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dalla spagna

Così il voto in Aragona indebolisce Sánchez

Marcello Sacco

Domenica si è votato per il rinnovo dell’assemblea regionale della comunità autonoma di Aragona. Il Partito popolare ha vinto le elezioni, mentre il Psoe ha toccato il suo record negativo passando da 23 a 18 seggi. A uscirne più forti sono i populisti di Vox, che raddoppiano il loro peso

Domenica scorsa non c’è stato solo il ballottaggio per le presidenziali in Portogallo, vinto con ampio margine dal socialista António José Seguro. Nella Penisola iberica si votava anche per il rinnovo dell’assemblea regionale della comunità autonoma di Aragona, ma lunedì mattina il socialista spagnolo Pedro Sánchez poteva congratularsi solo con il socialista portoghese. “La socialdemocrazia avanza con la tua vittoria. Lavoreremo insieme per un futuro migliore per i cittadini portoghesi e spagnoli”, ha twittato il primo ministro di Spagna.

In Aragona, invece, il suo Psoe aveva toccato un record negativo, scendendo da 23 a 18 seggi. Non è solo una sconfitta regionale. La candidata alla regione, Pilar Alegría, era ministra dell’Istruzione e portavoce del governo fino a poco più di un mese fa. Il voto contro di lei è un voto contro il governo, è questa la lettura difficilmente opinabile che molti analisti fanno del suffragio aragonese. Con il 34,3 per cento dei voti ha vinto il Partito popolare, in Aragona guidato da Jorge Azcón. Ma anche in questo caso si tratta di una vittoria amara e nei dibattiti del “day after” si sprecano gli ossimori su un Pp che “vince perdendo”. Perché Azcón aveva ottenuto una maggioranza relativa nel 2023 e in queste elezioni anticipate, causate proprio dalla debolezza del suo governo minoritario, aveva bisogno di raggiungere o almeno avvicinarsi alla maggioranza assoluta dei 34 seggi. Invece ne perde due e scende a 26. Chi può cantare davvero vittoria sono i populisti di Vox, che prima lasciano e poi raddoppiano. Il film è lo stesso già visto a dicembre in Estremadura. Prima Vox toglie l’appoggio a tutti gli esecutivi regionali in cui governa con il Pp, per protesta contro la redistribuzione degli immigrati minorenni (accettata dai leader locali e mai concordata con il Psoe a livello nazionale). Poi boccia il bilancio regionale e rende inevitabile l’andata alle urne. In Estremadura sono passati da 5 a 11 seggi e tengono sempre più sulla graticola la presidente eletta, María Guardiola, con cui non hanno ancora siglato un accordo (hanno tempo fino al 19 febbraio). Ora anche in Aragona Vox raddoppia da 7 a 14 seggi. Sette in più, tanti quanti ne perdono socialisti e popolari.

 

 

Per completare il quadro, Izquierda Unida mantiene il suo unico seggio, ma scompare Podemos, che in campagna elettorale aveva promesso la sostituzione etnica dei fascisti spagnoli con gli immigrati buoni e progressisti. Nella galassia dei partiti locali si segnala anche la scomparsa, per la prima volta nella sua storia, del Partito aragonese regionalista (Par). Va meglio la Chunta Aragonesista (di sinistra), che passa da tre a sei seggi. A proposito di regionalismo, uno dei temi della campagna è stato il nuovo modello di finanziamento regionale, che penalizzerebbe proprio l’Aragona. Ciò che si rinfaccia a Sánchez è l’aver cucinato con gli indipendentisti catalani di sinistra (Esquerra Republicana, il cui leader Oriol Junqueras è stato condannato per il tentativo di secessione del 2017) un modello che, eccezionalmente, per non penalizzare un contribuente netto come la Catalogna, rifiuta il principio della redistribuzione fiscale. Che sia efficace o meno sul piano tecnico, quella delle imposte progressive è pur sempre una bandiera delle sinistre. È strano che due partiti di sinistra decidano di ammainarla eccezionalmente solo in Catalogna, ed è normale che gli altri si sentano defraudati. Così, in una sola nazione, vediamo riprodursi i litigi già visti a livello europeo su come redistribuire soldi e migranti. Insomma, i due storici partiti della democrazia spagnola, i soli accomunati da una vocazione genuinamente europeista, si dissanguano in una guerra identitaria in cui, paradossalmente, sembrano condannati a somigliare sempre più al rivale di turno che qua o là li aiuta a governare. Sánchez costretto ad andare con tutti pur di rimanere in sella a Madrid. I popolari di Feijóo presi nell’abbraccio di un solo partner sempre più grosso ed esigente.

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