Il nuovo ordine

Zelensky europeissimo smonta le illusioni sul vecchio mondo e grida: “L'Europa unita è invincibile”

Paola Peduzzi

Non un rimprovero agli alleati, ma una chiamata alla realtà: l’Unione europea ha gli strumenti per essere forte, ma non il coraggio di usarli

Al millequattrocentoventinovesimo giorno di guerra, Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, ha detto agli europei: non possiamo vivere ogni giorno lo stesso giorno per mesi e anni, non posso farlo io perché per me e gli ucraini è guerra, gelo, morte, buio, missili, droni, esplosioni, paura, ogni giorno dal 24 febbraio del 2022, ma non potete farlo nemmeno voi, cari amici europei, perché il mondo è cambiato, il vecchio ordine globale è finito, il rischio di rimanere ai margini, e subire minacce e attacchi, è grande e non ci sarà domani se oggi non si agisce. 

Molti hanno preso questo discorso come un attacco durissimo all’Europa e per questo un errore: perché prendersela con gli unici alleati che ti sono rimasti, non sarebbe stato più giusto denunciare il tradimento americano? 

La risposta è che è da un anno che Zelensky fa quello che gli europei gli dicono di fare: dopo l’imboscata di Donald Trump nello Studio ovale, il 28 febbraio del 2025, il presidente ucraino ha seguito quel che gli dicevano gli europei che, per nulla pronti allo stravolgimento annunciato, cercavano compromessi con l’America, perché non erano in grado di garantire da soli la difesa dell’Ucraina, non avevano armi adeguate, non avevano nemmeno le munizioni, avevano problemi a mettersi d’accordo sui fondi, a mettere fine del tutto all’approvvigionamento di gas e petrolio dalla Russia  e chiudevano gli occhi di fronte alle violazioni delle sanzioni che hanno alimentato la macchina da guerra di Vladimir Putin. Zelensky si è messo l’abito come voleva Trump, ha cambiato toni e approccio per non mettere di traverso Trump, ha accettato tutti i cessate il fuoco proposti – un’altra cosa che anche gli europei gli hanno chiesto: negozia, la pace si raggiunge con la diplomazia – e ha accettato anche la lentezza del processo di adesione all’Unione europea, perché voleva  rafforzare l’asse con l’Europa. Intanto ha imparato ad arrangiarsi: l’Ucraina produce droni e armi a lungo raggio, colpisce le fabbriche militari in Russia e le centrali energetiche mettendo in atto quelle che chiama “le sanzioni che funzionano”, ha cambiato il modo di difendersi per compensare l’abbandono americano e le mancanze europee. 

E ieri Zelensky ha ringraziato per tutto quello che gli europei hanno fatto, ha ringraziato la Coalizione dei volenterosi, ha fatto i nomi dei leader europei che hanno mostrato determinazione e solidarietà, ma ha anche detto: così non è sufficiente. Non ha chiesto più armi – anche se ha ricordato che l’anno scorso si parlava soltanto di armi a lungo raggio e ora non si può dire “Tomahawk” per non rovinare l’umore di Trump, ma non si sono nemmeno visti i Taurus tedeschi – ma ha chiesto un cambio di prospettiva e di mentalità: bisogna essere pronti al nuovo ordine globale, bisogna costruirlo con ambizione e unità, perché l’alternativa è giocare un ruolo secondario, e per l’Ucraina molto di più, molto peggio, significa perdere l’indipendenza, perdere tutto. Zelensky non ha fatto un attacco durissimo all’Europa, ha fatto un attacco durissimo all’illusione di trascinarsi come si è sempre fatto, contando sui compromessi con un’America che guarda altrove (e guarda male l’Europa), sperando in “un colpo di fortuna” o nella “fede” per un mondo che non c’è più. Per questo ha fatto l’elenco delle mancanze dell’Europa, non per lamentarsi o piagnucolare o elemosinare, ma per dire: si può fare di più. Si può smettere di vendere componentistica per i missili russi – la Cina è la principale partner della Russia, certo, ma ci sono aziende europee che ancora forniscono i materiali per le armi di Putin – si può fermare la flotta ombra russa che trasporta petrolio (ieri la Francia lo ha fatto) anche grazie agli ucraini stessi che sanno come si affonda la formidabile flotta russa (“abbiamo l’esperienza e le armi per fare in modo che nessuna nave resti a galla”), si può punire  “ogni Viktor” (Orbán) che vive “del denaro europeo mentre svende gli interessi europei”, e si può evitare che sia Putin a decidere come vengono utilizzati gli asset russi congelati nelle istituzioni finanziarie europee.  L’Europa ha tutti gli strumenti per essere forte, ha detto Zelensky, ma non li usa perché non si vuole capacitare del fatto che il vecchio mondo non c’è più e quindi non si prepara al nuovo ordine. 

Qualcuno si offenderà, qualcun altro dirà che Zelensky è un ingrato, qualcun altro ancora dirà che così facendo compromette il processo di pace – un processo al quale partecipano soltanto gli ucraini, mentre Putin fa più guerra, in modo sempre più brutale, impunito – ma Zelensky ha voluto soltanto ribadire quel che tutti gli europei sanno, interrompendo il disco rotto di un sistema di relazioni che è completamente stravolto. E in più ha detto una cosa che nemmeno gli europei più illuminati e determinati dicono più, ed è tragico e potente che l’urlo della resistenza venga dal leader del popolo che più di tutti ha diritto di piangere, lamentarsi, abbandonarsi alla stanchezza, ma non lo fa mai: “L’Europa unita è invincibile”.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi