Xi Jinping lavora al suo quarto mandato e obbliga l'esercito a essergli fedele a qualunque costo
La fedeltà prima di tutto. Con la rimozione del generale Zhang Youxia, a Pechino il leader si avvicina al potere assoluto
A pochi giorni da una delle più sensazionali purghe della storia della Repubblica popolare cinese, capire ciò che sta succedendo davvero nei palazzi del potere di Pechino sembra un esercizio di vaticinio più che una cronaca politica. C’è un motivo, ed è la segretezza con cui da anni la leadership di Xi Jinping gestisce tutti gli affari di stato, perché ogni informazione in eccesso è una potenziale crisi di legittimità. La rimozione dal loro incarico del vicepresidente più anziano della Commissione militare centrale, Zhang Youxia, e del capo di stato maggiore dell’Esercito popolare di liberazione, Liu Zhenli, è una notizia enorme perché nella struttura di leadership cinese la Commissione militare ha un potere molto meno cerimoniale del ministero della Difesa (è stata la Commissione stessa, a partire dal 2023, a rimuovere all’improvviso ben due ministri, Wei Fenghe e poi il suo successore Li Shangfu).
Vuol dire che oggi a decidere la postura militare della seconda economia del mondo, che si sta avvicinando alla definizione di “superpotenza nucleare”, sono il leader Xi Jinping e il vicepresidente Zhang Shengmin, commissario politico di carriera con quasi nessuna esperienza di comando operativo. Secondo i comunicati di domenica, Zhang e Liu sono sotto inchiesta per “gravi violazioni della disciplina e della legge”, quindi la loro rimozione non ha a che fare soltanto con la corruzione. Per l’occidente, che guarda alla Repubblica popolare con sospetto per via di una postura sempre più assertiva e militarmente sfidante, per esempio nel Mar cinese meridionale e nei confronti di Taiwan, il problema è cercare di capire se questa vicenda sia il culmine di una crisi di corruzione dentro alle Forze armate cinesi o la riaffermazione del potere centrale di Xi.
In queste ore sinologi e analisti occidentali non sono d’accordo nemmeno sul tipo di relazione che Xi aveva con il suo vice militare, il generale Zhang. I rispettivi padri, Xi Zhongxun e Zhang Zongxun, avevano combattuto sul campo insieme durante la guerra civile cinese contro i nazionalisti, ma l’ipotesi che Xi e Zhang fossero amici d’infanzia fa forse solo parte della mitologia cinese. Più probabilmente, ha scritto lo storico Joseph Torigian, il fatto che avessero una storia familiare comune “in qualche momento della carriera deve averli uniti”. E questo complica ancora di più l’interpretazione delle cose, perché in teoria Xi avrebbe bisogno di persone fidate nella sua Commissione. Ma “come molti uomini forti che invecchiano, Xi potrebbe nutrire crescenti sospetti nei confronti di chi lo circonda”, soprattutto se, a differenza di lui, hanno esperienza militare sul campo, ha scritto sul Diplomat l’analista Zi Yang. I conflitti personali, insomma, sarebbero alla base delle purghe di più alto livello osservate sin dalla Rivoluzione culturale cinese, dopo un lungo periodo di purghe di medio-basso livello avvenute dentro l’esercito. E il timore di un potere militare più forte di quello politico, in un equilibrio che finora sembrava aver retto dentro alla Repubblica popolare. Secondo Dennis Wilder, ex capo analista del desk Cina della Cia, “Xi probabilmente temeva che Zhang fosse diventato onnipotente all’interno dell’esercito. Se Xi punta a un quarto mandato, deve temere che Zhang possa guidare un tentativo interno al partito per estrometterlo”, ha detto al Financial Times. L’altro ieri, in un’esclusiva il Wall Street Journal ha parlato di un briefing a porte chiuse in cui Zhang è stato accusato di aver fatto trapelare agli Stati Uniti informazioni sul programma nucleare del paese e di aver accettato tangenti in cambio di atti ufficiali – anche su questo aspetto, gli analisti sono dubbiosi: è più probabile che il “tradimento” sia una scusa per aggravare la posizione di Zhang, accusato in realtà di creare quelle che in Cina chiamano “le cricche”, cioè centri di potere e influenza che manipolano la politica dietro le quinte.
Sono due gli aspetti più interessanti della vicenda Zhang: la prima riguarda l’attenzione maniacale della leadership di Xi Jinping alla fedeltà di chi compone la sua catena di comando, con una particolare attenzione alle Forze armate. E’ una lezione imparata dal collasso dell’Unione sovietica e dalla necessità di costruire la deterrenza a lungo termine anche nei confronti degli Stati Uniti. La seconda riguarda il possibile attacco a Taiwan: è difficile pensare a una guerra d’invasione con una struttura di comando ancora in crisi fino ai massimi livelli. Del resto, Washington ha appena offerto altro tempo a Xi: nella Strategia di difesa nazionale (Nds) pubblicata dal Pentagono venerdì, l’America non considera più la Cina una priorità assoluta per la sicurezza.
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