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Contare i morti

I numeri di Hamas sono verità mediatica. Quelli iraniani sono fantasmi statistici

Giulio Meotti

Lo scetticismo diventa un riflesso quando è implicato un regime autoritario, ma facoltativo quando Israele è accusato. Questo squilibrio non si limita a distorcere la copertura mediatica. Solleva una questione fondamentale sulla coerenza giornalistica e su chi ha diritto al beneficio del dubbio e chi no

Time ha paragonato la mattanza in Iran a quella compiuta dai nazisti alla periferia di Kyiv, il 29 e 30 settembre 1941, quando furono trucidati 33 mila ebrei ucraini a Babyn Yar. Due alti funzionari del ministero della Salute iraniano hanno dichiarato al Time che durante le proteste in soli due giorni sarebbero state uccise fino a trentamila persone. Una delle più cruente repressioni dell’epoca moderna. Le scorte di sacchi per cadaveri in Iran sono state esaurite e le ambulanze sostituite da autoarticolati. La stima di 30.304 morti non tiene conto dei feriti negli ospedali deceduti successivamente o delle vittime in aree dove non sono stati forniti bilanci. Quando Israele è accusato di aver commesso un “genocidio”, i titoli dei giornali presentano l’accusa come un fatto assodato. Quando un regime è accusato di aver ucciso i propri cittadini, il tono cambia.

 

Tutto diventa provvisorio, vago e incerto. I decessi iraniani sono descritti come “stime”, avvolti in nebbie di condizionale e avvertenze, quasi fossero fantasmi statistici in attesa di convalida. Le uccisioni di massa sono messe tra virgolette. I numeri sono ripetutamente soppesati. Giornali come il Washington Post e il New York Times citano il blocco di internet, l’ostruzionismo governativo e l’impossibilità di verificare in modo indipendente gli eventi e i numeri come ragioni della moderazione mediatica. Emittenti come la Bbc e giornali come il Guardian sono stati lentissimi a impegnarsi, evidenziando gli stessi ostacoli. Questi stessi ostacoli, tuttavia, non hanno rallentato la copertura mediatica altrove.

 

Durante la guerra tra Israele e Hamas, le dichiarazioni rilasciate dai ministeri guidati da Hamas sono state regolarmente pubblicate nel giro di pochi minuti su tutti i media mondiali. Le affermazioni riportate senza virgolette, senza clausole di verifica e senza contesto sulla fonte stessa, fino alle accuse dei morti per fame (e persino per freddo, a Gaza). L’assenza di accesso indipendente non ha suscitato esitazioni contro Israele. Nessun caveat sul fatto che quei numeri includono combattenti mescolati a civili, che non esiste verifica indipendente sul campo, che lo stesso ministero ha in passato gonfiato o manipolato statistiche (ricordiamo i casi documentati di “bambini” morti che poi si scoprivano miliziani adulti). Il dato entra nel flusso informativo come verità nuda, immediata, moralmente vincolante.

 

Lo scetticismo diventa un riflesso quando è implicato un regime autoritario, ma facoltativo quando Israele è accusato. Questo squilibrio non si limita a distorcere la copertura mediatica. Solleva una questione fondamentale sulla coerenza giornalistica e su chi ha diritto al beneficio del dubbio e chi no. John Simpson, caporedattore della Bbc World Affairs, ha affermato che i filmati dei social media devono essere attentamente verificati prima che le testate giornalistiche affidabili possano utilizzarli, un’affermazione sorprendente, data la disponibilità delle stesse testate a pubblicare materiale non verificato da Gaza per mesi e mesi. In effetti, durante la guerra di Gaza, organi di stampa come la Bbc spesso pubblicavano titoli come: “Più di 25 mila persone sono state uccise a Gaza dall’inizio dell’offensiva israeliana, afferma il ministero della Salute”, senza il minimo dubbio sulla credibilità dei numeri dei terroristi. Lindsey Hilsum, caporedattrice di Channel 4 International, ha ribadito la stessa tesi, sostenendo che l’Iran è difficile da coprire perché i giornalisti stranieri non possono entrare nel paese.

 

E se un lettore si affidasse esclusivamente alle immagini che circolano attraverso le principali agenzie di stampa, in Iran sembrerebbe essere stato un gennaio ordinario. Oggi due agenzie dominano l’accesso visivo all’interno dell’Iran: NurPhoto e Anadolu Agency. NurPhoto distribuisce migliaia di immagini ogni giorno attraverso partnership con Getty Images, Reuters e Associated Press. Anadolu è l’agenzia di stampa statale turca, direttamente collegata al governo del presidente Recep Tayyip Erdogğan. Entrambe le agenzie mantengono l’accesso in Iran, dove la maggior parte dei giornalisti e fotografi stranieri non lo fa. Tale accesso è soggetto a condizioni. L’accreditamento determina la sopravvivenza. Le immagini distribuite da Getty mostrano grandi raduni pro-governativi a Teheran. Forze speciali di polizia in piedi sopra veicoli blindati. Bambini in uniforme militare con in mano armi giocattolo. Cartelloni pubblicitari raffigurano bare drappeggiate con bandiere americane e israeliane.

 

Il contrasto con Gaza anche qui è impossibile da ignorare. Le immagini fornite dai reporter locali, tutti legati a Hamas e al Jihad islamico, sono considerate come autorevoli. A Gaza, le immagini fornite sotto il controllo di Hamas sono prove. In Iran, le stesse agenzie di stampa accettano immagini approvate dallo stato senza scetticismo. Il dramma non è solo contare i morti. E’ anche decidere quali meritino di essere contati sul serio.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.