Ansa
Boycott Trump
In vista del Mondiale negli Usa, si parla sempre meno di calcio e sempre più di politica
Oggi c’è il caos sulla Groenlandia, la tensione per l’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina, i travel ban. Domani chissà. Quindi non ci si può sbilanciare su niente, ma la semplice introduzione della minaccia di proteste clamorose fa capire che il Mondiale è, ormai, un elemento di politica internazionale
L’Ice, la Groenlandia, Trump contro il mondo e una parola, pronunciata con insistenza, che fa un rumore tutto suo, fortissimo: boicottaggio. Forse non accadrà niente di quello che si sente, ma il Mondiale di calcio è un affare sempre più politico: coinvolge il presidente americano, rende lo sport arma di pressione, strumento di diplomazia. L’ultimo a schierarsi è stato l’ex presidente della Fifa, Sepp Blatter, con un avvertimento ai tifosi: “Evitate gli Stati Uniti! Avrete comunque una visuale migliore in tv. All’arrivo, i tifosi devono aspettarsi che, se non si comportano correttamente con le autorità, verranno immediatamente rispediti a casa. Se sono fortunati”. Blatter lo ha detto legandosi a un’intervista di Mark Pieth, avvocato anti corruzione e vecchio collaboratore della Fifa: “Quello a cui stiamo assistendo a livello nazionale – l’emarginazione degli oppositori politici, gli abusi da parte dei servizi per l’immigrazione – non incoraggia certo i tifosi ad andare lì”. Boicottaggio, per paura o per ritorsione. O per mettere pressione a Trump, ammesso che gli si possa mettere pressione.
Oggi c’è il caos sulla Groenlandia, la tensione per l’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina, i travel ban; domani chissà. Quindi non ci si può sbilanciare su niente, ma la semplice introduzione della minaccia di proteste clamorose fa capire che il Mondiale è, ormai, un elemento di politica internazionale. Arrivano voci, prese di posizione. Dalla Francia, ad esempio. Claude Le Roy, tecnico 77enne da una vita in giro per nazionali africane, e Éric Coquerel, membro di estrema sinistra dell’Assemblea nazionale, si sono chiesti: “Seriamente, ci si immagina di andare a giocare la Coppa del Mondo in un paese che attacca i suoi vicini, minaccia di invadere la Groenlandia e viola duramente il diritto internazionale?”. La ministra francese dello Sport, Marina Ferrari, ha risposto in modo apparentemente secco: “Credo nel tenere lo sport separato dalla politica. La Coppa del Mondo è un momento estremamente importante per chi ama lo sport. Non c’è alcuna volontà da parte del ministero di boicottare questa grande competizione”. Ma con una postilla: “Allo stato attuale”.
Poco prima si era anche espressa la ministra dello Sport della Germania, Christiane Schenderlein: “Le decisioni sulla partecipazione o sul boicottaggio ai grandi eventi sportivi spettano alle associazioni sportive competenti, non ai politici. E’ una valutazione che spetta alla Federcalcio tedesca e dalla Fifa”. Anche in Germania politici e dirigenti sportivi hanno ventilato la possibilità di rinunciare alla manifestazione. Dallo stesso partito della ministra (Jürgen Hardt, parlamentare Cdu, e altri) e anche dalla Federazione, con il vicepresidente Oke Gottlich, presidente del St. Pauli, club di Bundesliga schierato a sinistra, che è andato più pesante: “Mi chiedo davvero quando arriverà il momento di pensare e parlare concretamente di boicottaggio. Per me è sicuramente arrivato”.
Questo è stato l’argomento di discussione principale tra i venti dirigenti di federazioni europee che si sono trovati a Budapest per celebrare il 125esimo anniversario della Federcalcio ungherese. L’azione politica di Trump e le sue mire sulla Groenlandia coinvolgono direttamente la Danimarca, una delle nazioni ancora in corsa per qualificarsi al torneo. Che fare, se la situazione peggiora? Si studiano forme di protesta che coinvolgerebbero le nazionali affiliate all’Uefa che arrivano fino al boicottaggio, anche se una decisione così politica, è la linea, dipenderebbe dai governi. Ma quello che si è capito a Budapest è che se una delle principali federazioni dovesse decidere per la protesta eclatante, altre sarebbero pronte ad accodarsi. Nei ragionamenti dei dirigenti delle federazioni europee c’è anche la possibilità di sventolare il rischio di un boicottaggio per attivare il presidente della Fifa Gianni Infantino in un’attività diplomatica verso il suo amico Trump, ma anche il fatto che la Danimarca sia un membro dell’Uefa e nessuno dovrebbe rimanere insensibile all’eventuale minaccia a una nazione appartenente all’organizzazione del pallone europeo. Il calcolo è: se la parte europea della Nato dovesse decidere per la svolta clamorosa in un colpo solo, i vincitori di 12 delle 22 Coppe del Mondo (Spagna, Francia, Germania, Italia – se ci arriva – e Inghilterra) non sarebbero al Mondiale, svuotandolo di senso.
In più, si diceva, lo spettro degli agenti dell’Ice in strada sembra spaventare non poco i tifosi che vorrebbero mettersi in viaggio. Anja Lilli Beikes, membro del consiglio direttivo dell’Associazione dei tifosi di calcio danesi riferisce di troppe preoccupazioni per pensare a un eventuale Mondiale spensierato, al punto che “io e altri tifosi pensiamo che sia meglio non qualificarci”. Ma mentre sembra possibile tutto, non sembra possibile niente. Perché la verità è, al momento, una: nessuno sa come sarà il mondo a giugno.