Condannato a cinque anni di carcere, lo scrittore franco-algerino Boualem Sansal  è stato graziato lo scorso 12 novembre (Getty)

parla lo scrittore

La voce della libertà. Intervista a Boualem Sansal

Mauro Zanon

Un anno nel carcere di Algeri non ha cancellato il sorriso irriverente dello scrittore, ma ha rafforzato la sua volontà di denunciare i soprusi delle dittature islamiste

Il volto di Boualem Sansal emana una luce irradiante. Un anno a Koléa, la prigione dei dissidenti del regime di Algeri, non solo non ha scalfito la dolcezza mediterranea del suo sguardo né cancellato il suo sorriso irriverente, ma ha rafforzato la sua volontà di denunciare i soprusi e le menzogne su cui sono costruite le dittature islamiste, da quella algerina a quella iraniana. Nelle parole del romanziere franco-algerino, ostaggio per 361 giorni con l’accusa di “attentato all’unità nazionale”, in seguito a un’intervista al media francese Frontières in cui ha affermato che l’Algeria occidentale appartiene storicamente al Marocco, c’è una grande lucidità sulle battaglie per la libertà che restano da combattere. Sansal, dopo una condanna a cinque anni di carcere da parte della Corte d’appello di Algeri, è stato graziato lo scorso 12 novembre dal presidente dell’Algeria Abdelmadjid Tebboune. La svolta è stata possibile grazie a un appello solenne del presidente tedesco Steinmeier concordato con la diplomazia francese e dopo un anno di mobilitazione internazionale che ha coinvolto intellettuali, scrittori e esponenti politici di tutta Europa.

A tre mesi dalla sua liberazione, il Solzhenitsyn algerino è davanti a noi, nel silenzio metafisico di una domenica mattina a Saint-Germain-des-Prés, nel cuore della Parigi letteraria e a pochi passi dalla sede di Gallimard, il suo editore francese dal 1999, l’anno in cui pubblicò il suo primo romanzo, “Le serment des barbares”.

“Quando sono entrato in prigione, la prima cosa che ho cercato sono stati i libri, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Ero in una cella di sei metri quadrati con un altro detenuto e mi sono chiesto: cosa faccio ora tutto il giorno? Ero in preda al panico. Ho iniziato allora a chiedere agli altri prigionieri di Koléa: ‘Voi non leggete’? Nessuno leggeva, ma tutti avevano un libro, il Corano. ‘C’è solo questo?’, ho chiesto. ‘Sì’, mi hanno risposto. Non potevo crederci. Ho scritto dunque al direttore della prigione che mi ha comunicato l’esistenza di una biblioteca. Quando sono entrato per la prima volta in questa biblioteca mi sono rapidamente reso conto che l’arabizzazione e il rancore nei confronti della Francia avevano fatto il loro corso: il novanta per cento dei volumi era a tema religioso, c’erano edizioni del Corano o libri sull’islam”, racconta al Foglio Boualem Sansal. “Ma cercando un po’ meglio, ho trovato quello che speravo, ossia alcuni ‘sopravvissuti’ del periodo francese, tra cui ‘Notre-Dame de Paris’. Che gioia immensa ritrovare la lingua francese, le sue parole, la sua musica, la grandezza della scrittura di Victor Hugo: l’ho letto tre volte di fila. Mentre il mondo intero scopriva la cattedrale di Parigi risorta, io leggevo il romanzo nella mia cella. Nella biblioteca, tra la polvere, ho trovato anche Maupassant, che è stato in Algeria e ha scritto pagine meravigliose sul mio paese natale, Theniet El Had, e Montherlant, uno dei miei autori preferiti, ma anche Agatha Christie”.

Nel 2003, Sansal lavora ancora come alto funzionario al ministero dell’Industria algerino quando pubblica “Dis-moi le paradis”: un ritratto corrosivo dell’Algeria post-coloniale in cui lo scrittore prende in giro l’ex presidente Boumédiène, denunciando la corruzione diffusa e l’incapacità di gestire il caos dopo l’indipendenza dalla Francia. Ma non solo: nel romanzo prende apertamente di mira gli islamisti e critica l’arabizzazione dell’istruzione. Per il regime è il libro di troppo e, su ordine dell’allora presidente algerino Bouteflika, Sansal viene licenziato dal ministero. “Ero diventato l’uomo da abbattere, ho subìto insulti e fatwe da parte degli islamisti”, dirà. Ma nonostante le minacce e una vita semi-clandestina nel suo paese di nascita, Sansal continua a scrivere, a combattere per la libertà.

Nel 2006, il suo libro “Poste restante, Alger”, una lettera aperta ai suoi compatrioti, viene censurato in Algeria. Due anni dopo la stessa sorte tocca al romanzo “Le village de l’allemand”, dove stabilisce un parallelo tra islamismo e nazismo.

Nel 2012, dichiara di essere “tornato felice” dalla Fiera del libro di Gerusalemme, dove era stato invitato. Da allora diventa “l’amico di Israele” e la seconda moglie, Naziha, che insegna matematica in un liceo di Boumerdès, è chiamata “sporca ebrea”. I genitori ne chiedono la testa perché temono che possa “contaminare” gli alunni con il suo “ebraismo”: anche lei deve dimettersi. Quando viene arrestato all’aeroporto di Algeri nel novembre del 2024, dopo alcuni giorni di silenzio, la stampa vicina al regime algerino lo definisce un traditore, che ha sposato la causa della “Francia macronista-sionista”. “Per la prima volta nella mia vita ho scoperto la prigione, dopo il mio arresto il 16 novembre 2024 e cinque giorni di interrogatori. Mi sono ritrovato in un edificio gigantesco, costruito dai cinesi, a Koléa. Lì ti fotografano, ti spogliano, ti rasano a zero. Tagliarmi i capelli è stata la prima violenza del regime algerino nei miei confronti. Senza la mia coda di cavallo mi sentivo strano, senza forza”, afferma Sansal.

