump e durante la pandemia, il Post ha raggiunto un picco di circa tre milioni di abbonati online nel 2021. Da allora la curva si è appiattita e poi ha iniziato a scendere. Nel 2024 la base era stimata intorno ai 2,5 milioni, già in calo rispetto al massimo storico. La vicenda dell’endorsement ha poi prodotto un’ulteriore accelerazione: oltre 200 mila abbonamenti cancellati in poche settimane. Un colpo pesante, ma arrivato su un equilibrio già instabile.

                            

Il confronto con i principali concorrenti è istruttivo. Il New York Times ha costruito negli stessi anni un modello di crescita molto diverso. Oggi supera i dieci milioni di abbonati digitali. Non vende solo notizie, ma un pacchetto integrato che comprende giochi, cucina, podcast, newsletter e servizi, senza perdere qualità giornalistica. Il bundle riduce la propensione alla disdetta e aumenta il valore percepito. Il Times ha trasformato l’abbonamento in un ecosistema.

Il Wall Street Journal, dal canto suo, ha mantenuto un posizionamento fortemente verticale. L’informazione economico-finanziaria resta un bene ad alta disponibilità a pagare. I suoi lettori sono meno sensibili alle oscillazioni politiche e meno propensi a cancellare l’abbonamento per ragioni ideologiche. Ne deriva un flusso di ricavi da subscription più stabile e un Average Revenue Per User più elevato.

Il Post è rimasto in mezzo. Troppo generalista per competere con il Times sul piano dell’ecosistema, troppo politico per avere la solidità del Wsj. Per anni ha beneficiato dell’“effetto Trump”: un’attenzione straordinaria alla politica federale, alle inchieste, ai retroscena di Washington. Quando quella domanda eccezionale si è normalizzata, è emersa la fragilità del modello. Anche la pubblicità racconta la stessa storia. Negli ultimi anni i ricavi advertising del Post sono diminuiti in modo sensibile, seguendo il declino del traffico da motori di ricerca e social. Il cambiamento degli algoritmi, la concorrenza delle piattaforme e l’emergere dell’AI hanno ridotto il valore della distribuzione tradizionale. Il giornale non è riuscito a compensare questa perdita con una crescita sufficiente delle subscription.

In questo quadro, la dimensione politica ha agito come fattore secondario ma rilevante, trasformando la stagnazione in una caduta e fornendo agli abbonati indecisi una ragione in più per cancellare. Da questa vicenda emergono alcune lezioni economiche. La prima è che i posizionamenti nel digitale non sono tutti replicabili. Il successo del New York Times non è esportabile per definizione. Ogni testata deve trovare una propria combinazione di prodotto, prezzo, servizi e identità.

Il Post ha avuto alle spalle uno degli imprenditori più ricchi del mondo. Questo ha consentito investimenti, assunzioni, sperimentazioni. Ma il capitale, da solo, non basta. Senza un ripensamento profondo dei processi produttivi e dell’organizzazione delle redazioni, gli investimenti rischiano di diventare solo una copertura temporanea delle inefficienze. Negli ultimi anni l’innovazione è rimasta in parte separata dal cuore del lavoro giornalistico. Tecnologia, prodotto, redazione e marketing hanno faticato a integrarsi in un modello industriale coerente. Il risultato è stato un’elevata qualità editoriale, ma una debolezza strutturale sul piano economico.

Infine, nessun grande investitore può sostenere indefinitamente un giornale in perdita. Anche chi dispone di risorse quasi illimitate prima o poi chiede un riequilibrio. Se i ricavi scendono occorre trovare un modello con costi fissi più bassi e redazioni più ridotte. La crisi del Washington Post non è solo una storia di politica e polarizzazione. E’ soprattutto una storia di modello di business incompiuto. Di una transizione digitale riuscita solo a metà. Un avvertimento per tutta l’industria dei media: l’èra digitale non premia automaticamente la qualità, ma chi riesce a trasformarla in un prodotto sostenibile. Chi non ci riesce, prima o poi, paga il conto. Anche se ha alle spalle un miliardario.

 

 

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