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Il “reset” di Starmer con la Cina. L'esercizio di equilibrismo più rischioso che c'è

Redazione

Il premier inglese non vuole stringere accordi su settori strategici, ma preferisce abbassare i dazi sul wiskey e parlare con Pechino di investimenti per la crescita. Però cavalcare tre cavalli in una volta, America, Cina ed Europa, rischia di essere un disastro

  

Keir Starmer, premier britannico, arriva in Cina oggi per una visita – la prima di un leader inglese dal 2018, quando al potere c’era Theresa May – che è stata ribattezzata “un reset” delle relazioni dopo “l’èra glaciale” tra Londra e Pechino con la leadership dei Tory. In dono Starmer porta l’approvazione dell’apertura della più grande sede diplomatica cinese in Europa: sarà nel palazzo della Zecca di Londra e gli esperti di sicurezza non fanno che sottolineare che, nei sotterranei, oscurati in tutti i rendering, sta tutta la pericolosità di questo via libera. Il premier britannico arriva con una corposa delegazione di manager, vuole che il reset sia economico, ma allo stesso tempo non vuole che appaia come uno sgarbo agli Stati Uniti: lo spin di Downing Street ripete che no, il Regno Unito non è come il Canada.

 

Mark Carney, premier canadese che a Davos ha dato una lezione di autonomia dall’America inaffidabile di Donald Trump, ha stretto con Pechino accordi commerciali per abbassare i dazi esistenti, permettendo in particolare l’ingresso in Canada delle auto elettriche. Secondo i piani, l’approccio di Starmer sarà diverso: il premier britannico non vuole stringere accordi su settori strategici come il digitale, l’energia (Londra non ha ancora accettato l’investimento da 1,5 miliardi di sterline della compagnia cinese Ming Yang per costruire un parco eolico di fronte alla costa scozzese) e appunto la tecnologia delle auto elettriche. Starmer preferisce abbassare i dazi sul wiskey e parlare con Pechino di investimenti per la crescita, e dice di avere ben chiare le tattiche manipolatorie (e spionistiche) della Cina. Ma, come dicono nei talk show inglesi, cavalcare tre cavalli in una volta – l’America, la Cina e l’Europa, con la quale è in corso un altro “reset” – rischia di essere un disastro: ogni forma di compensazione che si è resa necessaria con il protezionismo trumpiano comporta dei costi e dei ricatti da parte di Washington, ma cadere dal cavallo cinese, che una strategia ce l’ha e galoppa senza preoccuparsi del suo cavaliere, fa danni gravi.

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