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Svolta fiamminga
Difesa e pragmatismo: il piano del centrodestra pronto a governare l'Olanda
Venerdì è stato presentato alla Tweede Kamer l’accordo di coalizione: si va verso un esecutivo di minoranza guidato da Rob Jetten, con Cda e Vvd a seguire. Il programma scontenta sinistra ed estrema destra, mostrando coraggio in chiave europea: ben 19 miliardi di euro extra stanziati per la difesa
Se il nuovo governo sarà puntuale come gli annunci che l’hanno preceduto, in Olanda hanno da ben sperare. Rob Jetten aveva promesso di raggiungere un accordo di coalizione entro fine gennaio: la fumata bianca è arrivata ufficialmente venerdì mattina, con la presentazione del piano programmatico denominato “Getting started” – una ripartenza per i Paesi Bassi, dopo l’inconcludente pagina sovranista. Al centro dell’intesa, oltre al leader dei Democraten 66 premiato dalle elezioni, ci sono anche i cristiano-democratici di Henri Bontenbal e – dopo faticose trattative – il Vvd di Dilan Yesilgoz, che dal centro sposterà l’asse del nuovo esecutivo un po’ più verso destra. Senza però scadere nei populismi, all’insegna del pragmatismo che da mesi va caratterizzando la campagna di Jetten. I contenuti principali del programma? Un compendio di cerchiobottismo, talvolta sfidando l’impopolarità: tagli pesanti a sanità e previdenza sociale, ma investimenti significativi in istruzione e politiche abitative; meno pugno di ferro del previsto in materia d’asilo, ma nemmeno iniziative green ostili agli agricoltori (si spinge invece sulle rinnovabili, questo sì, nucleare compreso). La novità più importante riguarda però il riarmo nazionale: i Paesi Bassi si preparano a stanziare ben 19 miliardi di euro extra per la difesa. Un segnale forte, anche all’Europa.
Questa è la sintesi per sommi capi, che al di fuori dei tre partiti protagonisti lascia scontenti tutti senza inimicarsi nessuno. E la paziente diplomazia, giocando di sponda fra destra e sinistra, dovrà essere l’ingrediente principale del prossimo governo. Perché aritmetica alla mano, manca una maggioranza effettiva: D66, Cda e Vvd alla Tweede Kamer mettono insieme soltanto 66 seggi su 150. Viste le divergenze ideologiche con qualunque altro potenziale alleato, Jetten e gli altri hanno deciso così di aggirare l’ostacolo e formare un esecutivo di minoranza, che di volta in volta dovrà ottenere il sostegno di alcune forze d’opposizione dapprima alla Camera e dunque al Senato. Così a tratti si guarderà ai progressisti (PvdA-GroenLinks), altre volte alla destra più ruvida (JA21, in ogni caso non il Pvv di Wilders), altre ancora al resto degli interlocutori moderati (Unione cristiana, 50PLUS, Volt), più allineati per contenuti ma fuori dalla coalizione spesso per frizioni interne.
Chi esce rafforzato da questo quadro? Jetten è chiaramente il profilo che si espone maggiormente: la sfida della governabilità si preannuncia difficile e gli si potrebbe anche ritorcere contro, ma se riuscirà a tener fede all’agenda, passo dopo passo, ha tutte le carte in regola per diventare quello statista concreto e rassicurante che gli olandesi stanno ancora cercando dopo la lunga stagione Rutte. La formazione dell’esecutivo ha richiesto “soltanto” quattro mesi, diventando la più tempestiva dell’ultimo decennio, e anche questo è un segnale. L’alleato più congeniale al premier in pectore, durante l’intero processo, è stato Bontenbal, che continua a fare da paciere: “Siamo pienamente consapevoli di essere una coalizione di minoranza che dovrà dialogare con l’opposizione”, ripete anche in questi giorni, promettendo di individuare ministri particolarmente adatti allo scopo. E Yesilgoz? Se non lo spessore politico, da Rutte – “teflon Mark” – eredita la propensione al rialzarsi sempre: dopo la disastrosa esperienza nello scorso governo era data per spacciata, alle urne ha smentito il Paese e ora il suo peso è risultato decisivo per l’operazione “Getting started”. Anche così si possono cambiare le cose. Chi non l’ha capito è Geert Wilders, arroccato nell’ultradestra e intento a denunciare il solito “attacco alla nostra civiltà”. Negli ultimi giorni sette dei suoi parlamentari gli hanno voltato le spalle, lasciando il partito. E nemmeno questo è un caso.