Koléa è situata vicino alla città dove Albert Camus ha scritto “Noces à Tipasa”, un racconto dedicato a Tipasa che, con le sue rovine romane e il Mediterraneo ai suoi piedi, “celebra le nozze dell’uomo con il mondo”. “Dalla prigione, sognavo Tipasa, le sue vestigia romane, il mare, la civiltà mediterranea”, dice Sansal, che ha vissuto una parte della sua infanzia nello stesso quartiere popolare in cui è cresciuto Camus ad Algeri, Belcourt. “Eravamo vicini. Mia madre aiutava la madre di Camus, la signora Sintès, nelle faccende di casa, a fare le pulizie, a preparare da mangiare ed era anche la sua infermiera. La signora Sintès considerava mia madre come una figlia”, racconta lo scrittore franco-algerino. L’appartamento in cui abitava a Belcourt era adiacente a una sinagoga. “Il rabbino diventò il mio migliore amico. Avevo 5-10 anni, lui 75-80, non aveva più fedeli e aveva tutto il tempo per trasmettermi la sua saggezza e il suo immenso sapere ebraico. Diventai così assistente nella sinagoga e apprendista rabbino, ebreo per cultura e non per nascita, dato che mia madre non aveva una religione e non ha mai trovato il tempo di adottarne una. Nel quartiere mi chiamavano ‘Rabbinet’, storcendo il naso”, ricorda Sansal. Che ha nostalgia delle estati ad Algeri della sua infanzia, quando si viveva “à la méditerranéenne”, come in una città del sud dell’Italia o della Francia.

Oggi, invece, l’Algeria assomiglia sempre di più all’Abistan, a quella distopia islamista che ha descritto nel suo romanzo orwelliano “2084. La fin du monde”, vincitore del Grand prix de l’Académie française nel 2015, l’anno degli attentati del 13 novembre a Parigi. “In carcere, gli altri detenuti mi hanno soprannominato ‘La Leggenda’, perché ero un oppositore che aveva il sostegno della Francia, dell’Europa, del mondo libero. ‘Se si sono mobilitati per lui, forse, presto, si mobiliteranno per schiacciare il regime algerino e saremo liberi’, dicevano alcuni. Mi vedevano come un simbolo di libertà, oltre a sostenermi psicologicamente, perché sapevano che ero malato”, dice il romanziere franco-algerino, che sta ricevendo le cure per un cancro alla prostata. Anche con le sentinelle di Koléa si è creato un rapporto umano. “All’inizio erano molto ostili nei miei confronti: ‘È il francese, è l’amico di Israele e del Marocco, non ama gli algerini’, dicevano. Poi, poco a poco, hanno cambiato idea. ‘Lui è un vero algerino, un vero uomo’. Un sorvegliante, un giorno, è venuto a chiedermi se potevo parlare col direttore della prigione per farlo salire nelle gerarchie”, racconta al Foglio.

Ostaggio di una guerra diplomatica più ampia tra Francia e Algeria, Sansal sogna di poter accompagnare un giorno il presidente francese a Algeri per “una grande riconciliazione” tra i due paesi, ma quel momento è ancora lontano. “Milioni di algerini sono fuggiti in Francia, Spagna, Germania, Italia, Canada, ovunque, e hanno paura di tornare in patria, perché quando arrivi all’aeroporto di Algeri basta un timbro ‘sbagliato’ sul passaporto e ti mettono in prigione. È una dittatura islamista”, afferma Sansal. Eppure in Francia c’è chi continua a negare la realtà e anzi sostiene che in fondo, Sansal, se l’è cercata. “Boualem Sansal non è un angelo”, dichiarò Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi francesi, nel dicembre 2024, mentre il romanziere franco-algerino era in carcere ad Algeri. Peggio ancora ha fatto la France insoumise, il partito della sinistra radicale. Nel gennaio del 2025, il Parlamento europeo adottò una risoluzione transpartitica per condannare l’arresto e la detenzione di Sansal e per chiederne la liberazione immediata e incondizionata. Ma non ci fu unanimità nel difendere lo scrittore. Su 605 eurodeputati presenti, 48 optarono per l’astensione e 24 votarono contro. Tra i contrari, spiccò Rima Hassan, eurodeputata franco-palestinese della France insoumise, nota per le sue simpatie pro Hamas. “Ieri Aleksandre Solzhenitsyn, oggi Boualem Sansal”, commentò la senatrice del Partito socialista Laurent Rossignol, denunciando i “nuovi staliniani” che avevano deciso di schierarsi col regime algerino. “Sono gli stessi che in questi giorni hanno votato contro la risoluzione dell’Assemblea nazionale volta ad iscrivere i Fratelli musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Gli stessi che dinanzi all’attuale rivolta degli iraniani contro il regime dei mullah non manifestano alcuna solidarietà e tacciono per islamofilia dinanzi alla repressione in corso”, dice al Foglio Sansal. Tre settimane fa, ha ricevuto dal presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, la Legion d’onore. Il prossimo 29 gennaio potrebbe essere eletto all’Académie française, andando a occupare il seggio numero 3, lasciato vacante da Jean-Denis Bredin. “Dalla libertà all’immortalità”, come ha scritto la pagina letteraria Actulitté. “Sarebbe un grande onore”, confessa Sansal. Il coronamento di un incontro, quello con la lingua francese, che ha trasformato la sua vita in destino.

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