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l'analisi

Il Wsj fa i conti sull'effetto dei dazi di Trump: cattive notizie per Donald

Stefano Cingolani

Dall'articolo del quotidiano americano: “I maggiori successi sono avvenuti a dispetto delle tariffe, non grazie a loro. Il presidente non ha intenzione di abrogarle. Ma se le congela avrà maggiori possibilità di convincere gli americani che sta mantenendo le promesse”

Roma. “Ho creato un miracolo economico, stiamo rapidamente costruendo la più grande economia del mondo”. Firmato Donald J. Trump. Venerdì scorso il Wall Street Journal ha ospitato nella rubrica opinioni l’autocelebrazione del presidente il quale, dileggiando le previsioni sbagliate degli esperti, ha esaltato la strategia delle tariffe. “Davvero, i dazi stanno vincendo?” si è chiesto il quotidiano controllato da Rupert Murdoch. Ha fatto passare alcuni giorni, ha messo al lavoro i propri analisti e mercoledì ha pubblicato un articolo firmato dall’editorial board che smonta non solo il trionfalismo, ma la Trumpnomics. L’economia va bene, ma quanto sarebbe andata meglio senza le tariffe? Prendiamo l’inflazione, è vero che non è cresciuta nel suo insieme, però sono aumentati i prezzi relativi, come quelli degli alimentari e dei beni importati. Ci sono settori produttivi ai quali mancano materiali e componenti, per esempio i tondini di ferro per l’edilizia. Non solo. Una gran fonte di malessere per le famiglie e le imprese è il caro bollette (sì, anche negli Usa). Una gran colpa ricade sulla distorsione creata dalla politica energetica che ha tagliato gli incentivi alle fonti rinnovabili. I costi sono molto più alti e continuano a crescere negli stati più dipendenti da gas e petrolio, sono molto più bassi e stabili in California e negli stati “verdi”. Drill baby drill non ha funzionato. L’export (anche in Italia) del gas liquefatto ha aumentato la domanda e i prezzi interni, si è creato uno squilibrio con il mercato shale, mentre la corsa ai data center sta provocando una gran fame di elettricità. Lo stesso Wall Street Journal ha pubblicato un’ampia e dettagliata inchiesta su tutto ciò.

Trump è riuscito anche a manipolare uno studio di Harvard. Secondo il presidente, la ricerca dell’università sostiene che almeno l’80% del peso dei dazi è stato pagato dalle imprese non americane, invece gli economisti di Harvard sostengono che sono stati scaricati sui prezzi al dettaglio per almeno il 24%. Nel loro insieme i consumatori hanno subito un aggravio del 43%, il resto pesa sulle imprese a stelle e strisce, gli esportatori stranieri hanno trasferito la gran parte degli oneri sui clienti americani. Non solo. Tra promesse, minacce, ripensamenti e ritirate si è creata una vera e propria giungla delle eccezioni o delle esenzioni, una pacchia per la folla di lobbisti che preme sul dipartimento al commercio. Il caso più clamoroso riguarda il “nemico pubblico numero uno”, cioè la Cina. “Pechino ha svelato il bluff con una ritorsione del 140% e una stretta sulle terre rare”. Risultato? I produttori di soia hanno perso il loro principale mercato e Trump ha fatto marcia indietro senza ottenere nulla. Il presidente vanta il boom della borsa, il giornale gli ricorda la caduta di Wall Street dopo il Liberation day il primo aprile scorso; il mercato si è ripreso solo quando Rodomonte ha annunciato una “pausa” con la Cina. E che dire della “rinascita manifatturiera”? Nel 2025 si sono persi 65 mila posti di lavoro. Altro che investimenti stranieri negli States, le tariffe li hanno messi in pericolo. Un’altra inchiesta questa volta pubblicata dal Financial Times mostra in modo molto dettagliato che il ritorno in patria della produzione finora non c’è stato. Si è vero, molte imprese straniere hanno promesso di aprire impianti negli Usa per evitare le tariffe, ma si è trattato finora di una manciata di casi. Per lo più per “captatio benevolentiae” e per evitare guai peggiori. Vedremo che cosa accadrà quest’anno.

Ma allora Wall Street, i grandi investimenti nell’intelligenza artificiale, le guerre stellari? Sono finzioni, è solo una gigantesca bolla? Ci sono almeno due scuole di pensiero, anche tra gli uomini d’affari del campo trumpiano. E’ vero in ogni caso che si è aperta sempre più la forbice tra nuova e vecchia economia, la corsa dirompente delle innovazioni si sta diffondendo su un tessuto americano solido, non solo resiliente, e può fare da locomotiva se Trump non si mette di traverso con le sue mattane. “Gli elettori lo hanno eletto per ravvivare la crescita e domare l’inflazione”, scrive il WSJ e conclude: “I maggiori successi sono avvenuti a dispetto delle tariffe, non grazie a loro. Il presidente non ha intenzione di abrogarle. Ma se le congela avrà maggiori possibilità di convincere gli americani che sta mantenendo le promesse”.

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