Foto ANSA
oltre WaPo
Grandi pianti per i licenziamenti al Washington Post, ma non è Bezos ad aver ucciso il giornalismo
Si può pensare male di fondatore di Amazon, e licenziare in tronco i dipendenti non è mai elegante. Ma il prestigio del giornalismo cane da guardia (depositario di una verità parziale sì, ma incontendibile) è un tantino sorpassato
La critica più ridicola tra quelle piovute addosso a Jeff Bezos, negli Stati Uniti e in Italia, è che il “miliardario capriccioso e pericoloso” invece di licenziare trecento giornalisti del Washington Post poteva evitare di buttare 70 milioni per il film su Melania. Dimenticando che ognuno, dei suoi soldi ben guadagnati, fa quel che vuole. Ad esempio Bill Gates ha speso milioni per le campagne di pianificazione familiare in Africa, per poi ritrovarsi con accuse epsteiniane di malattie veneree e con quella vendicativa di Melinda che lo vuole appeso. I gusti sono gusti. Ma è la questione dei giornali, anzi del Giornalismo con l’inevitabile maiuscola, a risultare più stucchevole. A tratti risibile. Okay c’è Trump, eccetera. Ma che il declino della democrazia americana faccia data dall’acquisto della ex Turris eburnea dell’informazione della cultura e della politica liberal da parte del miliardario che ci ha donato i pacchi a casa è una belluria e una stupidaggine. Come quando da noi si diceva che la democrazia era zoppa per colpa del conflitto di interessi. Forse invece il declino della democrazia americana formato famiglia Graham risiede in troppa retorica di parte, la affermative action, in quegli endorsement presidenziali compulsivi, persino per Jimmy Carter.
Campagne di stampa che hanno eroso a poco a poco la credibilità presso il popolo, famosa mala bestia. O forse, più semplicemente, l’informazione non dipende più dalla stampa. E da quella figura intermedia tra cavaliere errante e angelo della morte che è il giornalista. L’informazione la fanno o inventano l’AI, gli algoritmi; le opinioni pubbliche sono plasmate da influencer, piattaforme di contenuti indipendenti come Substack, aggregazioni come Turning Point Usa di Charlie Kirk, che prospera anche a babbo morto. Okay, si può pensare male di Bezos, del resto uno che si sposa a Venezia con una festa più kitsch del Festival di Sanremo (ma paga lui) può risultare antipatico. E licenziare in tronco i dipendenti non è mai elegante. E poi adesso è amico di Trump, impalatabile. Ma il grande scandalo dell’omicidio del Giornalismo, anche meno.
Del resto il WaPo lo mantiene dal 2013, non da ieri, John Elkann ancora si occupava di macchinine. Lo acquistò per 250 milioni, compreso un rosso di 49 milioni, insomma lo salvò. Ora ne perde altri cento, e siamo liberi di dare la colpa (anche) ai 250 mila abbonamenti fuggiti in un attimo quando a Bezos venne in mente di vietare l’endorsement per Kamala Harris. Ma il prestigio del giornalismo cane da guardia, depositario di una verità parziale sì, ma incontendibile, è un tantino sorpassato. Un saggio che sta facendo discutere in America si intitola “How AI Destroy Institutions”, ma prima di distruggere le istituzioni algoritmi e media digitali hanno svuotato l’aura sacrale. L’opera giornalistica nell’epoca della sua riproducibilità algoritmica, direbbe quello. L’opinione pubblica è facilmente manipolabile. Ma ai tempi del maccartismo internet non c’era. E’ cambiato il modo di produrre e consumare informazione, del resto il concetto di obiettività della stampa era già dubbio ai tempi di Walter Lippmann.
Per rientrare nei confini domestici, è bizzarra ma tutto sommato prevedibile, soprattutto nei toni e nei refrain, la grande indignazione da parte di giornali e giornalisti. Si piange per i giornalisti che erano già qui per le Olimpiadi, e di più per lo staff del medio oriente. Bene. Ma le scelte editoriali sono degli editori e del mercato. “La scure dell’uomo tra i più ricchi del mondo”, “si spegne la luce alla democrazia”, “la drammatica svolta trumpiana”. Persino i giornalisti di Famiglia cristiana, il giornale che ha eutanasizzato il giornalismo cattolico in Italia, si lamentano. Abbiamo visto pure noi Tutti gli uomini del presidente, siamo cresciuti nel mito di Redford e Hoffman. Che importa se poi da noi i giornalisti della stampa libera sono stati i cani da riporto delle procure, delle campagne turbo populiste delle caste? Altro che Washington Post. Che c’è da temere da Bezos? Non sarà specchiarsi nei suoi licenziamenti, per sognare che la crisi dei nostri giornali è colpa dei fascisti, a salvare un mestieraccio che per il pubblico ha smesso di essere utile.