Cos'è il Save America Act e come cambierebbe il voto negli Stati Uniti

Marco Arvati

Trump vuole modificare il processo elettorale in vista delle elezioni di medio termine, rendendolo più complesso. Alla Camera il provvedimento dovrebbe passare senza intoppi, diversa sarà la situazione al Senato, dove i democratici annunciano il ricorso

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta cercando di modificare il processo elettorale in vista delle elezioni di medio termine. Dopo aver affermato che i repubblicani dovrebbero “nazionalizzare le elezioni”, che adesso sono, secondo dettato costituzionale, in carico ai singoli stati, ora sta spingendo perché venga votato un pacchetto di riforme, il Save America Act, che, nelle parole della leadership repubblicana, dovrebbe “rendere il processo più giusto e far sì che i cittadini tornino a credere nel processo elettorale”. È stato lo stesso Trump, però, a instillare dubbi sulle operazioni di voto, continuando a sostenere di aver vinto le elezioni del 2020 nonostante i brogli dei democratici, affermazioni mai dimostrate da nessun tribunale statunitense. 

 

Secondo la nuova legge, che dovrebbe essere votata alla Camera questa settimana, ai cittadini sarebbe richiesta, al momento della registrazione nelle liste elettorali, una prova della loro cittadinanza attraverso un documento che la attesti o che dimostri la nascita sul suolo statunitense. Secondo l’organizzazione non partisan Campaign Legal Center (Clc), la legge non fa altro che aggiungere nuove barriere non necessarie, insieme alla richiesta di produrre documenti addizionali per circa 21 milioni di americani. Negli Stati Uniti, infatti, non esiste un documento di riconoscimento simile alla carta di identità italiana. I documenti più comuni per certificare il proprio status di cittadino sono il passaporto, non posseduto, però, da circa metà della popolazione, e il certificato di nascita, a cui molti non hanno accesso diretto. Non si potrebbe utilizzare, invece, la patente di guida, perché di solito queste non indicano la cittadinanza.

 

Altri passaggi della legge sono volti a rendere più complessa la procedura del voto via posta, che Trump, nonostante in passato lo abbia utilizzato, vorrebbe cancellare del tutto, e l’inasprimento delle pene, fino a 5 anni di carcere, per gli ufficiali elettorali che aiutano una persona a registrarsi nelle liste elettorali se questa non possiede tutta la documentazione corretta. La pena scatterebbe anche se la persona registrata si dimostrasse effettivamente un cittadino americano. Secondo il Brennan Center for Justice, il 38 per cento degli ufficiali elettorali a partire dal 2020 ha subìto intimidazioni e abusi, e molti temono per la loro sicurezza. Infine, ogni stato dovrebbe condividere la propria lista degli elettori con il dipartimento della Sicurezza nazionale (Dhs), che dovrebbe svolgere un controllo incrociato con le liste in proprio possesso; liste che sempre il Clc definisce “piene di errori”. Un provvedimento criticato anche da alcuni repubblicani, come l’ex segretario di stato del Kentucky Trey Grayson, il quale ha detto al Washington Post che “il principio cardine delle elezioni è quello di essere in mano agli stati, mentre il Congresso è coinvolto per il minimo indispensabile”.

 

Alla Camera il provvedimento dovrebbe passare senza intoppi, mentre al Senato la situazione è molto più complessa. Chuck Schumer, il leader democratico al Senato, ha definito la legge “una nuova Jim Crow” paragonandola a quel pacchetto di provvedimenti del primo novecento che diede il via alla segregazione e impedì, nei fatti, agli afroamericani di votare. Ha poi annunciato il ricorso, da parte democratica, allo strumento del filibuster, che richiede una supermaggioranza di 60 voti per far approvare la legge. Alcuni repubblicani vorrebbero eliminare questa possibilità. Il senatore dello Utah Mike Lee ha richiesto il ritorno al regolamento precedente agli anni ’70, quando il filibuster era una misura di ostruzionismo che impediva di votare una legge soltanto fino a quando la minoranza riusciva a continuare a parlare a oltranza. Il leader repubblicano John Thune non è però d’accordo: secondo lui, questa procedura sarebbe estremamente dispendiosa in termini di tempo e impedirebbe al Senato di procedere con gli ordini del giorno in programma. C’è poi un altro tema: i senatori repubblicani della vecchia guardia sono molto attaccati alle prerogative concesse dal filibuster, che hanno difeso con forza da vari tentativi dei democratici, l’ultima volta all’inizio della presidenza Biden, di cancellarle. Una differenza di visioni tra politici tradizionali ed esponenti Maga che si esplicita in una frase della deputata trumpiana Anna Paulina Luna: ha affermato, infatti, l’esistenza di “una Camera molto aggressiva e un Senato che è parte del problema”. 

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