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l'editoriale del direttore

Contro la balla della vittoria russa

Claudio Cerasa

Perdite record sul campo. Conquiste a rilento. Nato che si rafforza ai confini della Russia. Influenza sparita. Kyiv che si europeizza. La difesa dell’Ucraina non è solo giusta: porta pure risultati. Una controstoria, dati alla mano

La forza c’è, i risultati no. La propaganda avanza, l’esercito no. L’aggressione è un fatto, la vittoria no. Il carburante utilizzato con maggiore disinvoltura da tutti coloro che con vari gradi di irresponsabilità sostengono che difendere l’Ucraina sia in fondo solo una perdita di tempo tende a coincidere con una tesi che suona grosso modo così: aiutare economicamente, politicamente, militarmente l’Ucraina non è soltanto sbagliato ma è anche del tutto inutile, perché la Russia presto o tardi vincerà la guerra, perché la difesa dell’Ucraina fa acqua da tutte le parti e perché tenere a galla un paese che non ha possibilità di successo è solo un modo per ritardare la pace. Il Wall Street Journal, tre giorni fa, ha pubblicato un editoriale importante in cui afferma con forza una tesi opposta, utile a ribaltare una narrazione che fa presa da tempo in un pezzo non irrilevante dell’opinione pubblica, non solo americana. E per sostenere una tesi nobile, che è ancora più nobile se si pensa che il Wsj è un giornale conservatore, il quotidiano di Wall Street afferma che Putin non sta affatto vincendo la guerra, che l’Ucraina non sta affatto perdendo la guerra e che per questo Trump, nei ritagli di tempo che gli restano tra un meme e un altro contro gli Obama raffigurati ieri sui social come delle scimmie, ha in teoria tutto il tempo e tutta la convenienza per esercitare pressioni militari ed economiche contro la Russia, non contro l’Ucraina, per raggiungere una pace onorevole. Per sostenere la sua tesi, il Wall Street Journal ha citato lo studio di un importante think tank di Washington che studia sicurezza, difesa, geopolitica e tecnologia, il Csis, Center for Strategic and International Studies, che ha da poco pubblicato un report approfondito dedicato proprio a questo tema: ma la Russia sta davvero vincendo la guerra contro l’Ucraina? La risposta è secca: no. Ed è una risposta supportata da fatti, numeri e storie. 

Dopo quattro anni di guerra, scrive il Csis, Putin non sta ottenendo guadagni territoriali commisurati alle sue perdite. Dopo quattro anni di guerra, le forze russe hanno subìto quasi 1,2 milioni di perdite, “più di qualsiasi grande potenza in qualsiasi guerra dalla Seconda guerra mondiale”. Nello specifico, le vittime russe sui campi di battaglia in Ucraina sono oltre 17 volte superiori alle vittime sovietiche in Afghanistan durante gli anni 80, 11 volte superiori a quelle durante la prima e la seconda guerra cecena combattute dalla Russia rispettivamente negli anni Novanta e Duemila, e oltre cinque volte superiori a tutte le guerre russe e sovietiche messe insieme dalla Seconda guerra mondiale in poi. E ancora, le forze russe, dal 2024 a oggi, sono riuscite ad avanzare a una velocità media compresa tra i 15 e i 70 metri al giorno nelle loro offensive più importanti, “più lentamente di quasi tutte le principali campagne offensive in qualsiasi guerra dell’ultimo secolo”. Per capirci: nel 2024, le forze russe hanno conquistato circa 3.604 chilometri quadrati di territorio ucraino, pari a circa lo 0,6 per cento dell’Ucraina, un’area più piccola della Val d’Aosta. Nel 2025, le forze russe hanno ottenuto conquiste leggermente maggiori, occupando circa 4.831 chilometri quadrati (circa lo 0,8 per cento dell’Ucraina), riconquistando circa 473 chilometri quadrati nell’oblast’ russa di Kursk. Nell’offensiva di Pokrovsk, infine, le forze russe sono avanzate a una velocità media di 70 metri al giorno. E l’esercito russo – che doveva conquistarne il cento per cento nel giro di pochi giorni – dopo aver conquistato il 20 per cento dell’Ucraina nel primo anno di guerra ne ha conquistato dall’inizio del 2024 meno dell’1,5 per cento. Il tutto con una base industriale della difesa russa che ha prodotto quantità significative di sistemi d’arma, come carri armati, munizioni e droni, con l’aiuto di Cina, Iran, Corea del nord. Il tutto con un bacino di soldati da mobilitare molto più ampio rispetto a qualsiasi paese europeo. Il tutto facendo leva su un’opinione pubblica che ovviamente non chiede a Putin il conto delle sue efferatezze. E a tutto questo, ovviamente, va aggiunto anche un altro elemento.

L’obiettivo primario di Putin era riportare l’Ucraina nella sfera di influenza russa, sia direttamente, conquistando e annettendo militarmente l’Ucraina, sia indirettamente, installando un alleato russo a Kyiv: non sta succedendo. L’obiettivo secondario di Putin era di impedire un’ulteriore espansione della Nato verso est: rispetto all’inizio della guerra, Putin ha 1.340 chilometri in più di confine che condivide con la Nato, grazie all’ingresso della Finlandia nell’Alleanza atlantica. Il terzo obiettivo di Putin era usare la campagna in Ucraina per rafforzare la presenza della Russia nel mondo: quattro anni dopo la guerra che doveva essere lampo, la Russia è stata cacciata dalla Siria, è stata ridimensionata in medio oriente, è stata messa parzialmente in fuga in Venezuela, è rincorsa in tutto il mondo, tranne che in Europa, anche dagli americani, a caccia da mesi delle flotte ombra di Putin. La propaganda suggerisce che la Russia stia marciando verso un’inevitabile vittoria sul campo di battaglia e che per questo sia dannoso sostenere l’Ucraina: solo una perdita di tempo. Ma la guerra che la Russia sostiene di aver ormai vinto è una guerra che l’Ucraina in realtà sta vincendo. E una guerra in cui la Russia, come ha ricordato mesi fa anche Giorgia Meloni, si è impantanata, “tanto che, dalla fine del 2022 a oggi, è riuscita a conquistare appena l’1,45 per cento del territorio ucraino”. E’ una guerra in cui, come ha ricordato giorni fa l’ammiraglio Cavo Dragone, presidente del Comitato militare Nato, la Russia ha perso più o meno 650 soldati al giorno negli ultimi dieci mesi e in cui la Russia negli ultimi mesi è riuscita ad avanzare di cento metri al giorno. E’ una guerra in cui, come ha ricordato a Davos il primo ministro finlandese Alexander Stubb, la Nato è diventata più grande, l’Ucraina è diventata più europea, l’Europa ha iniziato a spendere per difendersi e in cui la Russia non ha trovato la forza di raggiungere nessuno degli obiettivi che si era preposta. La forza c’è, i risultati no. La propaganda avanza, l’esercito no. L’aggressione è un fatto, la vittoria no. Sostenere l’Ucraina non è solo giusto, non è solo doveroso. E’ anche utile ad aiutare un esercito glorioso a continuare a fare quello che sta facendo da quattro anni: non regalare una vittoria alla Russia di Putin e tenere lontano i nemici della libertà dai confini non solo dell’Ucraina ma anche delle nostre democrazie.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.