Ansa
Colloqui sui colloqui
Il motto khomeinista “annega il diavolo in un fiume di parole” e il duo litigioso che negozia per l'Iran
A Muscat andrà in scena l’incontro tra i plenipotenziari americani Steve Witkoff e Jared Kushner da una parte e quelli iraniani guidati da Abbas Araghchi dall’altra. Ma il ministro degli Esteri deve coordinarsi con l’altrettanto potente Ali Larijani che tiene i rapporti con Mosca. E tra i due sono già emerse divergenze
A meno di nuovi imprevisti, dopo un giro sulle montagne russe dei “colloqui sui colloqui”, stamani, alle dieci, a Muscat, andrà in scena l’incontro tra i plenipotenziari americani Steve Witkoff e Jared Kushner da una parte e quelli iraniani guidati da Abbas Araghchi dall’altra. Le aspettative della vigilia non fanno presagire svolte, le fonti diplomatiche e gli esperti concordano nel parlare di uno scambio di idee destinato a produrre scarsi risultati concreti. “Chiedete al Venezuela. Negoziano perché non vogliono essere colpiti, abbiamo una grossa flotta che si dirige là”, ha ribadito ieri il presidente americano Donald Trump. Ma la sensazione è ancora che Teheran e Washington, per motivi diversi, vogliano guadagnare tempo, che i toni accesi e le provocazioni degli ultimi giorni da un lato e il braccio di ferro sulla forma che prenderà il negoziato dall’altro siano uno specchio tanto dell’insicurezza iraniana, quanto dell’incertezza americana sull’utilità di un attacco.
Martedì 3 febbraio pareva ancora che i colloqui si sarebbero tenuti in Turchia e che al tavolo delle trattative accanto a Witkoff avrebbero preso posto anche alcuni interlocutori regionali, ma poi è filtrata la voce di una forte resistenza da parte di Araghchi tanto sull’apertura ai non americani quanto sulla sede dell’incontro che secondo il ministro degli Esteri iraniano avrebbe invece dovuto svolgersi in Oman, dove nel maggio del 2025 si sono interrotte le ultime consultazioni sul nucleare di Teheran. Incassata la vittoria tattica su Muscat e sull’esclusione dei partner regionali, Araghchi ha poi spinto per rimuovere dall’agenda tutti i dossier che esulano dalla questione nucleare (in primis i missili, ma anche i proxy, le sanzioni ed il tema della repressione nei confronti dei manifestanti iraniani). Stando al New York Times questo tentativo sarebbe fallito e la discussione dovrebbe prendere in esame altri dossier oltre a quello atomico, sebbene gli insider di regime seguitino a confermare “l’agenda minima” del ministro degli Esteri (ossia nucleare e rimozione delle sanzioni).
“E’ l’uomo giusto, al posto giusto”. ha detto di lui l’analista politico Said Leylaz, perché Araghchi è un diplomatico di lungo corso che ha militato nel corpo dei pasdaran e vanta un buon rapporto con Ali Khamenei. I negoziatori del defunto Jcpoa (l’accordo nucleare ripudiato da Trump nel 2018) lo hanno descritto come un uomo imperscrutabile e pacato, con un’ottima memoria e un’attenzione spasmodica per i dettagli. “Annega il diavolo in un fiume di parole”, era uno dei suggerimenti dell’ayatollah Khomeini e Araghchi è annoverato come uno che con le parole ci sa fare. L’obiettivo – ha spiegato in un libro che fa il verso al trumpiano “The art of the deal” e s’intitola invece “Il potere del negoziato” – è tenere aperto il dialogo anche quando il filo che lega le parti in causa è sottilissimo e nei casi più ostici accontentarsi di gestire le crisi. E’ su questa base, sulla consapevolezza che le relazioni con Washington non potranno cambiare fintanto che l’apparato ideologico della Repubblica islamica resterà quello di Khomeini e Khamenei, ma anche sull’onda della flebile speranza che una fratture anche insanabile possa essere “gestita”, che Araghchi muoverà le sue pedine a Muscat. Ciò detto il suo spazio di manovra è contenuto. Il ministro degli Esteri deve coordinarsi con l’altrettanto potente Ali Larijani, rappresentante personale della Guida suprema nel Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale, che tiene i rapporti con Mosca, e tra i due sono già emerse divergenze.
Non solo rivale ma apertamente ostile ad Araghchi è l’ex plenipotenziario nucleare di Ebrahim Raisi, Ali Baqeri-Kani, imposto a Larijani nel Consiglio che presiede e voce tra le più intransigenti a qualsivoglia forma di trattativa. E in un momento in cui gli uomini più ambiziosi di Teheran ripetono a pappagallo le parole d’ordine di Khamenei e nel frattempo sognano di rimpiazzarlo, Araghchi deve guardarsi anche da figure come il felpato ammiraglio Ali Shamkhani, neonominato presidente del nuovo Consiglio per la difesa, secondo il quale “la guerra con gli Stati Uniti scoppierà al 100 per cento”. E d’altro canto accanto al tema della litigiosità e delle rampanti ambizioni personali sul crinale stretto su cui deve incamminarsi Araghchi deve tenere conto dell’orientamento securitario che domina nei corridoi del deep state della Repubblica Islamica. In questi ambienti lo shock della Guerra dei dodici giorni ha prodotto la convinzione che l’approccio pragmatico e calibrato di giugno, quando Teheran rispose all’attacco americano colpendo il comando centrale statunitense in Qatar, sia stato sbagliato. Perché un eccesso di cautela denota debolezza e la debolezza chiama solo nuove aggressioni. La nuova strategia parte dal presupposto che stavolta l’approccio sarà diverso e che il messaggio da veicolare ai negoziatori è che un attacco americano condurrà a un conflitto regionale. Il compito di Araghchi è spiegare a Witkoff ed a Kushner che la Repubblica islamica è pronta a tutto per affrontare la sua battaglia esistenziale e che il costo per l’America potrebbe essere assai più alto di quello che è disposta a pagare.
“Non sono ottimista riguardo ai colloqui. Negoziamo semplicemente per dimostrare che non abbiamo paura e non li stiamo evitando”, ha detto ieri il parlamentare Esmaeil Kowsari. Nelle stesse ore i pasdaran sequestravano due petroliere nel Golfo Persico, un generale parlava delle forze statunitensi come “ostaggi potenziali”, equiparando le minacce trumpiane a quelle di un cane ferito.