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Xi parla con Putin e Trump di Iran e Ucraina, ma non svela mai le sue carte

Giulia Pompili

La Repubblica popolare cinese sembra lontana e assente dai negoziati di questi giorni sul dossier ucraino e su quello iraniano, ma continua a essere il garante sullo sfondo. I colloqui del leader cinese con i presidenti russo e americano

Quello di ieri è stato un pomeriggio di grande attività diplomatica per il leader cinese Xi Jinping, che prima ha avuto una videoconferenza con il presidente della Federazione russa Vladimir Putin e poi ha parlato al telefono con il presidente americano Donald Trump. La Repubblica popolare cinese sembra lontana e assente dai negoziati di questi giorni sul dossier ucraino e su quello iraniano, ma continua a essere il garante sullo sfondo, la potenza in grado di autorizzare e legittimare, di fare deterrenza, e non a caso certe conversazioni avvengono sempre in momenti cruciali: non solo i round di colloqui fra Russia, Ucraina e Stati Uniti ad Abu Dhabi, ma anche l’atteso negoziato di domani fra America e Iran – così incerto da non avere ancora nemmeno una sede definita ufficialmente, se in Oman o in Turchia.


Dai resoconti ufficiali pubblicati a Pechino, sembra che Xi abbia parlato con Putin solo di amicizia e celebrato le relazioni bilaterali, mentre con Trump abbia sottolineato l’aspettativa di una relazione reciprocamente vantaggiosa per entrambi i paesi. Subito dopo, però, è stato lo stesso presidente americano su Truth – oltre a diverse fonti qualificate – a confermare che nelle conversazioni si è parlato eccome di politica internazionale, sia di Iran sia della guerra della Russia contro l’Ucraina. Anche Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, ha detto ieri che nella videoconferenza con Putin “particolare attenzione è stata dedicata alla situazione di tensione che circonda l’Iran”, e che Xi è stato informato della sua conversazione con il segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, che venerdì scorso era al Cremlino e che da quel momento avrebbe aperto un canale diretto con gli Stati Uniti – secondo un ex funzionario iraniano che ha parlato con IranWire, il potente Larijani, artefice della repressione di massa di queste settimane contro i manifestanti in Iran, si sarebbe ispirato al massacro di Piazza Tiananmen del 1989. Secondo Ushakov, Putin e Xi avrebbero parlato anche di Cuba e di Venezuela. Non è chiara quale sia la posizione della leadership di Pechino su un potenziale intervento americano in Iran: Teheran dipende dal sostegno economico della Cina, ma in teoria il Partito comunista cinese non ha interesse a proteggere il regime in quanto tale, piuttosto la stabilità di un sistema di alleanze costruito negli anni. Sebbene durante la guerra dei dodici giorni con Israele a giugno dello scorso anno la Cina non si sia fatta coinvolgere, nei mesi successivi il patto di sicurezza fra Teheran e Pechino è stato rinnovato, e l’Iran “ha ordinato migliaia di tonnellate di componenti per missili balistici dalla Cina”, come verificato da un’esclusiva del Wall Street Journal del 5 giugno 2025, in particolare tonnellate di perclorato di sodio, un precursore per la produzione di perclorato di ammonio che serve come propellente per i missili balistici, aiutando di fatto il regime a ricostruire il suo arsenale. Oltre alle regolari esercitazioni militari congiunte fra Cina, Iran e Russia – la prossima, l’annuale esercitazione navale Security Belt, è prevista a metà febbraio nel Golfo dell’Oman – sin dallo scorso anno l’Iran ha annunciato l’intenzione di sostituire gradualmente il sistema Gps americano con la rete di navigazione satellitare cinese Beidou. Nei giorni scorsi la nave da ricognizione cinese Dayang Yihao avrebbe operato vicino al gruppo d’attacco della portaerei Uss Abraham Lincoln, inviata da Trump come parte della “big beautiful armada” contro l’Iran. 

La capacità della Repubblica popolare di celare le sue reali intenzioni e la sua attività diplomatica e negoziale è parte del successo dell’immagine esterna che proietta. Dopo settimane di visite di stato da parte di leader europei, a Pechino in cerca di un contrappeso alla scarsamente prevedibile direzione della Casa Bianca, Xi Jinping vuole mantenere il suo ruolo esterno di consigliere e garante della pace, anche quando parla con Trump e Putin a distanza di poche ore. Nel frattempo, però, la sua leadership si fa sempre più consolidata, attraverso purghe di generali e arresti di giornalisti che rafforzano il controllo del Partito su ogni forma di potere e di informazione. Nei giorni scorsi è stata ufficializzato l’arresto dei due giornalisti investigativi Liu Hu e Wu Yingjiao, fermati nel Sichuan dopo la pubblicazione di un’inchiesta su presunti abusi e pratiche coercitive da parte di un funzionario locale. Il caso è piccolo, ma conferma l’estensione capillare della campagna di autoprotezione promossa da Xi, il leader che secondo un recente e informato articolo di Edward Wong e Julian E. Barnes sul New York Times, sarebbe ultimamente arrivato un livello “estremo” di paranoia, che lo spingerebbe a colpire soprattutto le élite a lui più vicine. Un interlocutore razionale e calcolatore, ma di cui sappiamo sempre meno, soprattutto per quanto riguarda le sue posizioni sulle questioni internazionali più importanti. A leggere il comunicato cinese della conversazione fra Xi e il presidente Trump, sembra che Pechino abbia voluto mandare soltanto un messaggio, e per la prima volta usando  un linguaggio  diverso, ancora più esplicito: Taiwan è territorio cinese. Un modo per dire alla Casa Bianca che c’è una condizione per tutto, e quella condizione è che l’isola de facto indipendente e democratica perda  tutti i suoi diritti. 
 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.