Dal campo di battaglia al rapporto con Trump, le menzogne su Kyiv
Manuale di istruzioni per parlamentari imbelli sulle truffe di Mosca, fra negoziati fasulli e conquiste al fronte inventate
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha fatto sapere che gli Stati Uniti stanno venendo meno ai loro impegni; che tutto era stato detto, stabilito, certificato per far finire la guerra; che i russi erano pronti, ma adesso Washington non ci sta più. La dichiarazione del ministro più longevo del putinismo è stata interpretata in due modi. Il primo è quello che hanno segnalato i più ottimisti: la Russia si aspettava che gli Stati Uniti avrebbero mollato Kyiv, poi però gli americani si sono accorti che non era semplice convincere gli ucraini a cedere e quindi hanno rivisto le loro posizioni. Secondo altri, meno ottimisti, Lavrov esprime soltanto un suo parere personale, spinto dalla rivalità con Kirill Dmitriev, l’uomo d’affari russo formatosi negli Stati Uniti che veste, parla e promette investimenti come piace a un immobiliarista del livello di Steve Witkoff, l’inviato di Trump per risolvere le crisi internazionali.
Lo scorso fine settimana, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che Donald Trump vuole che la guerra finisca entro giugno ed è pronto a esercitare forti pressioni per ottenere un accordo. Le pressioni finora sono state su Kyiv e gli ucraini non si fanno illusioni sul fatto che possano cambiare direzione e concentrarsi su Mosca. Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca più di un anno fa, promettendo di porre fine alla guerra in tempi rapidi. Questo anno abbondante di secondo mandato è stato preso dai russi come una buona opportunità per continuare il conflitto e arrivare con i negoziati dove l’esercito di Mosca non riesce ad arrivare con i combattimenti. Il Cremlino per prima cosa, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, ha fatto in modo di convincere gli americani che i russi stanno vincendo la guerra, che avanzano. Sul campo di battaglia, la realtà è un’altra: Mosca per avanzare ha bisogno di un gran numero di uomini che proseguono molto lentamente, il fronte viene rosicchiato, tanto che l’aggressione russa contro l’Ucraina nel Donbas è l’avanzata più lenta dai tempi della battaglia della Somme nella Prima guerra mondiale. Ovviamente gli Stati Uniti hanno le capacità per stabilire indipendentemente come e quanto avanzano i russi, ma Washington ha preso per buona la versione del Cremlino e quando in agosto dello scorso anno Trump ha incontrato Zelensky alla Casa Bianca, lo ha accolto con delle mappe del fronte non veritiere, che corrispondevano alle nozioni diffuse da Mosca.
Il capo del Cremlino, Vladimir Putin, ha più volte annunciato di aver catturato città ucraine. E’ accaduto con Pokrovsk, nel Donetsk, e con Kupiansk, nella regione di Kharkiv. Pokrovsk è assaltata dall’estate del 2024 e Mosca non la controlla interamente: in un anno e sei mesi sta ancora cercando di conquistarla. A Kupiansk Putin aveva addirittura invitato i giornalisti ad andare a documentare la caduta della città e la conquista da parte di Mosca, ma i giornalisti non sono mai arrivati, al loro posto si è presentato Zelensky per dimostrare nel modo più palese possibile che il capo del Cremlino aveva mentito. Nonostante le dimostrazioni, gli Stati Uniti hanno continuato a credere ai russi. Soltanto una volta Trump non ha ceduto a Putin: quando Mosca ha inventato l’attacco alla villa del capo del Cremlino sul lago Valdai, presa di mira, secondo i russi, dai droni ucraini nel giorno dei negoziati. La Cia sapeva che non era vero e portò le prove al presidente americano.
I negoziati con gli ucraini si sono spesso trasformati in occasioni di colloqui fra Washington e Mosca. L’ultimo incontro trilaterale ad Abu Dhabi, la scorsa settimana, si è concluso con la notizia che gli americani e i russi avevano tenuto dei vertici paralleli per stabilire il rinnovo dei colloqui ad alto livello fra gli eserciti dopo quattro anni: un passo essenziale verso la normalizzazione delle relazioni fra i due paesi. Dopo Abu Dhabi, il prossimo incontro rigorosamente trilaterale, da cui gli europei alleati di Kyiv sono esclusi, si dovrebbe tenere a Miami, la sede della diplomazia trumpiana che più volte ha accolto il sanzionato Dmitriev e adesso aprirà le porte anche ai generali russi che fanno parte della squadra negoziale. Il fatto che la nuova sede sia negli Stati Uniti segna che l’Amministrazione americana non è più vista dai russi come alleata degli ucraini. Secondo quanto risulta al Foglio, gli ucraini hanno accolto la notizia con un senso di sorpresa, ma non si tireranno indietro e parteciperanno.
Da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca, il numero delle vittime civili in Ucraina è aumentato del 31 per cento in più rispetto all’anno precedente. L’anno di Trump è l’anno più sanguinoso della storia della guerra e il perché è semplice: Putin avanza troppo lentamente sul fronte e per dare prove di forza martella le città. Kyiv, Odessa, Kharkiv, Sumy, Leopoli, Dnipro: tutte sono sotto tiro, bersagli della truffa del negoziato di Mosca.
Frattura nella sinistra