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L'analisi
La roadmap del piano Rubio per il Venezuela
La strategia verso un paese stabile, prospero e democratico passa per l'autodemolizione controllata del regime. E il segretario di stato ha chiaro che l’unico leader in grado di portare a termine questo processo è María Corina Machado
Sul Venezuela le critiche all’Amministrazione Trump sono state di due tipi, in parte contraddittorie: non bisognava catturare il dittatore Nicolás Maduro con un blitz militare e ora non si può lasciare alla guida del regime la sua vice Delcy Rodríguez. La lettura del futuro si è spostata spostata dall’analisi dei fatti all’interpretazione dei giudizi estemporanei di Donald Trump sulla “presidente ad interim” Rodríguez e sulla leader dell’opposizione María Corina Machado. Solo confusione. In realtà, a Washington un piano per il Venezuela esiste e l’ha illustrato Marco Rubio.
Mentre tutti erano concentrati sulle dichiarazioni di Trump, e sulle riunioni con le società energetiche, ritenendo che l’obiettivo della Casa Bianca fosse semplicemente impadronirsi del petrolio lasciando in piedi il chavismo, il segretario di stato americano, già nei primi giorni dopo il blitz militare, aveva indicato la strategia in tre fasi per il Venezuela: stabilizzazione, ripresa e transizione. Mercoledì, durante un’audizione al Senato, Rubio ha spiegato in dettaglio questa road map. E l’ha fatto partendo del punto d’arrivo, quello che non sembrava affatto nell’orizzonte di Trump: “La conclusione che vogliamo raggiungere è una transizione verso un Venezuela amichevole, stabile, prospero e democratico”. Perché non si vota subito, allora? Perché non ci sono le condizioni per elezioni libere ed eque: le opposizioni non hanno accesso ai media e i loro candidati possono essere esclusi dal governo.
Prima, dunque, bisogna sviluppare le altre due fasi. La stabilizzazione. Prima, ricorda Rubio, il Venezuela era un regime gestito da un narcotrafficante che era diventato una base operativa per tutti i nemici degli Stati Uniti: Iran, Russia, Cuba e ovviamente Cina, che riceveva petrolio “con un enorme sconto e non lo pagava nemmeno”, perché compensato dai debiti di Caracas con Pechino. Dopo la cattura di Maduro e sua moglie, il rischio più grande era lo scoppio di una guerra civile o del caos, con l’esodo di altri milioni di venezuelani. “Tutto questo è stato evitato”, ha detto Rubio, attraverso un discorso diretto con chi detiene il potere politico e militare.
Uno degli strumenti principali di pressione, oltre alla dimostrazione di dominio militare, è stata la pressione economica sul petrolio. Sanzioni ed embargo, in un’economia al collasso, hanno consentito agli Stati Uniti di imporre un accordo: il Venezuela può vendere greggio a prezzi di mercato, quindi non più a sconto come faceva con la Cina, ma i soldi vengono depositati su un conto supervisionato dagli Stati Uniti”. In sostanza, dice Rubio, è stata sottratta al chavismo la cassaforte petrolifera che finora aveva permesso il consolidamento del regime. “Non sarà un meccanismo permanente, ma è un meccanismo a breve termine in cui i bisogni del popolo venezuelano possono essere soddisfatti”: Caracas presenta l’elenco delle necessità e Washington usa quei soldi per fornire beni acquistati negli Stati Uniti.
La seconda fase è quella della ripresa, economica ma non solo. Rubio indica la necessità di sviluppare “un’industria petrolifera normale, non dominata da clientelismo e corruzione”. Il regime ha già approvato una nuova legge sugli idrocarburi, che elimina molte delle restrizioni introdotte nell’era Chávez e che avevano concluso la fase di Apertura petrolera che aveva rilanciato il settore negli anni 90 (all’epoca la produzione era arrivata a 3,5 milioni di barili al giorno, ora è di circa 0,9 milioni). Ma non è detto che questo basti, senza un contesto istituzionale più affidabile, ad attirare investimenti privati. Sempre in questa fase di ripresa, anche della vita civile, Rubio ha segnalato la liberazione dei prigionieri politici (“Li stanno rilasciando più lentamente di quanto vorrei, ma li stanno rilasciando”, ha detto) e l’inizio di una maggiore libertà di parola e partecipazione politica. Queste sono le basi per la terza fase, quella della transizione democratica.
Può non piacere o potrà non riuscire, ma Rubio ha una road map e una strategia politica. Il rapporto con il chavismo non è di co–gestione, ma di tutela: è una relazione verticale, non orizzontale. Un protettorato più che una cooperazione. Controllo finanziario, politica energetica, libertà per gli oppositori: Washington guida e supervisiona un processo di (auto)demolizione controllata del regime, per creare le condizioni di una transizione pacifica. “Non dico che sarà facile o semplice, abbiamo a che fare con persone che hanno vissuto in un paradiso di gangster”, ha detto il segretario di stato. Quanto durerà questo processo non è chiaro, Rubio ha indicato come esempi i casi di Spagna e Paraguay dove la transizione democratica è durata vari anni. Rubio ha però chiaro che l’unico leader che ha la legittimazione per portare a termine questo processo politico è María Corina Machado, che ha incontrato ieri. Forse proprio per concordare i tempi e i modi del suo rientro in Venezuela.
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