Una visita sfortunata

Starmer insegna suo malgrado all'Europa cosa non bisogna fare nei rapporti con Pechino

Giulia Pompili

Il Regno Unito ci prova, Xi Jinping colpisce duro. L’Ue cerca ancora una quadra con la Cina

L’altro ieri il presidente americano Donald Trump ha detto che l’avvicinamento del Regno Unito alla Cina è “molto pericoloso”. Sebbene l’espressione del capo della Casa Bianca fosse un avvertimento più che un commento disinteressato, la visita del primo ministro Keir Starmer a Pechino, la prima di un leader britannico dal 2018, è stata raccontata finora dagli osservatori come un mezzo disastro. Con un cerimoniale diplomatico di bassissimo livello, poche firme e poca sostanza – e soprattutto dopo aver ottenuto l’approvazione politica del trasloco della controversa mega ambasciata cinese alla vecchia Royal Mint, davanti alla Torre di Londra – la leadership cinese ha mandato un messaggio di potere molto chiaro a Starmer. Ultimamente diversi governi occidentali stanno corteggiando il leader cinese Xi Jinping, e il motivo è proprio Trump, o meglio: cercare di “diversificare”  investimenti economici e politici per depotenziarlo. Ma il rischio, con la Cina, è altissimo.

 

Dopo la nota visita del presidente francese Emmanuel Macron dello scorso dicembre, due settimane fa a Pechino era arrivato il primo ministro canadese Mark Carney, in una visita molto attesa che è andata in realtà meglio del previsto: prima di partire, Carney era stato molto chiaro sui confini di sicurezza che una relazione con Pechino dovrebbe avere – per esempio, aveva annunciato che la sua delegazione sarebbe partita con telefoni burner, sacrificabili, e non con gli smartphone personali, esplicitando il rischio concreto di spionaggio tecnologico. L’opinione pubblica canadese, dopo l’arresto a Vancouver di Meng Wanzhou di Huawei e i due cittadini canadesi presi in ostaggio da Pechino in cambio della sua liberazione, è molto attenta alle azioni di governo su certi argomenti, e Carney si è comportato di conseguenza, ottenendo però la riapertura di un dialogo commerciale “adatto alle nuove realtà globali”, e firmando diversi accordi di cooperazione. Martedì scorso a Pechino il primo ministro finlandese Petteri Orpo, che ha parlato di una serie di “risultati pragmatici nella cooperazione economica e commerciale” – per esempio, un accordo di cooperazione nel settore energetico – e tra meno di un mese da Xi arriverà anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz. 

 


Il primo ministro inglese ieri era nelle fotografie di prima pagina del Renmin Ribao, il quotidiano del popolo, un modo per mostrare alla propaganda interna le ottime relazioni della leadership cinese con partner occidentali. Poi però Starmer è stato visto un po’ confuso nel cerimoniale, si è inchinato davanti alla bandiera della Repubblica popolare cinese – non doveva – e alla tradizionale visita nella Città Proibita è stato accompagnato soltanto da una guida (e non da Xi Jinping), camminando in mezzo ai turisti, senza che l’area fosse stata riservata al primo ministro. L’aspetto più interessante è però quello commerciale, perché Starmer torna a Londra senza aver firmato alcun accordo significativo a livello commerciale (al di là di AstraZeneca, che ha promesso di investire 15 miliardi di dollari in Cina nei prossimi quattro anni), e soltanto con qualche rassicurazione su visti e accesso al mercato. Il disastro, forse, era prevedibile.

 


Sono anni che l’Europa, e in generale l’occidente, cerca di trovare una strategia coordinata ed efficace nelle relazioni con Pechino. Il commercio con la seconda economia del mondo potrebbe essere vantaggioso, in alcuni casi è addirittura necessario per via delle dipendenze che negli anni la Cina è riuscita a creare attorno ad alcuni suoi monopoli. Ma da quando la leadership cinese ha iniziato a usare in modo sempre più spregiudicato le relazioni commerciali come arma politica (ben prima di Donald Trump) i rapporti non sono più stati equilibrati. Questa trasformazione si è accompagnata poi con il potere di Xi Jinping che si è fatto più diffuso, autoritario, una piovra per il controllo transnazionale, con stazioni di polizia virtuali installate anche nelle capitali europee, occhi e orecchie ovunque ottenuti con la diffusione di tecnologie di cui in pochi si fidano. E poi la postura sempre più assertiva a livello diplomatico, nelle relazioni con i paesi del cosiddetto Sud globale, e a livello militare, con una presenza di uomini e mezzi un po’ ovunque, e soprattutto in aree strategiche come il Mar cinese meridionale. Per non parlare dei rapporti e del sostegno offerto ai paesi che più minacciano la sicurezza internazionale, dalla Russia alla Corea del nord  all’Iran. Fino a poco più di un anno fa, l’Amministrazione americana di Joe Biden aveva tracciato un percorso: il dialogo con Pechino è possibile su alcuni tavoli e alcuni argomenti, selezionando le materie e mostrandosi forti sui confini invalicabili – soprattutto: creando alleanze di ferro fra paesi “like minded”, che la pensano allo stesso modo. E’ sulla base di questa strategia che sono nate diverse norme e meccanismi: lo strumento anti coercizione dell’Unione europea, per esempio, che serve a garantire una via d’uscita al paese alleato colpito da politiche commerciali coercitive. Non è mai stato utilizzato, e qualche settimana fa sembrava potesse essere attivato non contro la Cina, ma contro gli Stati Uniti d’America. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha cambiato tutto. La prossima visita del cancelliere tedesco si porta dietro anche la speranza dell’Unione europea di riuscire a trovare una nuova strategia con la Cina che non sia soltanto difensiva. Starmer, per ora, ha mostrato cosa non bisogna fare. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.