Ansa
il valore della stabilità
Con lo spread sotto i 500 punti, l'Argentina vede il ritorno sui mercati
Dopo due anni di gestione Milei, il paese intravede la possibilità concreta di tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. Il tutto grazie a una ritrovata stabilità politica ed economica
Buenos Aires. Il rischio-paese dell’Argentina è tornato ai minimi dal 2018. Lo spread, il differenziale di rendimento tra i titoli di stato argentini emessi in dollari e i Treasury americani, ha chiuso per la prima volta dopo otto anni al di sotto dei 500 punti base. Un livello che potrebbe apparire ancora elevato osservato dall’Italia. Basti ricordare che il governo Berlusconi cadde nel 2011 con uno spread (sui titoli tedeschi) superiore ai 500 punti e che il celebre “whatever it takes” fu pronunciato da Mario Draghi nel luglio 2012, quando lo spread oscillava intorno a quella stessa soglia. Ma l’Argentina segue ordini di grandezza diversi.
Durante la presidenza Fernández, tra il 2020 e il 2023, il rischio-paese ha superato stabilmente i 2.000 punti. Nei primissimi giorni della pandemia arrivò a quota 4.000. Quando Javier Milei si insediò alla Casa Rosada, a fine 2023, lo spread viaggiava ancora oltre i 2.000 punti, un livello che rendeva impossibile finanziare a debito qualsiasi disavanzo di bilancio. Di fronte a quello scenario, le opzioni erano due. Continuare a monetizzare il deficit, come faceva il governo precedente,alimentando un’inflazione oltre il 200 per cento. Oppure eliminare il deficit. La strada imboccata da Milei fu di buon senso, con buona pace di chi fatica a cogliere il baratro davanti al quale si trovava l’Argentina. Dopo due anni di gestione Milei, lo spread è sceso sotto la soglia psicologica dei 500 punti base. Una notizia attesa se si guardano i fondamentali macroeconomici. Da due anni il bilancio pubblico registra un leggero surplus, l’inflazione è scesa al 30 per cento, il pil è cresciuto del 6 per cento in due anni e, da qualche settimana, si registra una relativa calma sul fronte cambiario.
Il vero problema, semmai, è stato politico. Milei vinse le elezioni presidenziali del 2023 ma il suo partito ottenne pochi seggi in Parlamento. Nei primi due anni l’equilibrio dei conti pubblici fu raggiunto per decreto, senza una legge di bilancio approvata dal Congresso. Lo scorso settembre, la vittoria dell’opposizione alle elezioni della provincia di Buenos Aires fece temere un ritorno politico del vecchio blocco peronista. In pochi giorni lo spread tornò a salire verso i 1.500 punti e solo un intervento straordinario degli Stati Uniti, tra cui uno swap valutario, evitò una nuova crisi di fiducia e la fine del governo. La sorprendente vittoria di Milei alle elezioni di metà mandato ha però generato maggiore stabilità politica e, quindi, finanziaria. Il presidente dispone ora di un sostegno parlamentare sufficiente per portare avanti le riforme. A dicembre il Congresso ha approvato una legge di Bilancio in pareggio per il 2026: è un punto di svolta. Milei è riuscito a far accettare la necessità del deficit zero sia agli elettori sia alla classe politica.
Da inizio anno la banca centrale ha ripreso ad accumulare riserve, complice anche la debolezza del dollaro, arrivando a 45 miliardi di dollari: è il livello più alto dal 2021, più del doppio rispetto ai 21 miliardi lasciati dal governo Fernández. Ma, soprattutto, è il segnale che il mercato aspettava da tempo per concedere maggiore fiducia al governo. Così, dopo due anni di gestione Milei, l’Argentina intravede la possibilità concreta di tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. Oggi un eventuale titolo di stato argentino emesso in dollari renderebbe circa il 9 per cento annuo, sempre in valuta americana. Un’emissione che non servirebbe a coprire un deficit che non c’è più, ma a rifinanziare parte del debito in scadenza. Nel 2026 Buenos Aires dovrà affrontare pagamenti per circa 17 miliardi di dollari, di cui 4 già onorati a gennaio e coperti in parte da un’emissione sotto legge locale di un titolo in dollari .
E’ solo un assaggio di ciò che potrebbe accadere a breve. Il ritorno dell’Argentina all’emissione di titoli in dollari sotto legge statunitense, per la prima volta dal 2018, è imminente. Sarebbe la fine di un isolamento finanziario che dura da circa 25 anni, interrotto solo brevemente dalla fiducia a tempo concessa (ma sprecata) al governo Macri. E poco importa se, a oggi, il tasso di interesse sarebbe così alto. Ciò che più conta è che lo spread sotto i 500 punti certifica che la fiducia dei mercati nei confronti dell’Argentina sia ai massimi dal 2018. Il tutto grazie a una ritrovata stabilità politica ed economica.