Pechino punta sulle divisioni dentro all'Ue

Divide et impera. La strategia cinese con l'Europa

Giulia Pompili

Confermata la presenza del ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dopo una tappa a Budapest. Pechino prova a rilanciarsi come interlocutore “responsabile” mentre i rapporti con Bruxelles restano tesi: indagini commerciali, Hong Kong, gelo diplomatico. Ma soprattutto, per ora nessun bilaterale previsto con Kaja Kallas

Ieri anche Pechino ha confermato la presenza del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che si apre domani. Non era scontato: l’appuntamento di febbraio in Baviera, nato sessantadue anni fa dall’editore tedesco Ewald-Heinrich von Kleist-Schmenzin, è diventato uno dei più importanti a livello globale su politica estera e sicurezza, ma anche un test pratico dello stato dei rapporti internazionali, perché al di là dei discorsi e dei dibattiti, la parte più importante avviene dietro le quinte, nei bilaterali e nei contatti a margine. Wang è volato ieri in Ungheria, non a caso l’alleato più importante della Cina in Europa.

 

Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha accolto Wang a Budapest con i tradizionali tappeti rossi, e ha detto di apprezzare molto “gli sforzi per la pace della Cina, stiamo combattendo insieme per portare finalmente la pace all’Ucraina”. Una affermazione quantomeno spericolata, soprattutto perché è proprio il sostegno di Pechino alla Russia di Putin che negli ultimi quattro anni ha reso i rapporti fra la Cina e l’Europa particolarmente complicati. A Monaco Wang pronuncerà un discorso, e diversi analisti suggeriscono che ancora una volta Pechino cercherà di offrirsi al mondo occidentale come l’unica potenza responsabile e coerente, in netta contrapposizione con l’imprevedibilità e l’arroganza della Casa Bianca di Donald Trump. La narrazione sta conquistando (o ha già conquistato) diversi governi nazionali occidentali, tra chi parla di un “reset” nelle relazioni con Pechino (come il primo ministro canadese Mark Carney) e chi ci prova (come il primo ministro britannico Keir Starmer). Anche il presidente francese Emmanuel Macron, che è stato a Pechino a dicembre, nell’intervista ai media europei dell’altro ieri ha detto che “abbiamo lo tsunami cinese sul fronte commerciale e abbiamo un’instabilità minuto per minuto sul fronte americano. Queste due crisi equivalgono a uno choc profondo, una rottura per gli europei”. 

 


Per Bruxelles, che fa fatica a trovare una politica estera comune nelle relazioni con l’America di Trump, è ancora più complicato cercare un equilibrio nelle relazioni commerciali con Pechino e una soluzione alla minaccia multiforme e incombente della Repubblica popolare cinese. La leadership cinese sta sfruttando le divisioni per ottenere più risultati nella più classica delle strategie del divide et impera. Ieri Finbarr Bermingham, corrispondente da Bruxelles del South China Morning Post, ha scritto che la strategia non è nuova – “concedere un accesso ristretto al mercato ai singoli stati membri nella speranza che questi aiutino ad annacquare le posizioni sempre più assertive di Bruxelles” – ma ha anche riportato in esclusiva alcuni retroscena degli ultimi contatti fra funzionari dell’Ue e Pechino, che mostrano una situazione più complicata di quanto precedentemente descritto. Negli ultimi mesi, per esempio, l’ambasciatore dell’Ue in Cina, Jorge Toledo, “sarebbe stato di fatto tagliato fuori dagli incontri con i ministeri competenti”, un isolamento deliberato simile a quello avvenuto a dicembre scorso durante l’annuale viaggio della delegazione di lobbisti di BusinessEurope, a cui per la prima volta sarebbe stato negato l’incontro con il ministro del Commercio di Pechino.

 

A certe reticenze, la Commissione avrebbe risposto chiedendo ai suoi funzionari di evitare incontri diretti con l’ambasciatore cinese a Bruxelles Cai Run. E del resto solo una settimana fa l’Ue ha aperto l’ennesima indagine contro un’azienda cinese per dumping, nello specifico la Goldwind Science & Technology, che fa turbine eoliche. L’altro ieri il portavoce del Servizio esterno ha pubblicato una nota per criticare “la pesante condanna a 20 anni di reclusione inflitta al cittadino britannico e imprenditore nel settore dei media Jimmy Lai”, chiedendone il rilascio immediato. L’ambasciatore Cai Run si è preso la briga di rispondere esortando l’Ue ad “astenersi dal fare commenti irresponsabili sulla gestione dei casi giudiziari di Hong Kong e ad astenersi dall’interferire in qualsiasi forma nel sistema giudiziario di Hong Kong o negli affari interni della Cina”. Fonti del Foglio confermano che alla Conferenza di Monaco, per il momento, non è in programma alcun incontro diretto fra Wang Yi e l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.