Donald Trump (foto Getty)
Soldati i Nigeria contro l'Isis e incontri diplomatici in Mali. Gli americani sono tornati
Scatta la fase due dell'operazione contro lo Stato islamico ad Abuja. L'alleanza dei terroristi fra Africa occidentale e Sahel e l'inadeguatezza degli Africa Corps russi
Martedì, il generale Dagvin R. M. Anderson del Comando americano per l’Africa ha annunciato che un piccolo contingente è stato schierato in Nigeria. Dopo i bombardamenti dello scorso dicembre, che hanno preso di mira l’Isis nel nord dello stato africano, l’invio di boots on the ground segna l’inizio della seconda fase dell’operazione americana nell’Africa occidentale contro il gruppo jihadista. Anderson ha spiegato che aveva concordato con il presidente nigeriano, Bola Tinubu, l’invio della task force già alla fine dello scorso anno, a margine delle riunioni per il Processo di Aqaba a Roma. “Ciò ha portato a più collaborazione tra le nostre nazioni, che include una piccola squadra che mette a disposizione alcune capacità uniche provenienti dagli Stati Uniti”. I bombardamenti ordinati da Trump lo scorso Natale si erano concentrati sullo stato di Sokoto, nel nord della Nigeria, affacciato verso il Mali, il Niger e il Burkina Faso, altri tre paesi in cui le giunte militari sono in enorme difficoltà nella guerra contro lo Stato islamico del Sahel, che opera in modo autonomo rispetto a quello che invece è attivo in Nigeria, lo Stato islamico della provincia occidentale.
L’offensiva era stata motivata dal presidente americano dall’aumento degli attacchi dei terroristi islamici contro i cristiani – una versione però contestata dallo stesso governo nigeriano, che se da una parte aveva chiesto aiuto agli Stati Uniti, dall’altra ha sempre sostenuto che le vittime tra i musulmani siano più numerose di quelle di fede cristiana. A ogni modo, l’obiettivo principale degli americani è di dare una risposta adeguata per arginare l’alleanza che i due gruppi dell’Isis, quello nell’Africa occidentale e quello nel Sahel, hanno già stretto da qualche tempo. Le operazioni dello Stato islamico hanno ormai assunto una dimensione transfrontaliera ed è questo ciò che preoccupa di più gli americani: la paura di lasciare in balia dei jihadisti non solo il Sahel, ma anche l’Africa occidentale.
La dimostrazione che i vari gruppi dello Stato islamico operano già in modo sempre più coordinato si è materializzata anche di recente, con l’attacco alla Base 101 nell’aeroporto di Niamey, in Niger, dove si trovano anche circa 300 militari italiani. Lo Stato islamico del Sahel ha rivendicato l’attacco, che si è concluso con l’uccisione di 20 terroristi e l’arresto di altri 11. Il commando jihadista è riuscito però a causare danni notevoli, distruggendo droni, un elicottero e un aereo da ricognizione, nonché assestando un duro danno d’immagine alla giunta militare guidata da Abdourahamane Tiani. Sebbene gli Africa Corps accasermati alla Base abbiano rivendicato il loro intervento decisivo per respingere gli assalitori, l’attacco ha dimostrato l’incapacità della giunta golpista nigerina e dei suoi alleati russi di garantire la sicurezza persino nella capitale. Una situazione tanto precaria da richiedere il ritiro di parte del personale diplomatico americano dal paese per motivi di sicurezza. Nel video girato dai terroristi con una GoPro durante l’assalto alla Base si sente parlare in arabo, ma anche in due dialetti, il Kanuri e l’Hausa, entrambi parlati in Nigeria. Una frase in particolare avrebbe un accento diffuso nello stato di Borno, lasciando pensare che alcuni miliziani dell’Isis del gruppo dell’Africa occidentale siano stati dislocati in Niger a sostegno di quelli del Sahel per attaccare l’aeroporto di Niamey. La complessità dell’operazione – la prima condotta dall’Isis a una struttura iper sorvegliata come la Base 101 e con il supporto massiccio di droni – fa ritenere che la preparazione sia stata lunga e accurata e che lo Stato islamico stia alzando il proprio livello di efficienza.
A essere preoccupati non ci sono solo gli Stati Uniti, ma anche le giunte militari di Mali, Niger e Burkina Faso. Il sostegno offerto dai mercenari russi degli Africa Corps contro lo Stato islamico e contro Jnim, legato ad al Qaida, finora si è risolto in un fallimento dietro l’altro e la stessa capitale del Mali, Bamako, è da mesi soffocata dai terroristi islamici che distruggono i rifornimenti di carburante diretti in città. Così, ecco che gli americani stanno cercando di rientrare in gioco nel Sahel. Due giorni fa, il responsabile dell’Africa al dipartimento di stato americano, Nick Checker, è sbarcato in Mali per incontrare i leader militari e del governo. La sua missione è rilevante perché “apre un nuovo corso”, come ha detto Washington, per la politica degli Stati Uniti nella regione. Per farlo, è stato accantonato del tutto l’approccio condizionato di Joe Biden: niente appelli al rispetto dei diritti umani, zero richiami ai princìpi democratici, nemmeno un riferimento alla presenza di mercenari russi. Per essere ascoltato in un territorio apertamente ostile e “anti imperialista” come predica la giunta del Mali, Checker semplicemente ha messo sul piatto l’expertise americana – impareggiabile – nell’antiterrorismo e il partenariato economico su diversi dossier, primo fra tutti quello delle terre rare, che tanto interessa all’Amministrazione Trump. E così in Mali i golpisti si sono convinti a sedersi a un tavolo per parlare con i loro acerrimi nemici americani, convinti probabilmente dalla constatazione che, dopo tutto, averli allontanati dal paese accogliendo i russi non sia stata una scommessa vincente.