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tra America ed Europa

La pressione di Trump sta ridefinendo la difesa europea, dice Weinstein

Ani Chkhikvadze

“Se il dibattito sulla Groenlandia spingerà l’Europa a spendere di più per la propria difesa, a fare di più per sé stessa, allora il presidente avrà ottenuto ciò che voleva”, dice il distinguished fellow del think tank Hudson Institute di Washington

Washington. La dichiarazione di Donald Trump sull’interesse ad acquistare la Groenlandia ha provocato uno choc nelle capitali europee, percepita come l’ennesimo sfogo imprevedibile capace di mettere a rischio l’alleanza transatlantica. Ma secondo Kenneth R. Weinstein, presidente di lunga data e oggi distinguished fellow del think tank Hudson Institute di Washington, quella polemica era tutt’altro che casuale. Si trattava di una mossa calcolata: una tipica tattica da negoziatore immobiliare, pensata per ottenere concessioni e spingere l’Europa verso una trasformazione della sicurezza che, secondo Washington, è ormai in ritardo di decenni. “Trump ha adottato una posizione negoziale coerente con il suo metodo da uomo d’affari nel settore immobiliare. Ha ottenuto concessioni. E’ soddisfatto. Sta andando avanti”, dice Weinstein. La controversia sulla Groenlandia, aggiunge, ha avuto molteplici funzioni. Ha attirato l’attenzione sull’importanza strategica dell’isola, sulla sua posizione geografica e sugli investimenti silenziosi che la Cina vi ha già realizzato. Ma soprattutto ha creato un vantaggio negoziale. “Se il dibattito sulla Groenlandia spingerà l’Europa a spendere di più per la propria difesa, a fare di più per sé stessa, allora il presidente avrà ottenuto ciò che voleva”, dice.

 

La frustrazione di Trump per la scarsa spesa europea in Difesa è condivisa da tutti i presidenti americani a partire da Eisenhower, ma nessuno l’ha mai espressa così. “A differenza di tutti i presidenti americani che si sono lamentati del sottofinanziamento europeo, Trump è diretto, chiaro e preciso su ciò che vuole che gli europei realizzino”, osserva Weinstein.

 

Decenni di sottoinvestimenti hanno lasciato il continente impreparato di fronte alle sfide di sicurezza attuali. Pur avendo promesso di aumentare le spese militari, molti paesi della Nato non hanno rispettato gli impegni, preferendo affidarsi alla potenza militare e alle garanzie di sicurezza americane, e dirottando i “dividendi della pace” verso la spesa sociale. Il risultato è una base industriale della Difesa frammentata, capacità operative limitate e un’incapacità evidente di sostenere operazioni militari di lunga durata senza l’appoggio americano. E’ da questa dipendenza che nasce la frustrazione di Trump. Un generale britannico ha recentemente ammesso che l’esercito del Regno Unito sarebbe in grado di sostenere combattimenti contro la Russia solo per un paio di mesi.

 

La guerra in Ucraina ha messo ulteriormente in luce queste carenze: scarsità di munizioni, capacità produttive ridotte, mancanza di volontà pubblica di combattere e una dipendenza dall’intelligence e dalla logistica americana che Washington non può più permettersi, data la crescente sfida proveniente dalla Cina nell’Indo-pacifico. “La nostra politica di sicurezza oggi si fonda principalmente sul nostro emisfero – dove abbiamo fatto progressi significativi, dal Venezuela all’Honduras – e sul contrasto alla Cina, che rappresenta la nostra minaccia numero uno”, spiega Weinstein. “Gli europei, al momento, non sono affidabili per aiutarci in caso di crisi con la Cina. Devono fare molto di più in materia di sicurezza economica nei confronti di Pechino”.

 

La pressione di Trump, intenzionale o meno, sta comunque aprendo un dibattito sulla ridefinizione del panorama della Difesa europea. La tradizionale gerarchia industriale, dominata dalla Francia dalla fine della Guerra fredda, si sta ribaltando, con la Germania impegnata a ricostruire la propria capacità militare-industriale. Un cambiamento che avrà implicazioni profonde per l’integrazione e la competizione interna all’Europa. “L’industria bellica francese sarà messa sotto forte pressione nel confronto con Rheinmetall e gli altri giganti tedeschi. E più la Germania si integrerà con i leader e gli innovatori ucraini della prossima generazione di tecnologie per la Difesa, più la pressione aumenterà su Parigi. Vedo già una competizione in Europa: è seria, reale. E poi c’è anche il Regno Unito, che deve rafforzare la propria industria militare e rappresenta una sfida ulteriore per la Francia”, osserva Weinstein. “Ma gli Stati Uniti non si ritireranno dall’Europa tanto presto. Trump è un presidente orientato alla sicurezza e alla deterrenza. Il vero problema sarebbe un democratico di sinistra contrario alle armi nucleari”.

 

A complicare il quadro c’è la crescita dei movimenti populisti e di estrema destra, che rende ancora più incerta la visione del futuro europeo. Alcuni osservatori avevano previsto un’alleanza naturale tra questi partiti e il movimento Maga di Trump. Figure come Steve Bannon hanno sostenuto queste forze, vedendole come baluardi contro le élite globaliste. Ma questa ipotesi, spiega Weinstein, è problematica. Molti dei movimenti, nonostante la retorica nazionalista e il conservatorismo culturale, mantengono legami preoccupanti con gli avversari degli Stati Uniti. “L’AfD in Germania è filorussa. Non sono alleati e non lo saranno”, sottolinea. “Il caso più interessante è quello della Francia: Marine Le Pen ha modificato molte delle sue posizioni e si è moderata, ma è ancora troppo presto per considerarla un’alleata o anche solo un’amica degli Stati Uniti”. Resta incerto come questi partiti si comporterebbero una volta al potere. La retorica sulla sovranità e il rinnovamento nazionale potrebbe celare realtà di governo diverse, soprattutto nei rapporti con Russia e Cina.

 

“Possono condividere con Trump alcuni valori culturali, ma anche con l’Ungheria di Orbán ci sono limiti all’amicizia”, dice Weinstein. Per gli italiani e gli altri europei che guardano con crescente ansia alla politica americana, la domanda è inevitabile: l’Europa deve ancora considerare gli Stati Uniti un alleato? Weinstein invita a guardare ai fatti più che alle parole. “Gli Stati Uniti restano l’alleato più forte del mondo, punto”, afferma. “Donald Trump non fa diplomazia pubblica. Non fa discorsi piacevoli. E’ fatto così. Ma le sue azioni parlano molto più delle sue parole. E’ senza dubbio un alleato dell’Europa. E’ disposto a fare molto per l’Europa. Ma vuole che l’Europa faccia la sua parte. E’ una strada a doppio senso”. Ora spetta agli europei scegliere: tradurre la loro indignazione per le mosse di Trump in una nuova politica, accettando che la strategia americana si sia ormai spostata altrove, oppure aspettare un volto più conciliante alla Casa Bianca che riporti l’ordine di un tempo.

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