Foto ANSA

DA MADRID

Successo internazionale e crisi in Spagna. Le due facce di Sánchez

Marcello Sacco

L'articolo del New York Times è un altro colpaccio del premier spagnolo, che fuori dal suo paese assume sempre più la statura del leader che la sinistra stenta a trovare altrove

Madrid. Pedro Sánchez ha pubblicato sul New York Times un articolo in cui spiega alla platea internazionale del prestigioso quotidiano americano perché ha deciso di regolarizzare mezzo milioni di immigrati illegali in Spagna. I motivi sono due, scrive, uno morale e l’altro pragmatico: si tratta di gente che già lavora nel paese e merita visibilità e diritti; e poi gli spagnoli hanno bisogno di loro, della loro manodopera e dei loro contributi al sistema pensionistico. Il ragionamento non fa una piega, anche se sorgono già dubbi su come gestire l’impegno burocratico per realizzare tutto ciò. Nel vicino Portogallo l’ingresso di un milione e mezzo di stranieri in pochi anni ha rappresentato un’ancora di salvataggio sia economico che demografico, ma ha portato al tracollo dei servizi in cui non si sono fatti adeguati investimenti.

 

Tuttavia, quello del Nyt è un altro colpaccio di Sánchez, che fuori dalla Spagna assume sempre più la statura del leader che la sinistra stenta a trovare altrove. Arriva, per giunta, dopo giorni di battibecchi virtuali con Elon Musk e Pavel Durov, rispettivamente proprietri di X e Telegram. In quel caso il pomo della discordia è il disegno di legge che proibirà l’accesso ai social network per i minori di 16 anni. Una proposta simile l’aveva depositata l’anno scorso il Partito popolare, il cui Alberto Núñez Feijóo, ora dice che i socialisti dovrebbero pagargli il copyright. Anche il duello con i “tecnoligarchi” casca a fagiolo, facendo di Sánchez l’ultimo paladino della democrazia e non uno che, banalmente, accoglie una proposta del centrodestra.

 

Il problema è che Sánchez somiglia sempre più a certi cineasti che vincono premi nei festival internazionali, ma in patria sempre meno gente compra il biglietto per i loro film. Non gode di buona critica, insomma, e i critici non sono tutti fanatici parafascisti. Preoccupano le pressioni del governo sulla magistratura, che in questo momento ha in mano diversi filoni d’inchiesta piuttosto gravi. Indignano gli incidenti ferroviari che fanno decine di morti (ai cui funerali il premier evita di presentarsi) e ora obbligano i famosi Tav a circolare come vecchie littorine. E soprattutto solleva dubbi la sua capacità di tenere insieme una maggioranza parlamentare che, tra partner ufficiali e compagni occasionali, si ritrova imbrigliata in una rete di rapporti adulterini che va dall’estrema sinistra di Podemos a un partito di centrodestra indipendentista come il catalano Junts, tutti dotati di una capacità di ricatto direttamente proporzionale alla volontà del governo di rimanere a galla a ogni costo.

 

C’è, ancora una volta, un motivo nobile: fare da baluardo all’avanzata dell’estrema destra. Ma è il motivo pragmatico che non convince, perché i socialisti non stanno riuscendo a fermare il malcontento degli spagnoli, che sempre più numerosi votano il partito di ultradestra Vox. Domenica prossima circa un milione di elettori della comunità autonoma dell’Aragona eleggeranno il nuovo presidente e l’assemblea regionale. La candidata socialista è una colonna del “sanchismo”, Pilar Alegría, ministra dell’Istruzione e portavoce ufficiale del governo fino a un mese fa. Secondo i sondaggi, il Psoe perde seggi e da 23 potrebbe scendere a 17, minimo storico, peggio del 2015. Ma quell’anno il rivale era a sinistra, Podemos, che ne prese 14. Domenica quelli di Podemos potranno dirsi soddisfatti se eleggeranno un rappresentante, mentre la palla è tutta a destra, con i popolari che vorrebbero governare da soli, ma è Vox a crescere più di tutti. Come già in Estremadura, per il Pp potrebbe risultare impossibile governare senza di loro, e i contesti regionali sono lo specchio di ciò che prima o poi accadrà a livello nazionale.

 

In tutti questi anni Sánchez ha conquistato la base del partito e poi le platee internazionali mostrandosi come leader della sinistra autentica, che non scendeva a patti con il centrodestra. Lo ha fatto però scendendo a patti con tutti gli altri, troppi, e quando dovrà comunque scendere dalla corsa si troverà un paese spostato molto a destra.

 

Di più su questi argomenti: