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L'attentato al generale a Mosca è una storia di disfunzione del potere russo

Micol Flammini

Il vicecapo dell'intelligence militare russa è stato colpito sul pianerottolo di casa. Come ha fatto l'aggressore vestito da fattorino a entrare nel condominio di Vladimir Alexeyev? I presunti colpevoli, le telecamere non funzionanti e l'ossessione che rende ciechi i servizi segreti di Mosca 

Nel complesso residenziale che ha l’entrata lungo la strada Volokolamskoe di Mosca, al civico 24, non funzionano da tempo le telecamere di sorveglianza. I residenti lo avevano già  segnalato alla società responsabile, ma nessuno si era premurato di metterle a posto, nonostante nell’edificio viva un residente illustre, il generale Vladimir Alexeyev, vicecapo dell’intelligence militare russa, Gru, un uomo di segreti, guerra e potere. Come ogni mattina quando si trova a Mosca, Alexeyev era uscito di casa alle sette. Non va mai al lavoro da solo, ma un’auto con autista lo attende davanti all’ingresso. Dal suo appartamento all’auto, il numero due dell’intelligence militare è solo e, mentre usciva, un uomo, o una donna, vestito da fattorino che lo attendeva sul pianerottolo gli ha sparato. Il generale è stato colpito prima a una gamba e poi a un braccio, ha lottato per strappare la pistola al finto fattorino ed è partito un colpo al petto che lo ha messo in pericolo di vita. Il fattorino è fuggito, il generale è stato ricoverato in terapia intensiva. L’aggressore, vero o presunto, verrà trovato. La polizia ha fatto sapere che è possibile  si tratti di terrorismo legato all’Ucraina. Chiunque sia stato, il nome del colpevole  non basta a rispondere a una domanda: come mai Vladimir Alexeyev, uno degli uomini più importanti dell’intelligence russa, non era protetto e anzi, al contrario, chiunque poteva avere accesso al pianerottolo della sua abitazione? La domanda sembra ormai un luogo comune dopo le morti dei generali avvenute lontano dal fronte, quasi sempre davanti alla  porta delle loro case. Ma con il generale Alexeyev la  domanda è più inquisitoria, perché il suo posto nella catena di comando è molto in alto.  Se non gode lui di una protezione particolare, soprattutto dopo i precedenti attentati, chi altro resta scoperto e facilmente attaccabile da un aggressore vestito da fattorino?


Una foto del generale Alexeyev è diventata particolarmente famosa e risale al 24 giugno del 2023. Il generale è ritratto nel quartier generale di Rostov sul Don, nella Russia meridionale, non lontano dall’Ucraina. E’ una base importantissima, in cui passano tanti degli uomini con più potere dell’esercito russo e da dove partono molte delle operazioni contro l’Ucraina. Il 24 giugno, Alexeyev si trovava a Rostov sul Don per parlare con Evgeni Prigozhin, il fondatore e capo del gruppo mercenario Wagner che si era ribellato al ministero della Difesa e minacciava di arrivare a Mosca. Nella foto, Alexeyev e Prigozhin non sono soli, seduto assieme a loro c’è anche Yunus-bek Evkurov, viceministro della Difesa. Quel giorno Alexeyev chiese a Prigozhin di calmarsi, di dire ai suoi uomini di stare fermi e non avanzare. Ha sempre avuto simpatia per i gruppi mercenari – ha supervisionato la creazione del gruppo Redut, che dopo l’ammutinamento della Wagner divenne il più importante della galassia mercenaria – e non dava neppure tutti i torti a Prigozhin che denunciava l’inefficienza del ministro della Difesa, all’epoca Sergei Shoigu, e del capo di stato maggiore, Valeri Gerasimov. Alexeyev disse a Prigozhin di non accoltellare alle spalle la nazione e il presidente, ma se voleva Shoigu e Gerasimov, poteva pure andarseli a prendere – la frase è rimasta storica, importante e oggi è la principale ragione portata da chi sospetta che non siano stati gli ucraini a mandare un sicario, ma l’attentato ad Alexeyev sia una questione di regolamento di conti interno. Le ragioni sono anche altre, gli esperti si focalizzano sui metodi: la pistola e non le  bombe con cui finora sono stati portati a compimento i presunti attentati di Kyiv in Russia. 


Alexeyev è stato fondamentale nella creazione delle operazioni russe ovunque: dalla Cecenia alla Siria, dalla disinformazione in occidente alla guerra in Ucraina. E’ il vicecapo del Gru, quindi a conoscenza di tutte le missioni dell’intelligence militare in giro per l’Europa, incluso il tentato omicidio con il Novichok dell’ex spia Sergei Skripal a Salisbury. Skripal si salvò, ma venne uccisa Dawn Sturgess, una malcapitata che entrò in contatto con l’agente nervino che due uomini del Gru avevano portato dalla Russia in Gran Bretagna. In ogni affare di guerre, eliminazioni, provocazioni, spunta fuori il nome di Alexeyev, un generale che sa molti segreti ed elabora molti piani non soltanto per il suo Gru ma anche per il capo del Cremlino, Vladimir Putin. E’ un uomo fondamentale e la sua  eliminazione avrebbe fatto molto comodo a Kyiv, che ha le ragioni e anche i  mezzi per arrivare a colpire un uomo così importante, ma la domanda centrale rimane sempre la stessa: perché un uomo che sapeva tutto viveva in un edificio senza telecamere, senza protezione? La risposta l’ha introdotta Andrei Soldatov, uno dei massimi esperti di intelligence in Russia: il  Dvkr, il controspionaggio militare russo, un tempo macchina perfetta sotto la guida dell’Fsb, è ossessionato dal controllo delle truppe al fronte e nonostante i precedenti, non prende  in considerazione la protezione dei suoi generali. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)